
Testo di Marianna Reggiani —
Per Carla Accardi il segno è stato tutto, ma nella mostra alla Galleria dello Scudo parla la luce. Con le tele eseguite tra il 1964 e il 1965, mentre tocca il punto più alto della sua carriera, l’artista trapanese esce dal campo bidimensionale pur senza abbandonarlo per davvero. Nel nucleo di opere esposte, protagonisti sono i pigmenti d’oro e d’argento, i colori del metallo riflettente, della luce che rimbalza e si dilata nello spazio. Preludio delle sperimentazioni ambientali in sicofil, questo corpus di tele testimonia il dialogo che Accardi orchestra tra spazio e segno grafico, nella direzione radicale dell’“antipittura” — così l’ha definita durante un’intervista a Flash Art nel 1989.
Variano i ritmi compositivi, i contrasti fra segno e sfondo, gli scontri tra colori. L’artista gioca e si diverte, come d’altronde ha sempre fatto, lei innamorata del mondo mentre cerca di replicarne i meccanismi: ripetizione e differenza di ogni segno, così come ogni elemento in natura si ripete e si riproduce sistematicamente, conservando le differenze fisiologiche che lo salvano dall’omologazione.
Ad accompagnare le tele, una selezione di opere su carta: le “matasse”, come le ha definite Accardi stessa, sono ora per la prima volta presentate al pubblico nella loro interezza. Anche qui i pigmenti argento e oro compongono delle bicromie in cui il segno grafico è meno essenziale, in favore di un’agitazione, un’esuberanza che crea, moltiplica, straborda.
La galleria veronese invita così a conoscere gli infiniti alfabeti segnici di Accardi, universi microscopici in cui trovare il mondo.
carlaaccardi oroargento
dipinti 1964-1965
In collaborazione con Archivio Accardi Sanfilippo
Galleria dello Scudo, Verona
13 dicembre 2025 – 28 marzo 2026
Cover: Carla Accardi Ororosso (Oriente n. 1), 1965 tempera alla caseina su tela 190 x 219,5 cm Roma, collezione dell’artista archivio n. 418 Celant 1999, p. 297, n. 1965 4, ripr.




