FOCUS sulla mostra Screens. Culture dello schermo e immagini in movimento | Premio Gallarate

Per la natura del Premio Gallarate e le finalità della mostra, abbiamo posto alcune domande al direttore del MA*GA Alessandro Castiglioni e ad alcuni artisti: Invernomuto, Adelita Husni-Bey e Mario Rizzi
21 Settembre 2022
Silvia Rosi – Installation view MA*GA, Gallarate 2022

Al MA*GA – Gallarate prosegue fino al 25 settembre il progetto che riflette sullo schermo e sulle immagini in movimento come massima espressione della cultura visiva contemporanea.

L’edizione XXVI del Premio Gallarate è dedicata, per la prima volta, alla screen culture e coinvolge gli artisti Rossella Biscotti, Adelita Husni-Bey, Chiara Fumai, Mario Rizzi, Invernomuto, Silvia Rosi, Vega, Natalia Trejbalova e Vashish Soobah. Hanno curato il concept del Premio Simone Frangi e Cristiana Perrella. 
Per la natura del Premio e le finalità della mostra, abbiamo posto alcune domande al direttore del MA*GA Alessandro Castiglioni. A risponde anche alcuni artisti – Invernomuto, Adelita Husni-Bey e Mario Rizzi – a cui abbiamo chiesto quanto è importante il linguaggio video e alcuni chiarimenti sull’opera-video in mostra. 

Elena Bordignon:  Quest’anno, in occasione della sua XXVI edizione il Premio Gallarate, ‘cambia pelle’, nel senso che si apre al linguaggio video. Mi racconti le motivazioni di questa apertura? In che modo è significativo mettere in relazione la produzione artistica contemporanea con l’ambito legato al video?

Alessandro Castiglioni: La caratteristica del Premio Gallarate, dalla sua fondazione nel 1949, è quella di lasciare un ampio margine di libertà progettuale alla commissione scientifica e in particolare ai curatori che, di volta in volta invitati, disegnano i confini del progetto.  In questa specifica edizione, e attraverso un serrato dialogo con il Museo, l’idea è stata quella di invitare Simone Frangi e Cristiana Perrella per discutere insieme di come ampliare la collezione del museo con una specifica attenzione all’immagine in movimento. Da qui nasce il progetto di Screens. Culture delle Schermo e immagine in movimento – XXVI Edizione del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate con un preciso obiettivo: quello di ripensare e strutturare in modo coerente una sezione dedicata all’immagine in movimento all’interno della collezione del museo MA*GA, considerata la funzione primaria ed essenziale del Premio di ampliare le opere del museo e della città di Gallarate. 
In questa prospettiva credo che le acquisizioni fatte vadano da una parte ad ampliare la collezione guardando ad autrici e autori di grande importanza per la cultura visiva italiana contemporanea, come Rossella Biscotti, Mario Rizzi, Adelita Husni-Bey e Invernomuto (solo per citare alcuni nomi), ancora assenti dalla collezione e dall’altra cerchi di indagare pratiche non ancora effettivamente musealizzate, con nomi come Vashish Soobah e VEGA, per esempio.

Elena Bordignon: Screens. Culture dello schermo e immagini in movimento, è il primo evento del festival Archivifuturi, parte del progetto Archivi del Contemporaneo. La manifestazione, organizzata dalla rete Archivi del Contemporaneo, di cui è capofila il MA*GA, coinvolge archivi e case museo di importanti autori del secondo dopoguerra italiano. Immagino che questo appuntamento sia l’inizio di una lunga lista di progetti a venire. Mi dai il tuo punto di vista sull’importanza degli archivi non solo nel contesto locale, ma in una più ampia prospettiva istituzionale?

Alessandro Castiglioni: Oltre al piano delle nuove acquisizioni di cui abbiamo parlato, il MA*GA ha acquisito un fondo di 68 documentari e videointerviste di Mario Gorni e Zefferina Castoldi. Un fondo dal titolo Caterina MegaDrops che, chiaramente, nasce dall’esperienza di Careof ma che permette di leggere da una prospettiva privilegiata la storia dell’arte italiana degli ultimi trent’anni. Inoltre, il museo sta lavorando ad un importante progetto di digitalizzazione delle proprie collezioni e dei propri archivi, attraverso una serie di bandi che stanno sostenendo altrettanti progetti. Archivi del Contemporaneo ne è un esempio. L’idea è quella di amplificare l’attenzione verso la valorizzazione e tutela degli archivi d’artista, nel nostro caso in relazione al territorio più di pertinenza del museo che va dalla Svizzera all’alto milanese. In questa prospettiva la prima edizione del festival ha coinciso con la XXVI edizione del Premio Gallarate e ha permesso di ampliare lo sguardo del museo anche verso storiche e seminali ricerche sulla video arte in Italia: dallo studio di Luciano Giaccari e Maud Ceriotti, al restauro delle pellicole di Marinella Pirelli, alle opere di Gianfranco Brebbia. In questo senso il lavoro dedicato agli archivi permette di volgere lo sguardo di un museo verso le possibilità di racconto e racconti della storia e delle storie dell’arte contemporanea.

Adelita Husni Bey – Time-Under Siege, 2013, still
Invernomuto – Wishes of a GInstallation view MA*GA, Gallarate 2022

Seguono alcune domande agli artisti Invernomuto, Adelita Husni-Bey e Mario Rizzi —

Elena Bordignon: Le vostre opere sono stata scelte in un progetto che vede il linguaggio video tra i più all’avanguardia. Simone Fragi, citando due teorici, ribadisce: “le culture dello schermo sono l’espressione più avanzata della cultura visiva contemporanea: le immagini – prioritariamente “in movimento” – veicolate dagli schermi ‘democratizzati’ (siano essi cinema, televisioni, computer, tablet e smartphones) hanno infatti un impatto sociale, politico ed economico dirompente”.
In questa prospettiva vi chiedo perché avete deciso di utilizzare il linguaggio video? A livello concettuale quanto lo ritene importante?

Invernomuto: Invernomuto si è sempre occupato di audiovisivo: non-lineare, documentario, di finzione e strutturale. Negli ultimi anni abbiamo utilizzato diversi formati espansi e allo stesso tempo intrappolati ad altri media. Wishes of a G, che abbiamo presentato a “Screens. Culture dello schermo e immagini in movimento”, è un’opera interamente girata in Hi8, un formato video maneggevole a cui siamo molto legati in termini generazionali.

Adelita Husni-Bey:  Nel caso di “Time under Siege”, in quanto si tratta di una narrazione collettiva di un periodo storico nel quale molti, in Egitto, si trovavano costretti a rimanere in casa per via del coprifuoco imposto da Al Sisi poco dopo la sua presa di potere, ho scelto di coinvolgere un mezzo largamente disponibile (il cellulare), che potesse esprimere la temporalità, da qui il titolo: il tempo sotto assedio. Il cellulare è anche il mezzo che ha largamente documentato le proteste della cosiddetta ‘primavera araba’, e’ un mezzo accessibile che può raccontare, con uno sguardo molteplice, l’esperienza del vivere, in prima persona, quel momento storico. L’istruzione di utilizzare il video, e di filmare con i propri telefonini/ dispositivi video ha permette un racconto visivo comune che esprime molteplici stati emotivi, come la noia, l’ansia, e le azioni intraprese per ribellarsi, come le rotture del coprifuoco in una città vuota, gli incontri ‘illegali’ sui tetti. Un racconto che in qualche modo, esiste e resiste nonostante l’assalto alla vita dell’isolamento forzato imposto per opprimere i dissidenti.

Mario Rizzi: Ho scelto di utilizzare il linguaggio video perché mi permette di raccontare il vissuto dei miei protagonisti e le interazioni sociali nelle comunità in cui vivono con maggiore profondità introspettiva e ricchezza di nuances. Il linguaggio filmico è più democratico anche perché offre allo spettatore diversi livelli di lettura ed una grande libertà interpretativa nel ricreare le linee narrative del film e nell’empatizzare con le situazioni di vita ed i ricordi dei protagonisti. La post-produzione professionale consente delle scelte estetiche più radicali che non costituiscono solo un valore aggiunto bensì uno strumento necessario ad esprimere le linee concettuali della mia creatività. Il film mi permette anche di raggiungere il pubblico cinematografico, più ampio e variegato di quello che visita le mostre d’arte: ad esempio il film “impermanent” è stato presentato in anteprima in concorso al Festival internazionale del cinema di Berlino nel 2008.

Natalia Trejbalova – – Installation view MA*GA, Gallarate 2022
Invernomuto – Whishes of a G 2011 – 2014 still-da video HiB

Elena Bordignon: Mi raccontate brevemente l’opera selezionata esposta al MA*GA?

Invernomuto: Wishes of a G è un breve video analitico che mostra la Wishing Well di Chinatown, un monumento minore, che vive a Los Angeles. Mike Kelley ne era ossessionato e ne ha creato una copia separando il contenuto dal suo contenitore (Framed and Frame, 1999). Nel 2011 abbiamo passato alcuni mesi a LA per la Mountain School of Arts di Piero Golia e tre volte a settimana facevamo lezione in un bar proprio di fronte al monumento. Nel 2014 abbiamo deciso di mettere mano al footage girato in quei mesi e di assemblare una soundtrack fatta di sole linee di synth che emulano il “g-whistle”, un soundmark dell’hip hop della West Coast degli anni ’90. Adelita Husni-Bey: “Time Under Siege” è stata concepita durante una residenza allo spazio d’arte Beirut al Cairo nel 2013. Durante il periodo di residenza Al Sisi cominciò la sua azione repressiva, volta al silenziamento dell’opposizione civile e politica che si era formata per proteggere i valori della rivoluzione. Parte di questa repressione si e’ espressa tramite il coprifuoco, ma anche tramite arresti preventivi e continui come quello al quale e’ soggetto Alaa Abd el-Fattah, dissidente politico ancora oggi in carcere. 

Adelina Husni-Bey: Essendo anche io sottoposta a coprifuoco come tutti gli abitanti del Cairo nel 2013, ho cominciato a fare brevi video che raccontassero le strade dalla mia finestra. L’appartamento vuoto, il ventilatore che gira. Decisi di cercare di comporre una breve narrativa comune di quel momento. Tramite un open call diffusa da Beirut e Mada Masr (giornale indipendente online soggetto a continue minacce e azioni repressive), chiesi a chiunque volesse partecipare di girare un breve video in forma anonima tra le 7 di sera e le 5 del mattino, gli orari del coprifuoco. I video andavano depositati in una cartella online. Feci un breve editing ma in sostanza cercai di tessere assieme i clip giunti nel folder senza un ordine narrativo preciso, solo come una collezione di momenti che aprissero un varco nella solitudine quotidiana del coprifuoco. Un varco che raccontasse, anche con leggerezza, la valenza politica di piccoli atti di resistenza come gli incontri furtivi, i giri in bici, le ricerche di contatto. La scelta di questo lavoro mi è sembrata significativa, in un momento nel quale tutti abbiamo sperimentato un diverso tipo di ‘coprifuoco’, l’isolamento forzato della pandemia. Un momento, quello della pandemia, che non è stato ancora elaborato collettivamente, in quanto ha coinvolto e continua a coinvolgere persone vulnerabili che subiscono l’abbandono delle nostre infrastrutture di cura e che continuano a vivere ‘sotto assedio’.

Mario Rizzi: Due volte rifugiato in Palestina, nel 1948 e nel 1967, il protagonista di “impermanent”, Ali Akilah, è nato e vissuto a Lifta, un villaggio che oggi corrisponde alla parte Nord-Ovest di Gerusalemme; laureato in medicina a Beirut ha lavorato come medico a Haifa, fino al 1948. I suoi ricordi tornano indietro nel tempo, fino all’abbandono della Palestina da parte dei turchi ottomani dopo la prima guerra mondiale. Al tempo delle riprese, l’uomo ha 96 anni e vive ad Amman, in Giordania. Il tono di voce e gli eventi storici evocati da Akilah lo fanno apparire come un autentico poeta epico. Le sue parole sono imbevute di un senso di sradicamento e di permanente ‘impermanenza’.

Mario Rizzo, ImpermanentInstallation view MA*GA, Gallarate 2022
VEGA – Installation view MA*GA, Gallarate 2022

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