
Testo di Simone Pellizzari —
Entrando nell’Impluvium di Triennale Milano si ha l’impressione di arrivare troppo presto. Alcune opere sembrano appena installate, altre attendono ancora di essere disimballate, mentre un recinto in Orsogrill delimita quello che assomiglia – inizialmente – più a un cantiere che a un ambiente domestico. Nulla suggerisce l’idea di una casa compiuta. Tutto sembra invece appartenere a uno spazio in continua trasformazione.
Fino al 4 ottobre 2026 Triennale Milano presenta Davide Stucchi. Temporary Rooms, mostra personale dell’artista bresciano, curata da Damiano Gullì. Pensato appositamente per gli spazi dell’Impluvium, il progetto trasforma l’ambiente espositivo in un modulo abitativo temporaneo, destinato a modificarsi per tutta la durata della mostra attraverso quattro riconfigurazioni successive – bagno, salotto, camera da letto e cucina – che scandiscono il progressivo mutamento dello spazio.
Più che ricostruire un interno domestico, Stucchi ne mette in scena la natura precaria. Attraverso opere che attingono ai linguaggi del design e della scenografia, gli oggetti vengono sottratti alla loro funzione abituale, scomposti o ricombinati, dando forma a un ambiente in cui l’abitare non è una condizione acquisita, ma un processo in continua ridefinizione. È una ricerca che sembra dialogare con un interesse sempre più evidente della programmazione recente di Triennale verso il design come linguaggio capace di attraversare discipline differenti. Se le grandi mostre dedicate ai protagonisti della progettazione ne hanno raccontato la storia e l’evoluzione, Stucchi ne assorbe invece il lessico per metterlo al servizio di una pratica installativa che resta profondamente artistica. La casa diventa così una costruzione culturale prima ancora che architettonica, attraversata da memorie, desideri e trasformazioni che riflettono alcune delle tensioni del vivere contemporaneo, dalle nuove forme di mobilità e instabilità esistenziale alla sempre più labile distinzione tra spazio pubblico e privato.


L’allestimento accompagna coerentemente questa riflessione. Le recinzioni metalliche delimitano uno spazio senza mai isolarlo completamente, lasciando che lo sguardo attraversi l’ambiente e si soffermi sugli imballaggi delle opere ancora in attesa di essere installate. Anche questi elementi, normalmente relegati al dietro le quinte dell’esposizione, entrano a far parte della narrazione, suggerendo che la casa immaginata da Stucchi non coincida mai con una forma definitiva, ma con un continuo processo di ripensamento, sostituzione e adattamento.
Questa idea attraversa anche le singole opere, che evitano qualsiasi dimensione descrittiva per trasformare oggetti comuni in presenze ambigue. In Reckless Whisper (2025), due sedie Thonet sono separate da un sottile anello luminoso che sospende la loro funzione originaria e costruisce una relazione quasi teatrale tra i due elementi. Poco distante, Sassy LED (2025), durante la visita, risultava non illuminata: un dettaglio probabilmente contingente che attenuava il ruolo della luce nell’opera, lasciando emergere soprattutto la qualità scultorea della veneziana metallica che avvolge il pannello LED.
Questa logica di slittamento funzionale attraversa anche gli altri lavori presenti nello spazio, come Electrician’s carpet (2025), una serie di griglie calpestabili normalmente destinate a occultare il passaggio dei cavi viene ricomposta come un tappeto, trasformando un’infrastruttura tecnica in un elemento domestico. Allo stesso modo, Does it open inward or outward? (2023) suggerisce la presenza di una porta senza mai mostrarla: una maniglia e alcune placche copri-toppa bastano a evocare una soglia invisibile, facendo dell’accesso un’ipotesi più che una certezza.



Anche From the Other Side (2024) lavora su questo continuo spostamento di significato, sostituendo i tradizionali cartellini di un citofono con una serie di specchi che restituiscono l’immagine di chi guarda, trasformando un dispositivo di identificazione in un’occasione di autoriflessione. Persino Handle Me with Care (day shift) (2026), che ricompone elementi di serramenti in PVC nella forma di un divano, evita qualsiasi intento mimetico: l’oggetto conserva la memoria della propria origine costruttiva, rendendo evidente come l’idea stessa di arredo derivi qui da un processo di continua riconversione piuttosto che da una funzione stabile.
Più che sulla riconoscibilità dei singoli arredi, la ricerca di Stucchi insiste quindi sulla loro capacità di produrre immagini e relazioni. Gli oggetti smettono di essere semplici elementi funzionali per assumere una dimensione quasi performativa, in cui il design dialoga costantemente con la scenografia e con il display espositivo. In questo senso, l’Impluvium non ospita semplicemente una mostra, ma diventa esso stesso parte integrante del dispositivo narrativo costruito dall’artista.
Temporary Rooms evita così di offrire un’immagine univoca dell’abitare contemporaneo. La mostra prende forma attraverso un processo di continue sostituzioni e riconfigurazioni, facendo della trasformazione il proprio principio costitutivo.
Quando si concluderà, nessun visitatore avrà visto davvero la stessa casa: ogni fase avrà ridefinito la precedente, facendo coincidere l’opera non con una forma definitiva, ma con il suo continuo farsi.
Cover: Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views. Foto Andrea Rossetti © Triennale Milano


