Venezia è una città costruita sugli interstizi: tra acqua e pietra, tra permanenza e trasformazione. Non sorprende quindi che Counterforms, la mostra ospitata da A plus A e organizzata da Neue Alte Brücke insieme a Matt Williams, scelga proprio l’intervallo come principio curatoriale. Più che un’esposizione di opere, Counterforms si presenta come una riflessione sulle strutture invisibili che rendono possibile la visione, trasformando la galleria in un dispositivo in cui ciò che normalmente rimane sullo sfondo diventa protagonista. Il titolo deriva dal concetto tipografico di counterform: lo spazio interno ed esterno alle lettere che ne determina la leggibilità. Uno spazio apparentemente vuoto ma in realtà attivo, capace di costruire ritmo, proporzioni e relazioni. È da questa intuizione che prende forma l’intero progetto espositivo, estendendo il principio della controforma alle infrastrutture materiali, tecnologiche e sociali attraverso cui l’opera d’arte viene prodotta/percepita.
L’esposizione riunisce dodici artisti internazionali – Hannah Black, Yvo Cho, Anna Clegg, Racheal Crowther, Ufuoma Essi, Nat Faulkner, Amelia Gill, Jason Hirata, Anna Howard, Vincenzo Ottino e Nina Porter – accomunati da una pratica che mette continuamente in discussione il rapporto tra immagine e dispositivo. Fotografia, video, installazione e pittura non vengono qui presentati come linguaggi autonomi ma come processi attraversati da mediazioni tecniche, archivi, sistemi di riproduzione e protocolli di esposizione.



Glitter (2026) di Anna Howard utilizza scatole, etichette, nastro adesivo e materiali d’imballaggio trasformandoli in elementi scultore più che nascondere oggetti. La dimensione materica ritorna anche nelle fotografie di Nat Faulkner, dove polvere, nastro adesivo e residui del processo produttivo rimangono visibili sulla superficie dell’immagine, annullando la separazione tra mezzo e risultato finale.
L’allestimento evita qualsiasi gerarchia narrativa mentre costruisce una rete di rimandi in cui ogni opera sembra esistere grazie alla presenza delle altre. È il caso di Cinecittà (2025) di Vincenzo Ottino, una proiezione su pellicola 35 mm che alterna ciclicamente immagine e schermo vuoto dove, grazie a quest’intermittenza, l’immagine non coincide mai con il suo contenuto, ma emerge dal ritmo del dispositivo che la produce. Una riflessione affine attraversa Floaters (2020) di Jason Hirata, dove l’assenza dell’immagine diventa il vero soggetto dell’opera: una serie di videoproiettori, prestati da diverse istituzioni veneziane, dove viene mostrata soltanto la schermata blu di standby.
Molti lavori interrogano invece la memoria come costruzione incompleta. Half Memory di Ufuoma Essi prende avvio dal concetto di “rememory” elaborato da Toni Morrison, esplorando il rapporto tra archivio, sorveglianza e ricostruzione del passato. Le immagini, provenienti da materiali Super8 digitalizzati, sembrano affiorare da una memoria frammentaria che non restituisce mai una narrazione definitiva ma solo tracce, lacune e riemersioni. Anche Power Cut 1970 (2012) di Hannah Black, che chiude la mostra al piano superiore della galleria, rimanda ad un ipnotizzante performance del batterista Jaki Liebezeit: durante un concerto dei CAN si spensero le luci mentre il musicista continuò a suonare nel buio. L’audio del concerto viene così accompagnato da frammenti testuali legati alla cultura pop, all’identità e alle teorie Marxiste. Il susseguirsi di pieni e vuoti dell’opera indaga così i concetti di resilienza e sopravvivenza durante un momento di sospensione e anomalia.


Se il tema della mostra è lo spazio tra le cose, anche il percorso espositivo sembra costruito come una sequenza di pause più che di affermazioni. Le opere non cercano di occupare completamente la sala, ma lasciano che siano le distanze, le sospensioni e le relazioni reciproche a produrre significato. In questo senso Counterforms evita la spettacolarizzazione e preferisce un registro analitico, quasi silenzioso, che richiede un’osservazione lenta. Questa la qualità più interessante del progetto: ricordare come, nell’epoca della proliferazione incessante delle immagini, ciò che davvero struttura la nostra esperienza visiva sono le strutture che sostengono le immagini. La controforma diventa allora una metafora efficace della contemporaneità: uno spazio apparentemente vuoto che, proprio perché invisibile, determina il modo in cui vediamo il mondo. Counterforms non offre risposte definitive, ma invita a guardare ciò che normalmente sfugge allo sguardo. Ed è proprio in questi spazi intermedi che la mostra trova la propria forza critica, trasformando l’assenza in una forma di presenza e l’intervallo in una precisa posizione estetica e politica.
Counterforms
Visitabile 05.05 – 26.07. 2026
A plus A – San Marco 3073, Venezia
Cover: Jason Hirata, Floaters, 2020, video projectors, dimensions variable, A plus A Gallery, ph Clelia Cadamuro



