Un programma culturale può mettere in discussione le strutture di potere che racconta senza interrogare anche le proprie? A partire dalla quarta edizione di WITCHES / Brand New Self, ideato insieme a Elisa Di Liberato per Centrale Fies, Virginia Sommadossi riflette sulle politiche della rappresentazione, sulla responsabilità delle istituzioni culturali e sulla possibilità di tradurre un posizionamento politico in pratiche concrete.
Dal 13 novembre 2026 al 12 febbraio 2027, WITCHES torna a Centrale Fies con “Fino a Farti Tremare”, una mostra e un Public Program che intrecciano arti visive, performance, ricerca, letteratura, editoria e pratiche collettive. Sostenuto dal MiC e da SIAE nell’ambito del bando Per Chi Crea 2026.
Al centro, il mostruoso femminile e il mito della bellezza, ma soprattutto il tentativo di costruire uno spazio transfemminista capace di vivere anche oltre gli appuntamenti pubblici.

Intervista con Virginia Sommadossi —
Dal raduno di pratiche a un dispositivo che può trasformare l’istituzione
ATP DIARY: Nella nostra prima intervista, nel 2024, definivi WITCHES / Brand New Self un «raduno di pratiche», nato dal desiderio di condividere conoscenze e immaginari che attraversavano la ricerca di Centrale Fies. Siamo alla quarta edizione. Che cosa è cambiato da allora?
Virginia Sommadossi: Mi verrebbe da dire che è cambiato soprattutto il modo in cui interroghiamo le possibilità di quelle pratiche. WITCHES nasceva da una condizione che considero tuttora un privilegio, ossia quella di lavorare quotidianamente in un centro di ricerca sulle pratiche performative contemporanee, che vuol dire essere attraversate da una quantità straordinaria di forme non solo artistiche, ma di pensiero.
Gli incontri con le persone che lavorano in questo mondo, i linguaggi utilizzati, le loro provenienze culturali, non fanno altro che metterci dinanzi ad altre realtà, alcune di queste entrano direttamente nei processi artistici o nei loro esiti, altri rimangono apparentemente ai margini della ricerca, ma inevitabilmente ci spingono verso nuove domande e creano connessioni.
Con Elisa Di Liberato ci eravamo chieste come rendere condivisibile tutto questo patrimonio, comprese le conoscenze accidentali, quelle che si producono nell’incontro e non necessariamente dentro un progetto già definito, così come gli immaginari che tutte queste cose messe assieme vanno a formare.
Da qui era nata l’idea di un raduno di pratiche, uno spazio di contaminazione tra discipline, saperi ed esperienze differenti. Quell’intuizione rimane centrale, ma oltre al mettere in circolo conoscenze, abbiamo iniziato a domandarci quali condizioni possano consentire a quelle conoscenze di incidere sulla realtà, sulle relazioni, perfino sulle strutture che le ospitano.
Il passaggio su cui stiamo quotidianamente lavorando lo sintetizzo da qualche anno così con la frase: “passare dalle tematiche alle pratiche”. Mi interessa comprendere come un posizionamento teorico e politico possa tradursi in scelte, responsabilità, e modalità organizzative. In questo caso ci chiediamo cosa può portare avanti WITCHES, oltre ai temi che decide di affrontare e alle pratiche artistiche presenti nel public program.
ATP DIARY: È una questione che riguarda il funzionamento stesso delle istituzioni culturali. Possiamo costruire programmi radicali nei contenuti, ma continuare a riprodurre modelli organizzativi e relazioni di potere molto tradizionali. Come affrontate questa contraddizione?
VS: Penso sia una delle contraddizioni più scivolose e meno risolte del sistema culturale contemporaneo. Le istituzioni culturali possono convocare le voci più autorevoli del pensiero femminista, transfemminista, antirazzista, proporre programmi sofisticati, interrogare e rendere visibili la marginalità, l’esclusione e le gerarchie del sapere, e contemporaneamente continuare a lavorare attraverso dispositivi che quelle stesse gerarchie le riproducono, molto spesso perché abbiamo ereditato modelli di funzionamento che consideriamo naturali.
Chi programma, chi produce conoscenza, chi prende parola, chi ascolta, chi decide come utilizzare uno spazio o a quali pratiche destinare le risorse? Quando parliamo di autodeterminazione, di corpi che reclamano il diritto di occupare spazio, di accessibilità o di pluralità dei saperi, non possiamo limitarci a rappresentare queste istanze all’interno di un programma culturale, dobbiamo trovare le forze -anche economiche- di trasformarlo in politiche culturali. Dobbiamo chiederci quali conseguenze possano avere anche nel nostro modo di operare. Credo che WITCHES, in questa quarta edizione, tenti proprio di aprire questa contraddizione, senza pretendere di risolverla. È anche da qui che nasce la collaborazione mia e di Elisa con Stefania Santoni, feminist cultural practitioner, che insieme a un gruppo informale di dieci giovani under 20 ha dato vita a un percorso di formazione e autoformazione collettiva sostenuto dal Bando Rigenerazioni della Provincia di Bolzano e da Piano B – Piano Giovani Alto Garda e Ledro. Un percorso che ha coinvolto anche figure come Alessia Dulbecco e Margherita Paoletti, per interrogare il mito della bellezza e il mostruoso femminile attraverso linguaggi, strumenti e spazi condivisi, capaci di entrare in relazione con quella fase della vita tanto delicata quanto potenzialmente deflagrante, in cui il rapporto con il proprio corpo, con lo sguardo altrui e con le aspettative sociali si fa particolarmente intenso. Dai loro incontri nascerà un mazzo di “conversation cards” per aprire nuove possibilità di dialogo, anche oltre il gruppo che lo ha immaginato.



Dall’istituzione alla realtà istituente
ATP DIARY: Questo ragionamento sembra avvicinarsi all’idea di “realtà istituente”: un’istituzione che non si limita a conservare, rappresentare e legittimare pratiche, ma che accetta di essere trasformata dalle stesse.
VS: Assolutamente si, ed è una questione sulla quale rifletto da molto. Credo che un’istituzione culturale abbia una responsabilità che va oltre la qualità della programmazione che produce. Deve interrogarsi continuamente su quali condizioni materiali, economiche e relazionali rendano possibile la ricerca, su quali forme di conoscenza riconosca come legittime e su quanto sia disponibile a mettere in discussione le proprie strutture. A Centrale Fies abbiamo progressivamente costruito un modello di lavoro nel quale le pratiche artistiche non sono soltanto contenuti da ospitare o sostenere, ma soggetti capaci di interrogare anche l’istituzione. Questo comporta un esercizio costante di riposizionamento, significa allenarsi a cambiare punto di vista, rivedere le proprie posture, accettare che una ricerca possa produrre conseguenze non completamente prevedibili, anche sul modo in cui organizziamo il lavoro. È uno scarto che mi interessa molto, quello di passare dall’istituzione come struttura già definita all’istituzione come processo che continua a istituirsi (e a istituire cose). Per me il carattere istituente non coincide con una forma organizzativa ideale, raggiunta una volta per tutte, è piuttosto una disposizione a rimettere continuamente in discussione ciò che si è istituito. E soprattutto a riconoscere che non basta offrire alle pratiche artistiche la possibilità di trasformare chi le incontra. Bisogna accettare che possano trasformare anche chi le ospita. Da qui l’idea di tenere aperto lo spazio di FINO A FARTI TREMARE anche oltre il Public Program, mettendolo gratuitamente a disposizione di associazioni e gruppi informali. Uno spazio curato, ma non già definito nei suoi usi, dove possano nascere pratiche, pensieri e relazioni impreviste.
ATP DIARY: Entriamo nella quarta edizione. Il Public Program si intitola Fino a Farti Tremare e mette in relazione due grandi costruzioni culturali: il mostruoso femminile e il mito della bellezza. Che cosa vi interessa indagare attraverso queste figure?
VS: principalmente quanto siamo vittime di questo e in che modo invece, cambiando le leve, possa diventare una skill in più, un potere trasformativo che rovesci questa dinamica di potere. Ci interessa poi la stretta relazione tra il mito della bellezza e il mostruoso femminile, dove da una parte c’è il corpo desiderabile, che aderendo alla norma ottiene riconoscimento e appartenenza e dall’altra quello mostruoso che, proprio perché sfugge alla norma, viene marginalizzato. Due forme diverse di controllo che condizionano profondamente il nostro modo di guardare e di guardarci. La bellezza, quando diventa norma, è una prescrizione e il mostruoso è frequentemente la categoria attraverso cui una società identifica, rappresenta e disciplina ciò che sfugge a quella prescrizione.
I miti, la letteratura, il cinema sono pieni di queste figure, corpi femminili desiderati e puniti, madri mostruose, giovani donne possedute, creature ibride, corpi femminili considerati troppo liberi, troppo erotici, troppo indipendenti, troppo poco riconducibili a una categoria rassicurante. Alessia Dulbecco, durante una lezione sull’importanza delle parole, alle under 20 di Witches YOUNG, ha fatto notare come la parola “troppo” sia spesso una red flag di giudizio, perché trasforma una caratteristica in eccesso da correggere. Con lo sguardo, l’arte e le lezioni di Binta Diaw (artista in mostra) e Mackda Ghebremariam Tesfau’ (sociologa e membro della board di Centrale Fies), andremo a sottolineare come questi dispositivi non agiscono allo stesso modo su tutti i corpi, di come si intrecciano con costruzioni razziali, gerarchie sociali, norme di genere, età, abilità. E anche ciò che viene definito desiderabile o minaccioso è distribuito in modo profondamente diseguale. Le riflessioni di Barbara Creed, seguite da quelle di Jude Ellison Sady Doyle, o quelle di Naomi Wolf e di molte altre autrici, ci hanno permesso di interrogare queste costruzioni. Ma non ci interessa semplicemente ripercorrere una genealogia delle rappresentazioni del femminile. Questo progetto vuole raccontare e chiedersi chi ha avuto storicamente il potere di definire ciò che è bello, normale, desiderabile, mostruoso, e che cosa succede quando quel potere di definizione viene contestato.
ATP DIARY: Eppure oggi la figura della strega, così come quella del mostruoso femminile, attraversa anche la moda, il design e la cultura pop. Persino la trasgressione può diventare un’estetica facilmente consumabile. Non rischiamo di neutralizzare proprio ciò che vorremmo rendere perturbante?
VS: Certamente, ed è un rischio che trovo importante non rimuovere, ma non credo esistano immagini politicamente pure, immuni dalla possibilità di essere assorbite dal mercato o svuotate di significato, e ultimamente la velocità con cui questo avviene è particolarmente elevata. Inizialmente con Elisa Di Liberato avevamo pensato di mettere in mostra opere che non avessero forme antropomorfe, come i serpenti di Ambra Castagnetti, i capelli intrecciati di Binta Diaw, l’opera tessile, indossabile da cinque persone contemporaneamente de Le Fate, o i suoni indisciplinati di Adriana Ghimp. Ma poi abbiamo disobbedito ai nostri stessi precetti, e con la serie di video Sirenomelia di Agnes Questionmark, il corpo si è ripreso uno spazio importante, per mettere in crisi proprio le categorie di bello e mostruoso. Una provocazione simile la compirà la makeup artist Vanessa Icareg, che lavorerà sulle possibilità di mutare il proprio volto e di ibridarsi, in tempo reale, in un’azione performativa dinanzi al pubblico. Per tornare alla domanda, la figura della strega è emblematica, sappiamo tutte che è un’immagine storicamente legata alla persecuzione, alla marginalizzazione e al controllo dei corpi e dei saperi femminili e che oggi può diventare anche un oggetto estetico seducente a tal punto da diventare commercializzabile. Trovo estremamente interessante però il modo in cui queste figure (pratiche artistiche, filosofie o pensieri) attraversano territori diversi, compresi quelli apparentemente più lontani del pensiero critico e politico. Il problema sarà semmai a posteriori, ossia che cosa rimanga della loro capacità di mettere in crisi un ordine.
L’horror, in questo senso, è un territorio straordinario e la lecture performance di Teodora Grano “LE ICONICHE MOSTRUOSE DELL’HORROR: dead blondes, final girls, bad Mothers and possessed little girls” ci farà proprio da Atlante in questo genere cinematografico che ha contribuito a costruire rappresentazioni violentissime del femminile. Allo stesso modo nell’horror proliferano creature che destabilizzano continuamente i confini tra umano e non umano, naturale e artificiale, desiderio e repulsione. Un film che ho amato è proprio BORDER- Creature di confine (Gräns, 2018), che ha lavorato sull’immaginario horror, intimo e sociale, moltiplicando le possibilità di rappresentazione, compresa la possibilità di essere contraddittorie, opache, ambivalenti. Questo si collega molto anche alle critiche, alcune molto recenti, che ho avuto per il mio lavoro di creative director, perché non credo che tutte le immagini debbano necessariamente rassicurarci dandoci risposte, ma mantenerci irrequieti e vivi facendo scaturire domande.



ATP DIARY: Nel programma convivono arti visive, ricerca sonora, letteratura, performance e pratiche partecipative. Dalle opere di Agnes Questionmark, Ambra Castagnetti e Binta Diaw alla ricerca musicale di Adriana Ghimp, fino alle riflessioni di Mackda Ghebremariam Tesfaù e Laura Pugno. Come avete costruito il dialogo tra linguaggi tanto differenti?
VS: Non ci interessava costruire un programma nel quale ogni presenza fosse chiamata a dimostrare una tesi, e poi non siamo delle “curatrici”. Il nostro compito era quello di provare a creare un dispositivo, uno spazio che stimolasse il pensiero critico attraverso l’immaginazione e l’arte. Con Elisa lavoriamo insieme ormai da più di dieci anni e lo facciamo in modo istintivo, e le nostre associazioni abitano paesaggi distanti tra loro, che ci viene naturale far dialogare. Tendenzialmente ci interessa che le pratiche e le opere possano introdurre delle complicazioni. Quelle che abbiamo coinvolto interrogano il corpo, la trasformazione, la costruzione dell’identità e dell’alterità, ma lo fanno attraverso linguaggi, esperienze e posizionamenti anche molto distanti. La ricerca di Mackda Ghebremariam Tesfau’ sull’intreccio tra performatività di genere e costruzione coloniale del colore, le trasformazioni del corpo nella letteratura di Laura Pugno, il lavoro sull’immaginario horror di Teodora Grano, così come la ricerca sonora di Adriana Ghimp, non devono necessariamente comporre un discorso uniforme. Ci interessa che possano aprire prospettive differenti. Sta sempre in quell’alveo che abbiamo chiamato “dalle tematiche alle pratiche”, in fondo, è ciò che cerchiamo di fare da anni a Centrale Fies. Credo che la complessità non debba essere addomesticata per rendere un programma facile, dobbiamo piuttosto costruire le condizioni perché persone differenti possano attraversarla, ciascuna a partire dalla propria esperienza.
ATP DIARY: Una delle novità più significative di questa edizione è la volontà di costruire uno spazio transfemminista che possa vivere anche tra un appuntamento e l’altro. Che cosa significa, concretamente, dare una forma spaziale e organizzativa a un posizionamento politico?
VS: Credo che la prima cosa sia riconoscere che uno spazio non diventa transfemminista per il solo fatto di ospitare contenuti che parlino, mostrino o facciano spazio alle differenze dentro un ordine già stabilito, ma di riconoscere alle differenze il potere di trasformare quell’ordine. Provo a spiegarmi meglio. Possiamo invitare artiste e artisti, ricercatrici e ricercatori, ad affrontare questioni legate all’autodeterminazione, ai corpi e alle norme di genere, ma questo non produce automaticamente un cambiamento nel modo in cui uno spazio funziona. Dobbiamo chiederci chi può attraversarlo, chi si sente legittimato a occuparlo, quali forme di conoscenza vi trovano riconoscimento, quali relazioni possono svilupparsi al suo interno.
E allora con Elisa abbiamo immaginato che lo spazio di WITCHES potesse avere una vita non completamente coincidente con la programmazione pubblica.
Tra una mostra, una performance e un incontro, sarà possibile utilizzarlo gratuitamente, su richiesta, per letture, riunioni, pratiche collettive, momenti di autoformazione o semplicemente per incontrarsi e confrontarsi. Ci saranno anche i Silent Reading Party, organizzati insieme alla libreria Due Punti di Trento di Elisa Vettori e Federico Zappini, nostri partner in crime da anni. Ci interessa che lo spazio possa diventare un luogo nel quale sostare, e non soltanto assistere, che è una distinzione apparentemente semplice, ma credo abbia piccole conseguenze importanti. Naturalmente non basta aprire una porta per trasformare un’istituzione, e sarebbe ingenuo pensarlo, ma forse da scelte apparentemente piccole possono cominciare a modificarsi alcune relazioni tra chi programma, chi partecipa e chi abitualmente non riconosce i luoghi della cultura come spazi ai quali ha diritto di accedere.
ATP DIARY: Mettere a disposizione uno spazio è un gesto importante, ma non significa necessariamente redistribuire il potere. L’istituzione continua a decidere tempi, condizioni di accesso e risorse. Dove collochi il confine tra ospitalità, partecipazione e reale trasformazione istituzionale?
VS: È una domanda fondamentale, affinchè non si confondano queste tre dimensioni. Aprire uno spazio è una forma di ospitalità, riempirlo con gli esiti della ricerca artistica e di pensiero può essere già una scelta significativa. Consentire alle persone di utilizzarlo per sviluppare iniziative autonome, gratuitamente, introduce un grado diverso di partecipazione.
Ma la trasformazione istituzionale è una questione ulteriore, riguarda la possibilità che ciò che accade dentro quello spazio modifichi sia chi partecipa che il soggetto che lo rende disponibile. Credo che nelle istituzioni culturali si parli spesso di partecipazione come se fosse un valore in sé, senza interrogare abbastanza le condizioni attraverso cui viene organizzata. In WITCHES stiamo provando a introdurre un margine di autonomia diverso, aprendo lo spazio della mostra, nei giorni diversi dal public program, ad altre persone o gruppi per fare in modo che lo spazio possa essere attraversato anche da desideri e domande che non abbiamo formulato noi. Non significa che le asimmetrie scompaiano. Centrale Fies continua a disporre delle risorse, a sostenere le responsabilità organizzative e a definire alcune condizioni di utilizzo. La questione, però, è quanto queste condizioni possano essere interrogate e, eventualmente, rinegoziate. Mettere a disposizione un luogo sicuro dove non sentirsi addosso il giudizio, o dove lo sguardo sui corpi possa cambiare anche grazie alle riflessioni collettive o per aver preso ispirazione da un’artista. Occasione anche per conoscere altre persone che vivono o attraversano il territorio.
ATP DIARY: All’interno dello stesso spazio confluisce anche WITCHES / Brand New Self YOUNG, che coinvolge un gruppo informale di adolescenti insieme a Stefania Santoni. Quale ruolo possono avere le giovani generazioni in un progetto che interroga la costruzione dell’identità, le norme sociali e gli immaginari del corpo?
VS: in realtà le giovani adolescenti sono già un gruppo “altro” di persone che vivono qui, ma che ancora non conoscevamo e alle quali abbiamo provato a dare uno spazio sicuro in cui stare e produrre pensiero. Dare in mano a delle persone adolescenti degli strumenti per essere critiche nei confronti di linguaggi, criteri e forme di legittimazione che le persone adulte hanno già definito ma, allo stesso tempo, aprirsi all’ascolto e creare uno spazio dove possano confrontarsi tra loro, è un modo per riconoscere che queste persone sono già produttrici di cultura, di immaginari e di forme di conoscenza.
Quando affrontiamo temi legati al corpo, all’identità, alla rappresentazione di sé, credo sia fondamentale evitare di assumere una posizione esclusivamente pedagogica: ecco perché il gruppo è formato da Stefania Santoni e da dieci under 20, in un loro personale sistema di apprendimento reciproco, capace di costruire situazioni con un doppio o multiplo movimento.
Nel percorso le adolescenti hanno sperimentato linguaggi artistici e performativi con Margherita Paoletti per dare forma a immaginari, hanno lavorato con chi si prende particolarmente cura delle parole come Alessia Dulbecco e Stefania Santoni e hanno elaborato pensieri ed esperienze personali in un contesto che riconosce valore anche a ciò che non è immediatamente traducibile in una spiegazione.
Credo sia interessante che questo lavoro confluisca nello stesso ambiente attraversato dalle ricerche di artiste, scrittrici e performer, perché la compresenza di esperienze e forme di conoscenza differenti può mettere in discussione anche le nostre idee su chi sia autorizzato a produrre sapere.

ATP DIARY: Centrale Fies lavora da molti anni in un contesto -quello del Trentino- distante dalle grandi città e dai principali centri di produzione e legittimazione dell’arte contemporanea. Quale relazione può costruire un progetto come WITCHES con il territorio che lo ospita, senza cadere nella retorica della partecipazione locale?
VS. Con WITCHES stiamo provando a introdurre un margine di autonomia diverso, aprendo lo spazio della mostra, anche tra un appuntamento e l’altro, a gruppi e associazioni che desiderino incontrarsi, leggere, discutere, elaborare pensiero un collettivo, senza chiedere loro di aderire a un programma già definito. Naturalmente esiste una precisa direzione curatoriale, ma è uno spazio pensato anche per generare domande, mettere in circolo immaginari e offrire strumenti di riflessione. Ci interessa che da queste sollecitazioni possano nascere conversazioni e percorsi autonomi, anche molto distanti da quelli che avevamo immaginato. Non chiediamo alle persone di partecipare al nostro pensiero, ma proviamo a creare le condizioni perché possano sviluppare il proprio.
Credo che una delle problematiche del rapporto tra arte e territorio sia continuare a immaginare il territorio come un’entità già definita, con caratteristiche, bisogni e identità relativamente stabili. Il territorio non è lo sfondo nel quale portiamo un progetto culturale, e nemmeno una comunità omogenea alla quale rivolgerci, ma una materia viva, fatta di corpi che arrivano e ripartono, storie differenti, economie, desideri, conflitti e modi anche molto distanti di abitare uno stesso luogo. In questo senso, il compito di un centro di ricerca come Centrale Fies non è necessariamente rappresentare il territorio o confermarne un’identità. Mi interessa molto di più la possibilità di renderlo meno ovvio o di creare alternative che si affianchino a ciò che c’è già. Credo sia altrettanto importante sottrarsi alla contrapposizione tra una ricerca artistica internazionale, considerata complessa o specialistica per la quale abbiamo già un pubblico sia italiano che estero, e una proposta che qualcuno pensa essere più vicina al territorio, spesso associata all’idea di accessibilità intellettuale e partecipazione. È una distinzione che non ci appartiene. Non vogliamo semplificare la ricerca per renderla accessibile, né trasformare la partecipazione in un esercizio di consenso. Ci interessa piuttosto creare le condizioni perché pratiche, pubblici e desideri differenti possano coesistere, incontrarsi e magari modificarsi reciprocamente. Perché la prossimità non si misura nella semplicità dei linguaggi, ma nella possibilità reale di entrare in relazione. WITCHES vuole crearecondizioni che permettano a persone che normalmente non condividono questi linguaggi, esperienze o spazi, di incontrarsi qui e di riconoscersi come interlocutrici. Da questo punto di vista questo progetto ci permette di costruire accessi differenti alla ricerca artistica, senza chiedere alle persone di possedere necessariamente una familiarità con il sistema dell’arte contemporanea, è un modo per riconoscere la pluralità dei modi attraverso cui quella complessità può essere attraversata.
ATP DIARY: La quarta edizione di WITCHES riunisce differenti linee di progettazione e sostegno, facendo convivere programmazione pubblica, ricerca, formazione e pratiche autonome. È anche un tentativo di superare un modello culturale fondato sulla successione degli eventi?
VS: Credo di sì, ed è un ragionamento che attraversa da tempo il lavoro di Centrale Fies. Un evento o un festival, sono spesso ciò che rende visibile un progetto culturale, ma raramente coincide con la parte più significativa del lavoro che lo ha reso possibile. Ci sono processi di ricerca, relazioni, tentativi, fallimenti, incontri, conoscenze che si sedimentano e continuano ad agire ben oltre il momento della restituzione pubblica. Eppure una parte importante del nostro sistema di produzione e finanziamento culturale continua a essere costruita intorno a calendari, risultati, numeri, appuntamenti e forme di visibilità immediatamente riconoscibili. Non credo si debba demonizzare l’evento, naturalmente. Anche un incontro pubblico può produrre uno scarto importante, il problema nasce quando l’evento diventa l’unica unità attraverso cui misuriamo il valore di un processo culturale. Per questa edizione, il Public Program di WITCHES Fino a Farti Tremare, sostenuto dal MiC e da SIAE attraverso Per Chi Crea, si intreccia con WITCHES YOUNG, sostenuto dal bando Rigenera e da Piano B – Piano Giovani Alto Garda e Ledro. Sono progettualità e sostegni differenti che concorrono a rendere possibile un unico ambiente di ricerca e relazione. Questa stratificazione è significativa anche dal punto di vista della politica culturale, perché prova a dare continuità a ciò che altrimenti rischierebbe di esaurirsi in una serie di date.
Per un centro di ricerca, garantire tempo è una scelta fondamentale, parte del lavoro è proteggere il tempo della ricerca, essere disposte ad accettare le conseguenze di ciò che quel tempo rende possibile. Questosignifica non conoscere sempre in anticipo il risultato, non pretendere che ogni processo si trasformi in un prodotto e non considerare improduttivo tutto ciò che sfugge agli strumenti abituali di misurazione. È una posizione che ha conseguenze economiche e organizzative molto concrete, e proprio per questo credo sia anche profondamente politica.
ATP DIARY: Nella nostra prima intervista avevi parlato della necessità di «affilare i linguaggi», una delle frasi che attraversavano anche l’allestimento del progetto. Oggi, dopo quattro edizioni, senti ancora la stessa urgenza? Oppure, alla luce di quello che stiamo dicendo, dovremmo cominciare ad affilare anche le pratiche?
VS: Credo che la necessità di affilare i linguaggi sia ancora più urgente, ma penso anche che oggi ne vediamo con maggiore chiarezza alcune contraddizioni. Il linguaggio non è semplicemente lo strumento attraverso cui raccontiamo la realtà, sappiamo che contribuisce a costruirla, a stabilire quali esperienze siano riconoscibili, quali soggettività possano prendere parola, quali forme di violenza rimangano invisibili o vengano finalmente nominate. Continuo a pensare che lavorare sul linguaggio significhi intervenire su una delle strutture fondamentali del potere eppure nel frattempo abbiamo assistito anche a una straordinaria circolazione e, in alcuni casi, a una normalizzazione dei lessici critici. Parole come inclusione, cura, orizzontalità, accessibilità, decolonialità sono entrate nel vocabolario delle istituzioni culturali, e questa diffusione è certamente significativa ma la loro presenza non garantisce che le pratiche attraverso cui quelle istituzioni funzionano siano cambiate. Possiamo utilizzare un lessico politicamente molto sofisticato e continuare a riprodurre condizioni di lavoro, criteri di accesso e sistemi di riconoscimento che contraddicono ciò che dichiariamo. È questo lo scarto che oggi mi interessa interrogare. Non intendo sostituire le parole con le azioni, come se il pensiero fosse qualcosa di astratto e la pratica possedesse automaticamente una maggiore autenticità, anche questa sarebbe una semplificazione, si tratta di tenere insieme le due dimensioni, interrogandole reciprocamente.
Se una parola modifica il modo in cui pensiamo, quali conseguenze ha sul modo in cui agiamo? E se una pratica produce una trasformazione, siamo disposti a cambiare anche le parole e le categorie attraverso cui fino a quel momento l’abbiamo interpretata? In fondo, credo che affilare i linguaggi significhi anche non lasciarli diventare innocui. E sì, forse oggi dovremmo cominciare ad affilare anche le nostre pratiche istituzionali, quelle artistiche sono già sia affilate che accoglienti, il potere dell’arte è che può contenere tutto e il suo contrario.
Cober: Teodora Grano – THE BABADOOK, still from the movie




