ATP DIARY

Documenta 15 — Una riflessione collettiva. Parte 1

In questo particolare anno, ad una Biennale di Venezia che ha mostrato soprattutto artiste donne e artist* non binari* ha fatto eco una più piccola, controversa e criticata, Biennale di Berlino. La prima segnando un punto importante per la direzione...

documenta fifteen: INLAND, Sergio Montero Bravo mit Schmackes Bioladen, CHEESE PAVILLION, ohne Jahr, Installationsansicht, Naturkundemuseum im Ottoneum (Garten), Kassel, 28. Juni 2022, Foto: Nicolas Wefers

In questo particolare anno, ad una Biennale di Venezia che ha mostrato soprattutto artiste donne e artist* non binari* ha fatto eco una più piccola, controversa e criticata, Biennale di Berlino. La prima segnando un punto importante per la direzione che a gran voce la comunità artistica chiede – inclusività, uguaglianza, attenzione – la seconda decretando la fine della complessa figura dell’artista-curatore.
In questa cornice intricata, in un momento storico per molt* di noi impossibile da immaginare fino a un paio d’anni fa, si inserisce documenta fifteen, manifestazione che proprio con questa sua ultima edizione rompe gli equilibri tipici delle grandi mostre d’arte internazionale di stampo occidentale. Dopo averla visitata ci siamo chieste quindi come raccontarne la complessità e la ricchezza a chi non ci fosse stat*, cominciando a scambiarci molte riflessioni, consigli, pareri, e speranze. A distanza di qualche mese, abbiamo capito che fosse necessario parlarne con un approccio diverso: non attraverso il solito ‘report’ o la classica recensione, piuttosto con un glossario che fosse sia lessico che emozione, per recuperare una delle modalità di lavoro di ruangrupa, il collettivo che ha curato la mostra. Abbiamo esteso l’invito a condividere le proprie riflessioni ad un gruppo di colleghe ed amiche invitandole a proporre una parola e abbinarla ad uno o più lavori presenti in mostra. Quello che leggerete è un glossario di termini abbinati ad una precisa sensazione di fronte ad un lavoro, o in generale alla mostra, che sottolinea come documenta fifteen abbia attraversato tutti i nostri sensi, non solo quelli prettamente dedicati alla percezione visiva. 

Alice Pedroletti, Alessandra Saviotti


Parola: ACCESSIBILITÀ s. f. [dal lat. tardo accessibilĭtas -atis]. L’essere accessibile, possibilità di facile accesso.

Una delle critiche principali scagliate contro a documenta15 negli ultimi mesi è stata quella di una generica mancanza di accessibilità del progetto. La critica, per inciso, non si riferiva alla tutela di corpi disabili nel percorso della mostra, ma alla presunta mancanza di mediazione delle opere e dei progetti esposti secondo le abitudini e la soglia di attenzione di una universalizzata concezione di “pubblico globale dell’arte”. Eppure, nella maggior parte dei casi, gli strumenti per accedere ai progetti erano indiscutibilmente presenti: molti erano accompagnati da lunghe e dettagliate descrizioni o narrazioni, estese mappe concettuali, in alcuni casi video e documentari, in altri vere e proprie sale di lettura con intere bibliografie. Allora forse il cuore della questione non è l’accessibilità di per sé, ma piuttosto l’aderenza di questa nozione ai sistemi di mediazione che abbiamo interiorizzato come “normalità” e, in molti casi, la complicità di quegli stessi sistemi con la loro origine coloniale. Dal momento che le forme di esposizione museografica occidentali sono storicamente nate dalla sovrapposizione tra formalizzazione del sapere ed esercizio del potere, viene da pensare che questa critica, apparentemente legittima, faccia emergere una tensione chiave: fino a che punto siamo pront* a negoziare i nostri standard normati di mediazione, e quindi a mettere in discussione la colonialità del nostro sguardo, per riuscire ad accedere a ciò che abbiamo di fronte? E nel processo di messa in discussione dei paradigmi di produzione, distribuzione, e fruizione della limitata visione eurocentrica che abbiamo di cultura, quanto siamo pront* a compromettere, quanta fatica siamo pront* a fare? 

Artisti | Luogo: Wakaliga Uganda, documenta-Halle

Wakaliga Uganda, anche noto come Ramon Film Productions, è uno studio cinematografico fondato nel 2005 a Wakaliga, uno slum a Kampala, Uganda. Lo studio è noto per le sue produzioni super-low-budget fai da te, realizzate da un’ampia comunità di attor*, soprattutto non professionist*, e caratterizzate da film d’azione splatter: lo studio promette di regalare al pubblico il “best of da best action movies, sort of like Hollywood, but better”. Allo studio era dedicata un’ampia zona a documenta-Halle, completa di un documentario, props di scena, e un cinema con proiezioni di diversi dei più di 40 film che lo studio ha realizzato – tra i titoli: Who Killed Captain Alex? (2010), Tebaatusasula (2010), Rescue Team (2011), Bad Black (2016), Crazy World (2019), e Isaak Ninja, attualmente in produzione. Come dichiarano Isaac Godfrey Goeffrey Nabwana e Harriet Nakasujja, l* fondator* dello studio, “these days, movies are boring. They say, the angle is not good, the light is not good, the sound is not good. But sometimes life is not straightforward and people making movies want to make life straightforward”. Spesso, sotto ai processi di semplificazione che incontriamo, stanno le radici di un sistema di violenza coloniale, che riproduce e accresce le forme contemporanee di tale potere (economico, culturale, politico) secondo processi di appiattimento o esotizzazione. Di fronte alla richiesta di accessibilità e straightforwardness che le è stata fatta, la documenta15 di ruangrupa e i progetti che l’hanno accompagnata hanno sembrato rispondere, approfondire, alla volte esplodere radicalmente ciò che recitavano degli stencil anonimi comparsi sui muri di Atene durante la documenta precedente (2017): “Dear documenta: I refuse to exoticize myself to increase your cultural capital.” 

Lucrezia Calabrò Visconti

Wakaliwood – Best of the best Action Movies, 2020. Photo – Nakasujja Harriet
Wakaliwood – Best of the best Action Movies, 2020. © Wakaliwood – Source onceuponatimeinuganda.com

Parola: ASSEMBRAMENTO | s. m. [der. di assembrare1] da assembrare, derivato del francese assembler, ottenuto dal latino simul ‘insieme’, col prefisso ad- ‘verso’ e il suffisso verbale, attraverso la forma ipotetica adsimulare.

Una delle frasi che includo sempre quando mi viene chiesta una mia breve biografia è ‘la collaborazione è meglio della competizione’. Ho inziato ad utilizzarla nel contesto del mio lavoro collettivo durante gli anni dell’università e, quando un noto giornalista d’arte italiano mi disse che – secondo lui – non ero consapevole allora della forza di questo motto, ho sgranato gli occhi. Gli uomini mi spiegano le cose. Mi sono arrabbiata moltissimo, ma non sono riuscita a reagire davanti al pubblico. Arrivando a Kassel verso la fine di agosto ho inevitabilmente ripensato a quell’episodio, e mi sono sentita finalmente a casa. Come mi ha detto una delle mie mentori Annie Fletcher ‘finally the grown-up have taken over’. Collettivi di artisti che invitano altri collettivi che lavorano in altri settori, negli spazi a loro assegnati. Autobus di visitatori assembrati davanti al Fridericianum. Persone assembrate davanti all’ingresso della documenta Halle. Opere assembrate fuori dalle sedi delle mostre. Assembramenti con o senza mascherina alla ruruhaus. Make friends not art. L’assembramento come riunione occasionale di persone (all’aperto – da definizione treccaniana) per dimostrazioni o altro. Dimostrazioni o altro. Esattamente. 

Lasciando Kassel dopo giorni molto intensi di incontri, visite e appunto – assembramenti – ho avuto l’impressione di aver esperito molto più di una mostra. Mi è sembrato di tirare per la giacca il futuro per farlo entrare nel presente. Come afferma Walidah Imarisha quando parla di ‘finzione visionaria’, quando creiamo progetti che incarnano i principi e i valori che vogliamo vedere riflessi nella società, abbiamo trascinato il futuro nel presente. Anche se possiamo trattenerlo solo temporaneamente, in questi momenti di incontro o assembramento […] abbiamo la possibilità di vivere il futuro che vogliamo ora, e lo facciamo continuamente.

Artisti | Luogo: Instituto de Artivismo Hannah Arendt | Operational Factography | documenta Halle.

Quando ho scelto la parola ‘assembramento’ ho inevitabilemente pensato al lavoro di Tania Bruguera e il suo ruolo di organizzatrice dell’Instituto de Artivismo Hannah Arendt (INSTAR). Non solamente per la prossimità personale al lavoro, ma soprattutto per la potoenza visionaria di INSTAR nell’assembrare intellettuali cubani/e e non, che si sono alternati/e durante i 100 giorni di Factografía Operativa. L’arte è uno strumento che viene utilizzato largamente dal potere nel contesto cubano. Quando diventa propaganda di stato, l’arte è un meccanismo di legittimazione culturale per premiare chi decide di obbedire al potere. Bruguera stessa, nel momento in cui ha deciso di contestare le leggi per la limitazione della libertà di parola, è stata prima arrestata e poi accusata dai media di stato, di non essere un’artista nonostante i numerosi riconoscimenti istituzionali, anche a Cuba. In Factografía Operativa l’arte viene utilizzata invece come dispositivo per dare visibilità alla scena artistica indipendente cubana, e a tutte le pratiche che sono state censurate e criminalizzate dallo stato. 
Durante la mia visita, La academia del Bejuco – la settima mostra di dieci – riprendeva il lavoro della scuola informale di arte popolare fondata da Samuel Feijóo. L’allestimento piuttosto tradizionale, poneva l’accento sulla libertà di espressione di artisti/e considerati outsider: fino a che punto la polizia avrebbe potuto tollerare la creazione di artisti/e considerati ‘naïf’? E la condizione particolare di questi artisti, può essere occupata in qualche modo da altri artisti/e per non incappare nelle censura? INSTAR sapientemente svela come funziona la censura di stato; e lo fa diventando una piazza pubblica in cui incontrarsi causalmente (o intenzionalmente) per dimostrare che l’arte cubana continua a resistere nonostante i meccanismi oppressivi che minano la vita di chi la produce.

Alessandra Saviotti


Documenta fifteen_ -Britto Arts Trust, ছায়াছিব (Chayachobi), 2022, installation view, documenta Halle, Kassel, 2022 © Alice Pedroletti
d15_Documenta_Halle_INSTAR_Operational Factography_Installation View_2022_© Alice Pedroletti

Parola: AUTORIALE | Aggettivo autoriale m e f sing | Inerente all’autore |Etimologia / Derivazione da autore|Parole derivate autorialità

Ho pensato spesso a questa parola dopo essere tornata da Kassel. Ho pensato spesso a questa Documenta. Una mostra, non nego, per me faticosa, ma anche imprescindibile. Un gigantesco atto di dichiarazione politica, sociale, antropologica e ambientale. Un grande “rizoma”, un collettivo in crescita, in espansione. Si legge nel catalogo, nell’introduzione dei curatori Ruangrupa, che un collettivo di artisti non può stare da solo ma deve mettersi in gioco in un contesto più ampio, dove ogni ruolo ha una sua funzione per mantenere un equilibrio sistemico. Ancora, nel catalogo, si legge che è necessario dissolvere la proprietà dell’artista sulla sua opera, e dissolvere anche l’idea stessa di autorialità, auspicando modi differenti di praticare e produrre arte. Pratiche ancora invisibili perché non rispecchiano il modello esistente di arte globale.
Ho sempre considerato l’autorialità un aspetto irrinunciabile dell’essere artista: la firma, la proprietà, il diritto sull’immagine, il nesso fra chi ha fatto che cosa. Questa è la prima volta dove, dopo una visita a una mostra, non sono riuscita a fissare nella mente più di uno o due nomi di artisti, la prima volta in cui mi sono arresa e mi sono lasciata inglobare in un flusso di immagini, ricerche, archivi, senza preoccuparmi troppo di ricordare un nome, nonostante le tante foto che ho scattato alle didascalie, nel vano proposito, dopo essere tornata a casa, di scaricare e riordinare le immagini attribuendo nomi di artisti a ciascuna foto.
I curatori auspicano la cancellazione dell’autore, a favore della “comunità allargata”, l’arte che diventi in toto uno “strumento per”, che perda la sua aura di oggetto prezioso, che venga letteralmente usata, rovinata magari, persa, rotta durante le manifestazioni a cui prende parte fungendo da stendardo o poster o striscione; l’arte di cui ci rimane a volte soltanto una documentazione, una foto sbiadita, o un’annotazione conservata in un archivio. Se questa sia la direzione da seguire, non saprei. In quello che ho visto non ho trovato la magia dell’arte, eppure ho sentito che era importante fare questa esperienza, per cercare di capire un presente e un possibile futuro con il quale dovremo fare i conti.

Artisti/LuogoTaring Padi | Hallenbad ost.

Taring Padi è un collettivo di artisti, attivisti e studenti, fondato a Jakarta, Indonesia nel 1998 durante un momento particolarmente difficile per il Paese: corruzione politica, economia al collasso e amministrazione pubblica disastrosa. Il loro primo approccio quindi è collaborativo, dettato da una coscienza politica: organizzano workshops con comunità in Indonesia e all’estero. Realizzano grandi pupazzi di carta, stampe di poster con la tecnica dell’incisione su legno, enormi stendardi e striscioni e altri oggetti che poi utilizzano per proteste e performance musicali. Questo materiale visivo diventa strumento di comunicazione e messaggio politico per proteste e rimostranze. Nella piscina Hallenbad Ost di Kassel, i Taring Padi hanno presentato più di cento oggetti, inclusi stendardi, maschere e poster utilizzati in più di  ventidue anni di attività. L’altissima qualità formale dei lavori mi ha fatto riflettere su quanto fosse strano, per come noi concepiamo l’arte, che non si potesse collegare alcun nome d’artista a una singola opera. Nessuno se ne può o se ne vuole prendere il merito. Poi, in una parte del primo piano dell’edificio era possibile vedere i lavori individuali dei singoli componenti del gruppo, quasi a dimostrare che dietro il grande lavoro tra le comunità e le realtà locali, dove l’arte è puro strumento divulgativo, l’anima del singolo artista esiste ancora, e per quanto si nasconda dietro a un nome collettivo palpita con la sua forza formale e realizzatrice. È proprio necessario e utile cancellare l’autorialità ai fini di una democratizzazione totale dell’arte e a un ribaltamento delle regole del gioco? Questo “io” è effettivamente così ingombrante?

Lucia Veronesi 

Taring Padi – Installation view – Hallenbad ost, 2022 © Alice Pedroletti

Parola: CIRCÙITO | s. m. [dal lat. circuĭtus -us, der. di circuire “andare intorno”]

Partendo dal concetto di lumbung, un sistema decentralizzato di collettivizzazione e ridistribuzione delle risorse mutuato dall’economia rurale indonesiana e trasportato in una delle principali manifestazioni internazionali d’arte contemporanea. Partendo da questo contenitore di risorse materiali e concettuali, ruangrupa ha riunito un grandissimo numero di artist*, collettivi e gruppi che hanno invitato a loro volta altr* alleat*, portando in mostra modelli di altre economie, nuovi strumenti di organizzazione, condivisione e lavoro. Senza voler compromettere il valore estetico e artistico delle opere in mostra, il complesso intreccio di persone e risorse è ciò che per me caratterizza questa documenta, la struttura portante dell’intera operazione (concettuale e politica). Una metodologia che ambisce a non diventare contenuto, ma pratica politica e che è diventa a volte visibile nei diagrammi sparsi per le diverse sedi espositive, nei testi che cercano di restituire a parole la molteplicità di soggetti ed istanze che hanno permesso ad un’opera o archivio di essere in quello spazio. Sarebbe però precipitoso pensare che la riorganizzazione del lavoro sia riuscita ad imporsi ad ogni livello dell’istituzione, tanto che sugli stessi muri è possibile leggere la lettera di protesta dei mediatori contro le precarie condizioni di lavoro all’interno dell’evento. Ho pensato tanto a quale parola potesse trasmettere al meglio queste idee – ridistribuzione, timeline, lavoro, risorse – ma ho deciso di scegliere circuito (economico) per l’idea dell’andare intorno perché penso che ciò che questa documenta, e molti dei progetti presentati, ci dimostrano è la possibilità di andare intorno/attraverso/oltre i sistemi economici, sociali e culturali delle istituzioni egemoniche dell’arte contemporanea occidentale e globale. 

Artisti | Luogo: INLAND | Museum of Natural History Ottoneum

Arte-agricoltura-territorio, le tre parole che riassumono il manifesto di INLAND, collettivo dedicato alla produzione agricola, sociale e culturale. Partendo dallo spazio rurale, identificato come lo spazio fisico e culturale privilegiato “per la generazione di modi di vita diversi che differiscono dal modello egemonico”, INLAND sperimenta strumenti collettivi per affrontare e agire sulle urgenze (economiche, ambientali, sociali) del presente. Il loro lavoro si sviluppa parallelamente su più traiettorie, che intrecciano l’auto-organizzazione alla pratica istituzionale, consapevoli dell’interdipendenza tra reti, organizzazioni e soggettività. Per documenta15, INLAND si trasforma in un ‘un-folk museum’, mettendo in mostra artefatti, progetti e modelli sul tema dell’economia rurale legati all’esperienza dell’INLAND Academy. Linee, diagrammi e circuiti che raccontano l’esperienza degli Inland Investment Plans e Shepherd School Bonds, meccanismi di sostegno finanziario socio-ambientale, e i cheesecoin, una valuta, sistema economico p2p, e dispositivo narrativo ispirato dai sistemi di scambio legati alla fermentazione lattica realizzato in collaborazione con l’artista Hito Steyerl (che ha nel mentre ritirato la sua partecipazione). Mentirei se non ammettessi di essere entrata nel padiglione piena di scetticismo, aspettandomi l’ennessima rappresentazione nostalgica del mondo pre-industriale. Tuttavia, sfuggendo ad una facile romanticizzazione della vita rurale, i grafici di INLAND offrono un esempio importante di riorganizzazione e produzione fondata su sostenibilità, abbondanza e interdipendenza. 

Fabiola Fiocco

documenta fifteen -Gudskul, Installation view – Fridericianum, Kassel, 2022 © Fabiola Fiocco