Una silenziosa immersione nel color carne, sabbia, biscotto o semplicemente beige.
Tinta neutra, mimetica, il colore del corpo di metà mondo. Una superficie continua che abbraccia l’ultima produzione di Enrico David, datata 2020, nella mostra Cielo di Giugno, ospitata alla Galleria Giò Marconi. Un titolo poetico che, come il colore scelto per le pareti, crea un’atmosfera di calma apparente.
Cielo di Giugno sembra l’apertura di una raccolta di poesie: appunti lirici che descrivono i ricordi di una scorsa e imperitura primavera, la brezza del vento, i cieli finalmente alti che preannunciano l’estate. Raccontare o introdurre la mostra di David non è facile perché l’artista sembra disseminare un po’ dovunque – nei titoli delle opere, nelle scelte allestitive, nei soggetti dei dipinti – indizi che aprono a molteplici vie interpretative.
Ecco allora che, inevitabile, è cercare questi indizi e tracciarne delle traiettorie, costruire nessi e ridondanze per giungere a quel paesaggio che l’artista sembra suggerire per frammenti. Non a caso l’immagine guida della mostra è proprio la fotografia di un tramonto che, sfumata e poca definita, mostra il sole al termine del suo viaggio, mentre quasi tocca la linea dell’orizzonte. Nel fissarlo, con insistenza, da stella madre del sistema solare, diventa un occhio che ci fissa.
Da quando ho scoperto il lavoro di Enrico David, nel relazionarmi con le sue opere, ho percepito sempre una doppia prospettiva, un gioco polare di riflessioni: corpi rovesciati, orizzonti che diventano membra, vegetali intrecciati con la carne, donne in caduta, raggomitolate, quasi spezzate come fossero rami… e ora il sole che osservato diventa a sua volta un organo osservante.
Questo continua oscillazione tra diversi livelli di percezione, sembra animare gli stessi soggetti.
In mostra potrei citare le teste che, volteggiando, diventano aquiloni (Punti di fiamma, salvezza trovata in cielo); le donne il cui passo diventa un intreccio di bambù (Zattera Viva); un corpo rannicchiato fa eco al buco che lo contiene (Fossa madre); una catasta di bambù sembra animarsi per dar vita ad una solitaria donna che percorre un orizzonte (Il Fraterno silenzio del Fango).
Ogni elemento, raccontato con leggeri e sapienti tocchi di pennello, nei quadri dell’artista allude ad una dimensione reale, per poi eluderne le caratteristiche. È come se i soggetti – quasi sempre presenze femminili, spesso solitarie – vivessero in una perenne indecidibilità: essere donna o pianta, essere terra o cielo, essere stella o occhio, essere visibile o invisibile.
Da qui il significato etereo di questa pittura impalpabile che sembra soffiata dalla stessa brezza – o indecidibilità – che vuol rappresentare: una pittura che si caratterizza per leggere sfumature, lievi tratti e aloni cromatici. Sono suggerimenti prima che segni, idee prima che pennellate, dunque vibranti di quell’approssimazione che è tipica di un pensiero irrequieto, che cerca tranquillità e stasi ma trova solo l’inquieta approssimazione del dubbio.
Basti osservare i volti delle donne nei dipinti: la rappresentazione degli occhi non è mai a fuoco e se lo è, mostra o degli occhi con più orbite che sembrano cadere o è la stessa cavità oculare che diventa un buco inghiottendo l’intero occhio. Queste presenze, dunque, sono esseri a cui è sottratta la vista; diventano dei corpi ciechi che misurano il mondo con il proprio stesso corpo. Ne mappano la temperatura, ne percepiscono la profondità, ne raccontano l’inquietante bellezza. O, come nella grande tela in mostra (di oltre cinque metri), Zattera Viva, cercano di trattenere il reale attraverso le maglie intrecciate che compongono una grossa rete.
Strette, avvinghiate, nascoste tra fili, nodi e vuoti, delle donne dallo sguardo cieco, prive di bocca, si perdono nel vuoto della carne, nell’infinita superficie color carne, sabbia. Una distesa di pelle.