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Il tempo dell’immagine: il percorso inaugurale del nuovo Centro della Fotografia di Roma

La forza del Centro della Fotografia di Roma non risiede soltanto nella qualità delle singole mostre, ma nella capacità di rendere stabile un confronto con il presente.

Testo di Margherita Caselli

Inaugurato lo scorso gennaio, il Centro della Fotografia di Roma si inserisce nel più ampio processo di rigenerazione del Mattatoio, ex complesso industriale di fine Ottocento oggi in via di trasformazione in una vera e propria città delle arti. I 1.500 mq del padiglione 9D mantengono visibili le tracce dell’architettura originaria senza neutralizzarla, anzi facendone parte attiva di un dispositivo espositivo che, fin dall’allestimento inaugurale (visitabile fino al 29 giugno 2026), lavora su una precisa articolazione del tempo dello sguardo.

La percezione è quella di uno sviluppo a più velocità, articolato sui due piani. Al piano terra il ritmo è incalzante: la retrospettiva dedicata a Irving Penn a cura di Pascal Hoël, Frédérique Dolivet e Alessandra Mauro, unita al il progetto “Corpi reali, corpi immaginati” attivano un confronto diretto, quasi fisico, con la fotografia. Due proposte lontane per linguaggi e intenzioni, ma accomunate da una forte tensione immediata. 

Le 109 stampe di Penn, provenienti dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi e realizzate tra il 1939 e il 2007, impongono fin da subito un’idea di rigore e controllo dello sguardo. Colpisce soprattutto la capacità di Penn di ricondurre il mondo a un sistema chiuso e perfetto: fondali neutri, controllo assoluto della stampa, economia del gesto. Dai ritratti iconici di artisti come Giacometti, Duchamp, Steinberg, alle nature morte, dalla moda ai cicli come Small Trades o Cigarettes, ogni immagine è il risultato di una costruzione rigorosa che trasforma il reale in una forma definitiva. La mostra si sviluppa come una sequenza ritmata di accordi armonici perfetti, che suscitano desiderio e curiosità per il successivo. 

Accanto, nella sezione dedicata al contemporaneo, Campo Visivo, la mostra “Corpi reali, corpi immaginati” curata da Daria Scolamacchia, introduce una dimensione più fluida e instabile, ma altrettanto intensa. Qui il corpo diventa campo di indagine e trasformazione, attraversato da pratiche ibride. Le operazioni minime di Kensuke Koike, che interviene su immagini d’archivio senza aggiungere né sottrarre, generano slittamenti impercettibili di senso. 

Forough Alaei Serie: “Daughters of the Sea” (2019—2024) © Forough Alaei

Con Alix Marie, invece, l’immagine perde stabilità: Maman è un’installazione circolare in cui immagini del corpo materno, stampate su tessuto, definiscono uno spazio intimo e protetto ma anche potenzialmente soffocante; mentre STRETCH, esplora il corpo femminile e le ossessioni contemporanee per fitness e benessere, attraverso fotografie su lycra della performer Nina Boukhrief tese e deformate.
Il lavoro di Forough Alaei introduce infine una dimensione politica priva di retorica: racconta la vita delle pescatrici di Hengam (Iran), conosciute come “le figlie del mare”, che emergono come soggetti attivi, restituite in una narrazione visiva autonoma e consapevole.

È però salendo al piano superiore che il passo cambia radicalmente. Il ballatoio accoglie “C’è un tempo e un luogo” di Silvia Camporesi, curata da Federica Muzzarelli, come uno spazio di sospensione, in cui lo spettatore è invitato a rallentare e ad accettare l’incertezza come parte dell’esperienza. Qui non è più l’immagine a imporsi come forma compiuta, ma il processo che la genera. I luoghi fotografati, reali, alterati, immaginati, richiedono un tempo di fruizione più dilatato, restituendo una visione coerente e stratificata del lavoro di Camporesi, capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto: tracce di memoria, fragilità, scarti temporali. Serie come Mirabilia assumono un ruolo centrale, con le loro architetture visionarie sospese tra rovina e immaginazione. Qui la fotografia non documenta, ma evoca, aprendo una distanza che invita alla riflessione.

Il dialogo tra i diversi livelli del Centro si costruisce proprio su questa alternanza di velocità. Alla densità iconica e immediata del piano terra risponde la rarefazione del piano superiore: Penn definisce un’origine, il contemporaneo introduce una frattura, Camporesi lavora sulla deriva. Ne emerge un percorso complesso ma coerente, che mette in relazione epoche e linguaggi diversi, articolando una vera e propria coreografia dello sguardo.

La forza del Centro della Fotografia di Roma non risiede soltanto nella qualità delle singole mostre, ma nella capacità di rendere stabile un confronto con il presente. Ed è forse proprio in questa tensione, in questo equilibrio tra definizione e apertura, che si misura oggi la sua necessità.

Isola di Pianosa (Toscana), 2014 © Silvia Camporesi
Tavush, vision, 2013 © Silvia Camporesi