ATP DIARY

Tornare dove tutto è cominciato: tre artisti, sei anni di ReA!

Pauline Cordier, Margherita Zapf e Domingo Nardulli sono già stati in fiera. Quest'anno tornano con lavori diversi, dopo anni in cui la ricerca è cambiata.

Il testo con cui Maria Myasnikova apre il catalogo della sesta edizione di ReA! Art Fair parte da Sol LeWitt, che nel 1967 sostenne che un’opera, qualunque forma abbia alla fine, comincia da un’idea. A quasi sessant’anni di distanza, osserva la curatrice, quella frase è ancora attuale, ma per una ragione opposta: oggi le idee non scarseggiano, sono ovunque, nascono e si consumano in pochi secondi. «I concetti costano poco, la realizzazione no.» Ciò che conta, allora, non è avere un’idea ma impegnarsi a darle corpo: metterla alla prova, farla scontrare con la materia, lasciare che cambi.

È in questa distanza tra immaginare e fare che ReA! colloca il proprio lavoro. La fiera si tiene dal 22 al 25 ottobre 2026 alla Fabbrica del Vapore di Milano, con cinquanta artisti scelti tramite open call e un formato a metà tra degree show e fiera. È il luogo in cui ReA! è nata, la prima edizione, nel 2020, si tenne qui, con cento artisti emergenti. Quest’anno ci sono tre artisti che questi spazi li conoscono già. Pauline Cordier e Margherita Zapf parteciparono a quella prima edizione, Domingo Nardulli alla seconda, nel 2021, anch’essa alla Fabbrica del Vapore. Tornano sei e cinque anni dopo, con lavori che allora non avrebbero mai immaginato. 

Pauline Cordier – Holdingtime

Pauline Cordier: lo stesso luogo, uno sguardo diverso

Nel 2020 Pauline Cordier arrivò a Milano con un percorso già internazionale, formata alla HEAD di Ginevra e alla Kingston University di Londra, aveva esposto al Salon de Montrouge e in Corea del Sud, e nel 2019 aveva tenuto la prima personale alla Société des Arts di Ginevra. Quell’anno però lavorare era difficile per tutti. Ricorda che la prima edizione cadde in un momento in cui le occasioni per esporre si erano fatte rare, e che a contare furono soprattutto gli incontri e le conversazioni. 

Per la prima edizione Cordier non si limitò a portare un lavoro già pronto. Il regolamento prevedeva opere esistenti, ma lei volle realizzare una scultura apposta per l’occasione. Partì quindi mdal luogo: la Fabbrica del Vapore, prima di diventare un centro culturale, era stata una fabbrica di materiale ferroviario, sede della Carminati & Toselli, azienda che produceva componenti per ferrovie e tram. Dai disegni d’archivio legati alla storia dell’edificio trasse la forma dell’opera, così che la scultura dialogasse con l’architettura e con il suo passato industriale. Già allora il suo modo di lavorare aveva un tratto riconoscibile, dava alle opere titoli di tre lettere che, lette in sequenza, formavano una frase. Racconta la stessa Cordier, di pensare la scultura come un linguaggio rispetto allo spazio, con titoli di tre lettere che, messi insieme, componevano una frase. 

Oggi quella frase di lettere si è trasformata in tempo, e le due opere che porta quest’anno si intitolano 10.2023 e 11.2023, sculture da parete allungate in alluminio e tessuto riflettente. Queste opere nascono da un’osservazione durata un anno nella quale l’artista ha guardato la macchia di sole che una finestra proietta a mezzogiorno, giorno dopo giorno e stagione dopo stagione. La forma di quella macchia cambia in modo quasi impercettibile, perché la Terra si muove intorno al Sole, e le sculture partono da qui.

Il tessuto riflette ciò che gli sta davanti, i corpi che passano, le variazioni della luce, l’architettura intorno. Per questo l’opera non è mai uguale, e ogni visitatore ne vede una versione diversa.  Cordier racconta che il suo interesse per il luogo c’è sempre stato, ma che col tempo il suo modo di affrontarlo “è diventato più definito”. Oggi, spiega, ogni progetto parte da un contesto preciso: non solo la sua architettura, ma la storia, gli usi, le persone che lo attraversano e le relazioni tra tutti questi elementi. Non parte da una forma o da un materiale deciso in anticipo: sono “la ricerca, le osservazioni e le caratteristiche specifiche di un luogo” a guidare le scelte, a poco a poco.

L’artista spiega che ci sono due esempi del suo metodo di creare. Per esempio in Devenir Trace ha ricostruito la presenza dell’acqua intorno allo spazio espositivo, fino a un disegno a terra fatto di materiale sedimentario che si trasforma man mano che i visitatori ci camminano sopra. In Tenir le temps ha seguito il movimento della luce naturale nella sala nel corso delle stagioni: le opere in alluminio e tessuto riflettente, dice, sono nate da quella ricerca, per rendere visibili le variazioni. In entrambi i casi la materia ha una funzione: serve a tradurre un fenomeno legato a quel luogo, in modo che chi guarda lo possa osservare in modo diverso.

Della prima edizione ricorda soprattutto gli incontri e le conversazioni, in un anno in cui le occasioni di esporre erano diventate rare. Tornare, dice, le interessa perché può farlo “con un corpo di lavori diverso”: lo stesso edificio, guardato con l’esperienza di sei anni, può continuare a ispirare pensieri nuovi.

Margherita Zapf, VenusIn Taurus, Acrylic and Pencils On Canvas, cm 50×50, 2020
Margherita Zapf, Cenere Di Venere, Acrylic and Pencils On Canvas, cm 50×50, 2020

Margherita Zapf: dalle conchiglie alle armi

Per Margherita Zapf la prima ReA! fu la prima occasione vera di mostrare il proprio lavoro, e anche la prima vendita. Nel 2020, spiega, aveva condiviso una parte intima e fragile del suo percorso e l’aveva trasformata in fiducia: in sé e nella ricerca. Cita anche un dettaglio che nei comunicati non compare: la gioia di lavorare con un team curatoriale tutto femminile e la sensibilità degli allestimenti, oltre agli artisti che ha poi seguito negli anni. Il dato torna nelle cronache, che definiscono la fiera il progetto di un team internazionale di giovani donne. Per un’artista che dipinge un’esperienza femminile tra il sacro e la lotta, trovarsi davanti a una squadra di sole donne non è un fatto secondario, e non lo è nemmeno per la storia della fiera: ReA! nasce infatti da un’associazione fondata da giovani donne e, col tempo, ha mantenuto questa impronta.

Nata nel 1991, Zapf si è formata alla NABA e all’Accademia di Brera. Il suo lavoro parte da una ricerca su archetipi, miti e tradizioni magico-religiose, con studi antropologici ed esoterici. Il confronto tra le due edizioni è un aspetto interessante del suo percorso. Nel 2020 portò un dittico su Venere: due corpi femminili in un momento di intimità, uniti dal simbolo della conchiglia, con una tavolozza di carne, rosa e azzurri pastello. Oggi i toni sono più profondi, i contrasti più forti, i corpi atletici e potenti. La figura divina non è più Venere ma Diana, protettrice delle donne e delle selve e nemica dei predatori. Le conchiglie hanno lasciato il posto alle armi. La seduzione, spiega, non serve più ad accogliere ma a provocare e sorprendere il nemico in un momento di debolezza. Il linguaggio resta allegorico e giocoso, ma è diventato più arrabbiato e audace. A lei le armi sembrano il simbolo più adatto alla contemporaneità, ma anche al nostro passato.

Le tre tele del 2026 appartengono a La Tribe, comunità immaginaria di donne guerriere che hanno ripreso possesso della Terra. In It Strikes the Heart Without a Trace una figura riposa sull’erba con il pugnale accanto: il riposo qui non è debolezza ma la calma di chi conosce la propria forza. In We Will Learn to Rely on Our Swords la guerriera si schiva da una spada con agilità, in una scena a metà tra allenamento e gioco. In A Serpent of Leather, a Tension of Braid il corpo sparisce e resta una frusta nell’erba, serpente e simbolo di disciplina e comando. Il testo del catalogo insiste su un punto: quelle donne non sono icone invulnerabili, difendono una pace conquistata.

CARO DIARIO – Domingo Nardulli

Domingo Nardulli: la fotografia come relazione

Domingo Nardulli è nato nel 1983 ad Acquaviva delle Fonti, in Puglia, vive a Milano e lavora come fotografo e art director. Nel 2021, alla seconda edizione di ReA!, portò Timeless, una serie scattata sulla costa nord dell’Islanda. Lo stesso anno portò con sé anche la pubblicazione di Timeless su Yes.Baby e la presenza alla Triennale di Milano con Spazio Libero, nel progetto Refocus dedicato a un archivio visivo della pandemia. Refocus era un bando promosso dal Mibact con Mufoco e Triennale Milano, e Spazio Libero, scattato in bicicletta per le strade di Milano, raccontava gli oggetti quotidiani a cui non facciamo più caso; la serie era tra i venti lavori vincitori. Dopo il 2021 il suo percorso è proseguito in altre sedi, fino a Paratissima nel 2025 con Caro Diario, Capitolo I.

È l’artista stesso a spiegare cosa fu ReA! in quel momento. Dopo il 2020 sentiva il bisogno di andare oltre l’estetica dell’immagine: voleva sviluppare progetti personali che raccontassero qualcosa, facessero nascere domande e lasciassero qualcosa a chi guardava. Timeless era uno dei primi passi in quella direzione, e la fiera, una delle sue primissime esperienze espositive, accolse quello che definisce il suo primo lavoro autoriale, quando ancora cercava una propria identità espressiva.

Da allora, dice, è cambiato soprattutto il suo modo di intendere la fotografia: più attenzione alle persone, alle storie, a ciò che passa inosservato, meno interesse per le immagini semplicemente belle. Caro Diario è la forma più esplicita di questo spostamento, è un progetto di manifesti con frasi intime, a volte in dialetto, affissi ad Acquaviva delle Fonti, Milano, Roma e Firenze, primo capitolo di una raccolta di circa 140 fotografie di vita quotidiana. L’idea, racconta, è che un estraneo possa ritrovare qualcosa di sé nelle parole di un altro estraneo. Dietro c’è una convinzione di fondo: l’arte non deve dare risposte, può permettersi il coraggio di porre domande. Chiede di essere letta anche come gesto politico, non nel senso dei governi ma nel modo di stare al mondo: ascoltare, riconoscere un’ingiustizia anche quando non ci riguarda. Per lui la leggerezza, con Calvino come riferimento, è empatia e umiltà. 

Allineamenti silenziosi, il lavoro che porta a ReA! quest’anno, è un dittico nato da un viaggio solitario a Capo Nord. Un sistema di corrispondenze più che un racconto, da una parte la strada verso l’ultima frontiera del continente, dall’altra l’incontro imprevisto con una pecora accarezzata sul cammino. Il vero punto di arrivo, secondo il testo, non è Capo Nord ma la possibilità di lasciarsi trasformare da ciò che si incontra. La serie nel suo insieme raccoglie coincidenze tra oggetti, persone e paesaggi del quotidiano, e il fotografo si limita a riconoscere un ordine che esiste già. 

ReA! Art Fair, Installation view – Edizioni passate
ReA! Art Fair, Installation view – Edizioni passate

Cosa cambia e cosa resta, oltre la fiera

Di solito una fiera si giudica dai numeri: visitatori, vendite, opere esposte. Questi tre ritorni suggeriscono un’altra misura, perché nessuno dei tre racconta il 2020 o il 2021 come una svolta, lo descrivono come un primo appoggio, e per questo credibile. Zapf vi trovò la prima vendita, la prova concreta che un lavoro nato in un momento fragile poteva interessare qualcuno. Nardulli vi portò il primo progetto d’autore, quando ancora cercava un linguaggio. Cordier ebbe l’occasione di costruire un’opera per un edificio preciso, il metodo che oggi guida tutto il suo lavoro.

C’è una ragione precisa per cui queste cose accadono qui. ReA! è pensata per artisti non ancora rappresentati da una galleria, e mette le opere davanti al pubblico con prezzi trasparenti. Per chi è all’inizio questo conta più di quanto sembri. In un sistema in cui l’accesso passa quasi sempre da qualcun altro, la reazione diretta di chi guarda, che compri o no, arriva presto e si può ancora usare per capire cosa si sta facendo. Per quasi tutti gli artisti della prima edizione fu anche l’unica occasione dell’anno, visto che quella del 2020, fu una delle pochissime fiere a svolgersi in presenza.

Poi c’è il tempo, nel 2020 la fiera offriva soprattutto uno spazio e un pubblico. Oggi ha alle spalle una rete di tredici partner tra fondazioni, residenze, gallerie e piattaforme, e quest’anno assegna un premio Artsted da 1.500 euro e una residenza interamente pagata con MARES. I tre artisti hanno conosciuto la forma più semplice di questo sostegno, quella in cui l’aiuto è un’occasione e non ancora un percorso. Il loro ritorno mostra che anche così può bastare, non perché la fiera abbia diretto la loro ricerca, che è andata dove l’hanno portata Diana, la luce, le persone incontrate per strada, ma perché le ha dato una prima prova pubblica.
Forse è questa la misura più onesta di una fiera giovane. Non conta ciò che promette, ma se, sei anni dopo, chi vi è passato ha ancora voglia di tornare, e con quali lavori. Sei anni bastano a cambiare il modo di lavorare di un artista, ma non a cambiarne il nucleo, ed è quello che mostrano questi tre ritorni. Per scoprire come cambia un artista basta guardarlo due volte, a distanza di anni, e ReA! è uno dei pochi posti dove si può fare. Tra i cinquanta artisti di quest’anno, qualcuno tornerà tra sei anni con un lavoro che oggi non può ancora immaginare. Intanto la fiera fa quello per cui è nata, cioè dare a ciascun artista il suo primo appoggio e un pubblico che guarda davvero.

Cover: Allineamenti silenziosi, Doming Nardulli

ReA! Art Fair, Installation view – Edizioni passate