

Testo di Simone Pellizzari —
L’idea elementare, la forma simbolica dell’albero, la verticalità, la stele, l’idea prima e più semplice di vitalità, di cultura, di scultura la troviamo soprattutto nei boschi di conifere, pini, abeti, larici, cedri.
Giuseppe Penone, 1976
Sono loro le steli più pure, le forme che sfrecciano con maggiore tensione dal suolo alle nuvole.
Sono le conifere che meglio ricordano nella loro materia la struttura dell’albero che evolve verso una perfetta e secca sintesi.
Anafora, la mostra personale di Giuseppe Penone ospitata negli ambienti dell’Appartamento Nobile di Palazzo Collicola, è visitabile a Spoleto, fino al 10 gennaio 2027. Curata da Saverio Verini e realizzata in collaborazione con il Festival dei Due Mondi e i Musei Civici di Spoleto, l’esposizione riunisce otto opere dell’artista, realizzate tra il 1985 e il 2014, in un percorso che attraversa gli ambienti storici del palazzo e ne assume la struttura come elemento fondamentale della mostra.
Prima ancora delle opere esposte, è Palazzo Collicola a imporre al visitatore una propria misura. Situato nel centro storico di Spoleto, l’edificio conserva al primo piano l’Appartamento Nobile, un mirabile esempio di residenza gentilizia settecentesca, ancora leggibile attraverso i soffitti lignei a cassettoni, le porte originali, gli arredi e le raffinate consolle dorate. Tra gli ambienti che lo compongono spicca la Galleria, interamente decorata da tempere settecentesche, mentre alcune sale custodiscono una quadreria con opere dal XVI al XIX secolo. In questo contesto, la mostra non può e non vuole essere considerata come una semplice successione di sculture all’interno di uno spazio espositivo: le opere di Penone entrano in un ambiente che possiede già una propria grammatica, una propria memoria e una propria idea di rappresentazione.
È forse proprio per questo che Anafora trova la propria misura non nelle singole opere, ma nel rapporto che queste instaurano con lo spazio. Nella sua solennità, Albero di 11 metri, collocato nel Salone d’Onore, costituisce il primo spettacolare incontro: una presenza verticale, organica e apparentemente incongrua che assume la monumentalità della sala senza appartenere alla sua stessa logica. Laddove l’architettura della dimora gentilizia suggerisce stabilità, l’albero introduce una forma che porta con sé l’idea opposta: trasformazione, crescita, ramificazione. Non è semplicemente un elemento naturale collocato dentro il palazzo, è un corpo che sembra misurare l’architettura secondo un’altra temporalità.
Da questo primo intervento prende avvio il percorso attraverso l’Appartamento Nobile. Le dieci sale che seguono il Salone d’Onore costruiscono una sequenza nella quale alle opere si affiancano altrettanti momenti di lettura: nelle stanze sono presenti fogli con testi poetici di Penone, composti dagli anni sessanta ad oggi, raccolti da Francesco Stocchi nel volume Giuseppe Penone. Scritti, pubblicato da Electa nel 2022.



La mostra si svolge attraverso tre esperienze che procedono simultaneamente: l’osservazione delle sculture, quella degli ambienti storici dell’Appartamento Nobile e della quadreria che li abita, e il movimento da una sala all’altra, accompagnato dalla lettura degli scritti dell’artista. Disposti lungo il percorso, i testi sembrano scandire i passi del visitatore e accompagnarne l’avanzamento verso la parte finale della mostra, offrendo, attraverso la forza immaginifica della scrittura, una possibilità ulteriore di entrare nel fare di Penone. Non si tratta più soltanto di guardare ciò che l’artista ha prodotto, ma di lasciare che le sue parole ne dilatino mentalmente il processo, aprendo alla possibilità di immaginare ciò che precede e ciò che sta oltre la forma compiuta dell’opera. Il testo interrompe così il rapporto contemplativo con la scultura e introduce una diversa temporalità: quella della sosta e della lettura, che si sovrappone al movimento attraverso lo spazio espositivo.
È qui che il titolo Anafora assume una particolare precisione. La figura retorica dell’anafora si fonda sulla ripetizione di una parola o di una struttura all’inizio di enunciati successivi; a Palazzo Collicola, la ripetizione viene invece trasferita nello spazio. Si ripetono le soglie, le stanze, le finestre, le decorazioni; ritornano tronchi, rami, superfici e tracce; ritorna, soprattutto, l’atto stesso dell’attraversamento. Ogni elemento riprende il precedente senza coincidere con esso. La mostra non si costruisce quindi soltanto attraverso otto presenze scultoree, ma attraverso la distanza che le separa.
Nella Galleria questa logica diventa particolarmente evidente. Le sculture verticali si dispongono lungo il percorso in corrispondenza delle grandi finestre, instaurando una relazione continua tra interno ed esterno. Fuori dal palazzo c’è il paesaggio reale; dentro, la sua traduzione in materia. Il bronzo conserva la forma dell’albero sottraendola al processo biologico, mentre le finestre restituiscono allo sguardo proprio quella natura dalla quale la scultura sembra essere stata separata.
Ne nasce un cortocircuito: ciò che cresce all’esterno è immobile all’interno, mentre ciò che è stato reso permanente dalla scultura continua a evocare un processo di trasformazione.
È particolarmente evidente in opere come Albero e gesto (1985–1991) e Dafne (2014), che riportano nel bronzo la struttura arborea attraverso una materia che, pur fissandone la forma, conserva l’idea di una trasformazione in atto. Le opere si dispongono così tra le finestre e gli elementi decorativi della sala, mettendo in relazione il paesaggio reale con quello ricostruito dalla scultura: fuori, la natura continua il proprio ciclo; dentro, il suo processo è stato arrestato e trasformato in forma.




Anche le opere disposte a terra partecipano a questa costruzione, ma introducendo una diversa relazione con il corpo del visitatore. Zona d’ombra (2010), con la sua presenza distesa e la relazione tra bronzo e terracotta, interrompe la percezione frontale della scultura e rende il pavimento parte dell’opera. Il percorso non può più essere soltanto osservato: ci si avvicina, si aggira la forma, si modifica la traiettoria per proseguire verso la sala successiva. La scultura torna così ad essere l’elemento che determina il modo in cui attraversiamo lo spazio.
In Trattenere 8 anni di crescita (Continuare a crescere tranne che in quel punto) (2004–2012), il tempo biologico è già inscritto nel titolo: otto anni di crescita vengono contemporaneamente trattenuti e fatti continuare, attraverso una forma scultorea che registra l’interruzione di un processo. In Struttura del tempo (1992), invece, il tempo sembra diventare direttamente struttura, assumendo la forma di un elemento verticale in bronzo. Il materiale, associato alla durata e alla conservazione, non cancella quindi il processo che l’opera evoca, ma lo rende leggibile: la crescita, il gesto e la trasformazione vengono sottratti alla loro dimensione effimera per diventare traccia.
È proprio in questo passaggio che la scelta di Palazzo Collicola supera il semplice contrasto tra antico e contemporaneo. Il rischio, in una mostra di questo tipo, sarebbe quello di utilizzare l’architettura settecentesca come un fondale spettacolare per opere già ampiamente riconoscibili. Anafora riesce invece, nei suoi momenti più convincenti, a fare qualcosa di diverso: lascia che siano edificio e scultura a modificare reciprocamente la percezione. Albero di 11 metri, nel Salone d’Onore, introduce una verticalità organica dentro la monumentalità della sala; Albero e gesto e Dafne proseguono nella Galleria la riflessione sulla metamorfosi della forma; Zona d’ombra costringe invece il visitatore a misurarsi fisicamente con il pavimento e con la distanza; Trattenere 8 anni di crescita e Struttura del tempo rendono infine esplicita quella temporalità che attraversa l’intero percorso.
Non è, allora, semplicemente Penone a Palazzo Collicola. È Penone dentro Palazzo Collicola. Dentro le sue decorazioni, dentro la successione delle stanze, dentro la ripetizione di aperture e soglie. Le letture e le sculture non occupano semplicemente un’architettura preesistente: ne assumono le scansioni per costruire un altro ritmo, fatto di crescite interrotte, forme che ritornano, gesti sedimentati e materie trasformate. Anafora non si esaurisce così nella presenza delle otto opere, ma nel modo in cui queste vengono incontrate lungo il percorso: una forma che ritorna ogni volta diversa, come una frase che ricomincia e, ricominciando, modifica il proprio significato. È il tempo di Penone che entra nel tempo di Palazzo Collicola e, attraversandolo, continua a crescere.
Cover: Giuseppe Penone, Trattenere 8 anni di crescita (Continuerà a crescere tranne che in quel punto), 2004-2012. Bronzo, 250 x ø 30 cm. Veduta della mostra Anafora a cura di Saverio Verini, Palazzo Collicola, Spoleto, 2026. Foto: Giuliano Vaccai.


