C’entra come un gatto aggiusta il suo corpo in caduta, ma anche con la tradizione dell’arte italiana del ‘900. C’entra l’immaginario della provincia, ma anche una citazione tanto colta quanto calzante di un romanzo allegorico. Tante narrazioni si intrecciano nella prima mostra personale a Napoli di Diego Perrone, ospitata alla Fondazione Morra Greco fino al 4 luglio 2026. La mostra, a cura di Giulia Pollicita e ospitata nei suggestivi saloni di Palazzo Caracciolo d’Avellino, ha per titolo un’immagine che ha del surreale: Il sole come un gatto.
La mostra spazia attraverso diversi linguaggi e medium, muovendosi liberamente all’interno di alcuni dei motivi e repertori formali della pratica ormai ultraventennale di Perrone. Dall’immagine in movimento all’installazione ambientale e sonora, dalla fotografia alla scultura, le opere in mostra consegnano un paesaggio ideale e sinestetico che sembra eseguire il ritratto di un attimo transitorio.
Seguono alcune domande a Giulia Pollicita, per entrare nel merito di temi e scelte artistiche di Diego Perrone..
Elena Bordignon: Leggerezza e profondità, nella pratica di Diego Perrone, sembrano andare a braccetto. Nel raccontare la mostra, si cita Perelà, il protagonista del romanzo allegorico Il codice Perelà (1911) di Aldo Palazzeschi, noto anche Pererà uomo di fumo. Nel romanzo è un essere leggerissimo che rappresenta la libertà, l’impalpabilità e l’assenza di peso. Che relazione hai intravisto tra Pereà e Perrone?
Giulia Pollicita: Credo che nel lavoro di Diego ci sia un’attitudine alla libertà immaginativa e poetica che, nella mostra, si è trasformata in un affresco di paesaggi, atmosfere, e momenti che resistono a una lettura intellettualizzata e logico-razionale. Chiedono invece a chi fa esperienza delle opere di lasciarsi prendere per mano e accettare un grado di opacità, insondabilità, che non risponde a inquadramenti razionali o percorsi logici. La libertà intuitiva con cui Diego risponde a delle suggestioni, cercando di fissare delle immagini di per sé impalpabili, seguendo dei percorsi poetici, il tentativo impossibile di dar forma al senza forma, è l’impressione alla base di questa intuizione. Un elemento molto importante, in questo, è inoltre una leggerezza ben ponderata, che nel personaggio del romanzo di Palazzeschi è il risultato di una conoscenza profondissima del reale, mediata dallo studio, l’ascolto del mondo, accumulato nel corso di trenta lunghi anni di semi-solitudine di questa creatura di fumo dentro il comignolo della casa di tre anziane, Pena, Rete e Lama, la cui scomparsa segna proprio la venuta al mondo di Perelà. La loro figura è quella metaforica della conoscenza intellettualizzata, acquisita tramite lo studio, il racconto orale, la lettura, la meditazione contemplativa. Tutti elementi che in realtà tornano nel lavoro di Diego, che però si scrolla via da dosso qualsiasi tipo di polvere data da questo tipo di accumulo e agisce più da filiazione quasi inconsapevole: per questo nel suo lavoro è possibile vedere in controluce non solo la tradizione rurale, del mondo contadino, quindi la storia di un’Italia di provincia, ma anche tutta la filiazione che lo porta ad essere figlio e parente della grande tradizione artigianale e artistica italiana, dall’Arte Povera a quella della statuaria modernista, dal futurismo all’immaginario horror post-apocalittico anni Ottanta, distopie quasi sci-fi e sicuramente post-digitali, come lasciano intravedere le sue opere storiche: dal riferimento alla Vittoria di Adolfo Wildt al futurismo di Boccioni in La Mamma di Boccioni in Ambulanza, nello stesso Pendio Piovoso Frusta la Lingua a Totò Nudo.



EB: Mondo rurale, animale e popolare sono concetti sviscerati da sempre da Perrone. In relazione a questa mostra, come entrano e sono sviluppati dall’artista?
GP: Ne Il sole come un gatto il mondo animale è decisamente centrale. In questo caso, è profondamente legato ad una poetica dell’archivio e della memoria personale / autobiografica, considerato che l’installazione Senza Titolo (1995–2026) nasce dall’utilizzo di una selezione di diapositive inedite realizzate nell’ambito dell’iconico autoritratto di Diego con una gallina in testa, sempre del 1995, anch’esso in mostra come opera della Collezione Morra Greco. Gli animali, galline, maialini, oche, tutti abitanti del mondo rurale e contadino, immortalati nella campagna della casa dei genitori di Diego sono quasi sempre con l’artista. Ne emerge un autoritratto, una sorta di specchiamento che credo faccia emergere ulteriori livelli di riflessione e considerazioni attorno alla figura anche filosofica dell’animale e quella dell’artista. Direi che in relazione a Il sole come un gatto, quindi, questi temi sono sviluppati da una prospettiva fortemente personale, quasi intima, autobiografica, rispecchiando anche la trasformazione del mondo tra il 1995 (ovvero la pubblicazione dell’autoritratto di Diego con una gallina in testa) e il presente. Un aspetto che metterei in evidenza, in relazione anche alla scomparsa di un mondo come quello rurale, o la sua trasformazione, se non altro, oltre a quello dell’archivio, è l’impalpabilità (se vogliamo anche dell’archivio stesso, della sua memoria storica). L’installazione delle diapositive è anche un’installazione fatta, essenzialmente, di luce. La proiezione analogica delle diapositive è eseguita direttamente sull’architettura del Palazzo e sulle sue pitture murali. Questo aspetto, oltre ad essere una scelta di display, segue una doppia inclinazione e motivazione di poetica: l’idea di stabilire un contatto tra interno ed esterno, una dialettica anche tra l’ornamentazione delle decorazioni e le immagini, con il loro contesto, profilando due realtà totalmente differenti, una naturale, l’altra stratificata fatta di architettura, storia dell’arte – che sono anche due poli tra cui si muove la pratica di Perrone. Dall’altra parte, suggerisce una leggerezza che è anche legata alla luce, e alle riflessioni più recenti di Diego attorno ai giochi di riflessi, la temporalità, il momentaneo e l’effimero, che ha sviluppato in un’altra sede e con altri linguaggi nella pittura e nella fotografia in mostre più recenti qui a Napoli.
EB: Fotografia, scultura, video: l’artista spazia in diversi mezzi espressivi. Mi racconti come ha utilizzato questi mezzi in relazione alle opere in mostra?
GP: Ne Il sole come un gatto siamo partiti dallo spazio per orientarci nella pratica di Diego. Rispondendo alla sfida posta dai limiti strutturali di un palazzo vincolato, e dalla forte caratterizzazione degli spazi di Palazzo Caracciolo d’Avellino, abbiamo cercato di non trovare soluzioni facili e di reimmaginare, in maniera site-specific, lavori esistenti (come Pendio piovoso frusta la lingua, 2026), nuove iterazioni parzialmente rivisitate (come l’installazione delle diapositive o la stessa scultura di Pendio Piovoso), cercando di far dialogare linguaggi differenti con l’architettura e l’organizzazione degli spazi del primo piano della Fondazione. In questo senso abbiamo lavorato con il video, proiettato sia in analogico che in digitale, giocoforza, quindi, con la fotografia, nella proiezione analogica delle diapositive, con il suono, il display (che implica disegno e pittura), la scultura. L’immaginario animale, ma soprattutto organico, evocato non solo attraverso la presenza frontale degli animali nelle diapositive, ma anche la scultura–antropomorfo-vegetale, quindi, che corrisponde alla scelta di focalizzarci su un preciso aspetto della pratica e poetica di Diego, è stato così declinato in più direzioni.


EB: In mostra c’è un’opera – Pendio piovoso frusta la lingua (2026) – che sviluppa o trasforma un’opera del 2010. Mi racconti perché l’artista ha sentito la necessità di ritornare a un lavoro passato per darne una nuova interpretazione?
GP: Riguardo a Pendio Piovoso Frusta la Lingua è stata una decisione presa insieme a Diego, a valle di un dialogo sul suo lavoro che abbiamo intavolato in preparazione della mostra. Pensando retrospettivamente alla sua pratica, e cercando dei punti di connessione e ingresso per me nella sua storia, questo lavoro ci è sembrato molto attuale. Il fatto che ne esistano poche iterazioni e che sia un linguaggio o una parte del linguaggio formale e scultoreo di Diego che non si vede in mostra da un po’ ci è sembrato altrettanto stimolante. Alla fine, quando abbiamo chiuso il progetto di mostra, si è incastrato con gli altri pezzi del puzzle perfettamente e in maniera quasi inaspettata. Un corpo organico, animal-vegetale, insondabile e criptico, come tutti gli animot che lo circondano. Ci piaceva inoltre che rimanesse bianco e virginale, quasi, staccandosi completamente dagli ambienti del Palazzo. Per me oggi questo lavoro parla di fluidità, scardina in maniera analogica l’antropocentrismo chiamando in causa un senso di queerness, se proprio volessimo sintonizzarci con le parole chiave del presente, di unione dell’umano e del più che umano, anche un senso spaventoso e incombente di distopia, nel suo trasfigurare la percezione interiore di un paesaggio montagnoso nel mezzo di una tempesta e la paura che ne deriva. Fotografa anche, forse, un sentimento attuale abbastanza globale e diffuso, di terrore e ansia sociale, per l’appunto. Restando nell’attualità, credo che si sia perso il senso dello shock, con la cultura del politically correct e tutte le emanazioni che ne derivano. Credo che ci stiamo irrigidendo all’interno di strutture che disciplinano il linguaggio, il pensiero e l’espressione. Anche se questo accade per garantire una maggiore inclusione, accessibilità, credo anche in età di formazione non aiuti a rispondere di fronte allo shock. Anche se la paura è un sentimento che non ci manca, mi sembra che sia importante continuare ad affrontarla a spalle larghe, trasfigurando o sublimando la paura in poesia, impeto creativo, risposta critica alla realtà. Ma forse sono andata troppo oltre Pendio Piovoso Frusta la Lingua.
Cover: Diego Perrone, Il sole come un gatto, Fondazione Morra Greco, 2026.

