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Alla scoperta della surrealista Bona de Mandiargues al Museo Nivola di Orani, Nuoro

“Qui sono relitti abbandonati sulla sabbia dalle maree, minuscoli relitti, occhiute radici macerate, levigate, inasprite dal permanere nei silenzi dell’acqua, detriti di conchiglia, con buchi, col vuoto da cui si scopre la realtà. Sono qui questi oggetti drizzati come balocchi,...

Bona de Mandiargues, Preistoria di Venezia, 1959 tecnica mista su tela, cm 60 x 120 © Sibylle de Mandiargues. Foto Andrea Mignogna

“Qui sono relitti abbandonati sulla sabbia dalle maree, minuscoli relitti, occhiute radici macerate, levigate, inasprite dal permanere nei silenzi dell’acqua, detriti di conchiglia, con buchi, col vuoto da cui si scopre la realtà. Sono qui questi oggetti drizzati come balocchi, come feticci: mostri, eppure non fanno paura, danno malinconie indecifrate d’altra natura; qui sono nodi d’occhi senza vista, occhi annodati, nodosi, occhiaie senz’occhi che aprono di là una vista estesa. Qui sono i toni freddi d’acque di laguna, e toni di marrane dove gracidano rospi, rospi padani, e il loro grido, il grido che li ha drizzati, li macella, li inchioda sulla notte, sulla lavagna notturna.”
Così scrivere Giuseppe Ungaretti nella presentazione di una mostra a Modena di Bona de Mandiargues (Roma 1926 – Parigi 2000)nel 1953.  Per colorite suggestioni, quasi raccontasse di un mondo acquatico fatto di occhialuti rospi che si nascondono nelle acque di lagune o fossi dai toni freddi. In modo poetico, queste poche frasi suggeriscono quelle che è la peculiarità di un’artista tutta da scoprire e studiare. 
L’occasione per approfondire questa grande artista surrealista si presenta al Museo Nivola per una sua grande retrospettiva dal titolo Rifare il mondo – a cura di Giuliana Altea, Antonella Camarda, Luca Cheri, Caterina Ghisu -visitabile dal 16 settembre al 5 febbraio 2024. 
Bona (come aveva scelto di firmarsi), avrebbe potuto ben figurare accanto alle altre pittrici surrealiste nella mostra Il Latte dei Sogni alla Biennale di Venezia, ma – spiega la curatrice Giulia Altea nel testo in catalogo – non c’èra e, il motivo è da ricercarsi forse proprio nell’unicità che rende significativa la ricerca professionale ed esistenziale di Bona. Perchè era così unica? Altea suggerisce che l’oblio che ha avvolto per lungo tempo l’artista risiede nel carattere di una pittura che si sottrae alle definizioni univoche. 

Bona de Mandiargues, S.T. (Radice), 1953 olio su tela, cm 16 x 22 © Sibylle de Mandiargues. Foto Andrea Mignogna

Se il suo inizio è segnato dal seguire le orme dello zio illustre Filippo de Pisis, il seguito il suo percorso pittorico tocca un ampio spettro di linguaggi: “negli anni cinquanta, la figurazione onirica, l’astrazione materica, i primi assemblage di stoffe strappate e cucite; nei sessanta e settanta, il ritorno alla pittura, con le fantasmagorie cromatiche di alcune tele del 1968-1969 e con la rivisitazione della Metafisica; sino ai disegni, dipinti e assemblage della maturità, narrazioni fantastiche ed erotiche spesso incentrate sul motivo della lumaca, creatura totemica con cui l’artista si identifica e attraverso la quale si interroga.”
Torniamo alla visionaria descrizione di Ungaretti che racconta di sabbie, detriti, buchi, vuoti, ma anche feticci, mostri e rospi. Un mondo frammentato e oscuro, ambiguo e in continua metamorfosi. Non parla di lumache il grande poeta, in ogni caso suggerisce un mondo di “malinconie indecifrate d’altra natura”. 
Ecco allora che per scoprire le tante e mutevoli sfaccettature della ricerca di Bina, ci viene in aiuto la mostra al Museo Nivola che ricostruisce l’itinerario dell’artista attraverso 71 opere comprese tra il 1950 e il 1997, provenienti dalla collezione degli eredi dell’artista e da raccolte private e pubbliche. 

La mostra segue per approssimazione, le vicende esistenziali dell’artista, dai primi studi all’Accademia di Venezia, l’apprendistato allo zio De Pisis a Parigi nel 1947, l’incontro con il suo futuro marito, il critico e scrittore André Pieyre de Mandiargues, personalità che mette in contatto con gli intellettuali e artisti surrealisti, da André Breton a Max Ernst, da Dorothea Tanning a Meret Oppenheim, da Man Ray a Hans Bellmer, da Leonor Fini a Henri Michaux.
Piano piano si stacca dalle influenze dello zio per approdare ad un tipo di pittura figurativa nutrita di suggestioni fantastiche, ammantate da influenze surrealiste. Alla figurazione meravigliosa e conturbante, Bona ci arriva anche grazie ad un uso di impasti materici e magmatici che se da una parte richiama certe ricerche surrealiste dall’altra è palese l’influenza dell’informale europeo.
Verso la fine degli anni ’50 Bona giunge al quello che sarà la tecnica che più ne connota la ricerca: l’assemblage di materiali tessili. “Collages”, “assemblages”, o “ragarts”, come lei chiama queste irrequiete realizzazioni, le sue tele diventano un coacervo di stoffe, imbottiture, cuciture e stratificazioni di tessute e fodere. In parallelo continua a dipingere, disegnare e produrre incisioni dense di simbologie, fantasie erotiche e allusioni magiche. 

Bona de Mandiargues, Male di vivere (La vague à l’âme), 1958 assemblage, cm 46 x 61 © Sibylle de Mandiargues. Foto Andrea Mignogna

Nel 1958 è in Messico, paese che la sollecita per dare avvio ad una nuova fase artistica e personale. Lasciato il marito inizi a viaggiare dall’Inda all’Afganistan, dal Ceylon al Nepal, per tornare nuovamente in Messico. Intreccia nuove storie amorose con Octavio Paz e Francisco Toledo. Nel 1967 ritorna dal marito de Mandiargues e da alla luce Sibyle. Verso la fine della sua carriera si avvicina al tema del ritratto, rendendo omaggio a protagonisti storici della cultura del 900, ma anche approfondendo la ricerca del sé attraverso l’autoritratto e il ritratto di famiglia. 

La mostra si  apre con dei dipinti in cui è manifesto l’immaginario surrealista, per proseguire con fantastici paesaggi infuocati del 1955-56, influenzati da un viaggio nell’Alto Egitto, e le opere astratte dalle paste spesse e materiche dalla seconda metà degli anni cinquanta fino ai primi sessanta, quando la suggestione della cultura messicana aggiunge nuovi elementi al suo immaginario.  

Vague à l’âme è il quadro che inaugura nel 1958 la serie dei collage tessili, in cui la sperimentazione tecnica e la ricerca formale sono i veicoli di un’indagine introspettiva che porta alla luce traumi e pulsioni dal profondo. La Lezione sessuale (1962), l’imponente Trittico delle Nascite, (1965), dai toni primitivisti, e La Diana cacciatrice e cacciata (1968) sono tra i dipinti chiave di questa fase.
Un immaginario denso di riferimenti simbolici e una tavolozza dalle tinte psichedeliche caratterizzano un gruppo di tele dipinte intorno al 1968, legate al secondo viaggio in Messico. 
Se il ricordo della pittura metafisica riemerge negli anni settanta, con omaggi a De Chirico, Savinio e Magritte (Il gallo Toledo, Celeste Empire, 1975), nel decennio successivo il clima italiano del “ritorno alla pittura” non rimane estraneo a tele come il ritratto dell’attrice erotica e gallerista Sylvia Bourdon (1980) e Il canto della creazione (1980).
La maturità dell’artistavede lo sviluppo dei filoni di ricerca avviati nei decenni scorsi, mentre si intensifica la presenza dell’immagine simbolo della lumaca, proiezione dell’artista, e quella del tema del ritratto (Omaggio a Unica Zürn, 1980) e dell’autoritratto. Quest’ultimo, centrale nella ricerca dell’artista, conosce nella mostra diversi importanti esempi, dal piccolo e aggraziato autoritratto giovanile a quello flamboyant del 1968 al volto ieratico e stilizzato di Bona à Mexico (1991), fino a quello del 1994 che mostra il volto di Bona moltiplicato e scomposto in dettagli (naso, bocca, ecc.), specchio della continua tensione, nell’opera dell’artista, tra la frammentazione del soggetto e la sua affermazione, che trova un’eco nelle potenti autorappresentazioni simboliche de La Femme Montagne e Ma Main (1991).

ona de Mandiargues, S.T., 1980 assemblage e olio su tela, cm 71 x 90 © Sibylle de Mandiargues. Foto Andrea Mignogna
Bona de Mandiargues, La mia mano, 1992 assemblage e olio su tela, cm 100 x 81 © Sibylle de Mandiargues. Foto Andrea Mignogna