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GIORNALETTO CLANDESTINO. Intervista a Daniela Zangrando | Museo Burel, Belluno

La parata di maschere, esseri e creature del Museo d’arte contemporanea Burel termina con un esercizio vigile di speranza, tra parole e silenzio animale. Ne abbiamo parlato con Daniela Zangrando, direttrice del museo e curatrice del progetto.
GIORNALETTO CLANDESTINO – Museo Burel – Foto © Francesco Titton

Intervista di Alessandro Mondini —

Un corvo, un cane, una talpa, un gallo e un gatto nero abitano la mia stanza. Non sono animali veri, ma posso comunque sentirli, sentire la loro presenza. Hanno per tana una poltrona che il tempo ha trasformato in un comodino. Quando ci passo accanto — la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte — il gatto è sempre il primo a notarlo: inarca la schiena, stira le zampe, disegna con la coda un enorme punto interrogativo. È un inchino che sa di tranello, il suo. Meglio girarci attorno. Meglio salutare i piccoli occhi della talpa sua amica, appena sotto di lui. Hanno vite sottili i miei inquilini. Pesanti quanto un foglio di carta riciclata. Abitano sovrapposti in un vivace condominio bianco, tra righe, colonne, caratteri, spazi e punteggiature. Paolo Tirelli li ha disegnati con piume e pellicce nere come i testi che accompagnano: lettere, confessioni, poesie e interviste che mi parlano di una «clandestinità» giusta e necessaria, da coltivare e da difendere.

Un corvo, un cane, una talpa, un gallo e un gatto nero dialogano con le parole di Daniela Zangrando, Fabiola Cangiano, Carl Safina, Doriana Alba Granzotto, Maja Fowkes, Alessandro Bandini, Smaranda Chifu, Marcus Coates, Francesca Togni e Matilde Grilli — le autrici e gli autori di GIORNALETTO CLANDESTINO, l’ultimo progetto del Museo Burel di Belluno.

GIORNALETTO CLANDESTINO – Museo Burel – Foto © Francesco Titton

Alessandro Mondini: Un progetto editoriale in cinque numeri, da marzo a giugno di quest’anno. Nessuna mostra nel frattempo, nessuna installazione video o palloncino tra i piedi. Un nuovo modo di vivere il Museo Burel, comunque assieme, anche senza un oggetto al centro della stanza. Ti va di raccontarci come è nato GIORNALETTO CLANDESTINO?

Daniela Zangrando: Tanto di questo Giornaletto nasce da un senso di rabbia, tanto anche da una sorta di sfida al museo stesso. Dall’idea di andare a grattare degli strati di indifferenza e di abitudine.
Penso ci siano luoghi in cui si agisce in clandestinità per sopravvivere, per respirare, per continuare a fare. Belluno è uno di questi. Perché, ad esempio, con la recrudescenza politica degli ultimi anni unita allo svilimento comportato dalla mentalità imperante della fabbrica, esporre fuori dal museo una bandiera che sventola il pensiero Domani non ci saranno fiori, non è scontato (André Romão, 2022). Non lo è fare degli incontri sul cambiamento climatico (di pochi giorni fa la notizia, che ha fatto tristemente capolino su tutti i giornali, di un libro contenente tesi antiscientifiche distribuito nelle scuole superiori del capoluogo). Figuriamoci lasciare le parole di Zeyn Joukhadar (2023) su un paradiso trans, «un luogo pieno di fiori, dove la parola vergogna non esiste» in spazi pubblici, su affissioni di sei metri per tre, per tre settimane! O fare delle feste techno in pieno centro storico. Gli esempi sono tanti. 
Si sente nettamente di dover sottostare a un sistema di restrizioni, di vecchiumi, di imposizioni. Di dover abbassare la testa di fronte al patriarcato vestito da mecenatismo, all’overtourism indotto imbellettato da rispetto per la natura, all’inoculazione della povertà culturale come norma, alla violenza passata per buon senso e protezione, al maschilismo, ai ricatti per i finanziamenti, al disprezzo e alla diffidenza per l’alterità spesi in modo perverso sotto la falsa spoglia della compassione. Si sente di dover sorridere compiacenti mentre dentro implode qualsiasi desiderio. 
E allora la sfida al museo: se si smettesse di fingere? Perché la buona arte io non credo proprio finga. Non fingevano mai i lavori che abbiamo deciso di esporre negli anni. Roman Signer, Martin Creed, Hans Haacke, Luca Francesconi, Mungo Thomson, Sohrab Hura… quindi, forse, prima di piegare le volontà a tal punto da cancellarci e diventare tutt’altro, meglio lanciare una sfida al museo, chiedergli di interrogarsi ancora, di mettersi in discussione. 

AM: Alcune parole sanno avere contorni più nitidi della loro immagine. Sono inequivocabili, difficili da fraintendere. Il senso di altre, invece, levita nella bocca di chi le usa. «Clandestino» è una di queste. Certa politica, per esempio, sembra polarizzarla a proprio vantaggio, quasi masticandola, per poi sputarne una versione che fomenta paura, panico, rabbia, odio. Ci dimentichiamo così che «clandestino» può essere anche l’amore. Penso alle lettere di Gianni Testori ad Alain Toubas, che Alessandro Bandini ha tradotto per il terzo numero di GIORNALETTO CLANDESTINO. Aiutami ad ampliare il significato di questa parola. Che cos’è per te «clandestino»? E che cos’è la «clandestinità» per le autrici e gli autori che hanno collaborato al progetto?

DZ: Lo scorso inverno ero davanti alla stufa che chiacchieravo con Alberto Tadiello. Ci stavamo aggiornando sui reciproci step futuri. Lui sarebbe partito di lì a poco per l’Arabia Saudita e si era intestardito nel chiedermi cosa ci sarebbe stato al museo in quel lasso di tempo. Non c’era modo di spostare il discorso su altro, e io continuavo a tentare di rispondere raccontando di cose che mi stavano interessando, che stavo guardando e leggendo, ma senza arrivare mai al dunque. Più lui incalzava e più mi sentivo infastidita, evasiva e messa alle strette. 
«Guarda che se fosse per me io farei solo un foglio, un foglio clandestino! E lo distribuirei in città con i ragazzi e le ragazze del museo! Fine!»
Avevo in testa una sorta di comunità unita nel segno di una clandestinità letta come sostanza di «generi indeterminati, (…) tipi in-fieri e alterità significative», capace di dar vita a uno spazio non monitorato e libero, privo di esili e divieti, dove non sentirsi identificate e identificati ed etichettate ed etichettati o aver paura di parlare con le foglie degli alberi, dove guardare assieme ai tristi tempi che stiamo attraversando deviando dai giochi delle aspettative e della normatività senza aver bisogno di alcuna giustificazione o spiegazione. Autrici e autori hanno aperto il senso del Giornaletto proprio in questa direzione. 

AM: Tra le colonne di GIORNALETTO CLANDESTINO hanno trovato spazio anche diverse presenze animali. Quale rapporto hanno con la «clandestinità»? Trovi ci sia qualcosa in loro — nella loro presenza — che potrebbe aiutarci ad ampliare o ripensare la nostra lista di significati?

DZ: Gli animali non umani sono parte della mia famiglia, e di quella del museo. La lucertola che ha vissuto sulla cima di Grass Grows (2024), i due gatti che venivano quotidianamente a visitare Gatto Magico (2022), la cavalletta che voleva aiutare con l’allestimento di Belluno Kids qualche settimana fa. E le rondini! Le rondini che sfrecciano per via Mezzaterra toccando quasi l’asfalto per poi riprendere quota e farci portare gli occhi al cielo! E non posso non citare Tigre, Selva e Fiona, gli animali non umani che vivono con me e compartecipano alla preparazione di qualsiasi mostra o progetto. 
I rapaci notturni, e anche altri animali non umani, hanno una vera e propria vocazione all’enigmatico, al clandestino in qualche modo. Di notte si sente l’assiolo, ma non lo di vede. Possiamo guardare i mucchietti di terra che ci indicano la presenza di una talpa, ma riusciamo solo a immaginarla lì sotto, in qualche cunicolo. «Molti degli eventi che fanno girare il mondo sono segreti e nascosti» — racconta Carl Safina, che è stato uno dei contributors di GIORNALETTO CLANDESTINO. «Camminare di notte in un bosco gelido, sentendosi ispirati da una dedizione antica milioni di anni come quella delle salamandre, significa aver forato la propria bolla abituale ed essere entrati in contatto con la realtà adiacente. Esistono ancora creature che custodiscono i segreti del mondo, e le salamandre lo riaffermano.»

Penso queste presenze possano far fiorire una possibile lista di significati. E farci salire a bordo. 

GIORNALETTO CLANDESTINO FINAL DJ SET, 2026 © Museo d’arte contemporanea Burel. Photo Francesco Titton

AM: Trovo interessante che su GIORNALETTO CLANDESTINO non si parli quasi mai di arte.

DZ: Eppure ne è così imbevuto!

AM: «Un atto di cura della parola» è il sottotitolo del progetto. Come curatrice, hai scelto di dare carta bianca a chi ha collaborato con te, fidandoti del processo. Com’è stato prendersi cura di qualcosa di così imprevedibile? 

DZ: L’imprevedibilità di cui parli è una delle cose che amo di più della curatela.

AM: I cinque numeri di GIORNALETTO CLANDESTINO sono usciti di sabato mattina, ognuno a distanza di tre settimane. Niente digitale, Internet o smartphone per ora. Hai preferito che le copie circolassero solo fisicamente, passando di mano in mano, dentro e fuori il museo. Una scelta che le ha trasformate in un’esperienza veramente «clandestina». Mi piacerebbe ci raccontassi uno di questi appuntamenti. Che cosa ci siamo persi? 

DZ: Ho sempre trovato di difficile decodifica il lavoro di Marcel Broodthaers. C’è qualcosa nelle sue installazioni, di giustapposto eppure estremamente musicale, che non riesco a risolvere. Forse anche per questo motivo mi affascina tantissimo, e mi si è appuntato in testa come uno spillo che ogni tanto torna a farsi sentire. 
Penso che il museo nei mesi di GIORNALETTO CLANDESTINO arrivi un po’ anche da lì. Da Jardin d’Hiver. Un museo che si è fatto giardino. Qualche pianta. Tavolini e seggiole. Il giornale. Questo per quanto riguarda il museo. E una musicalità data da chi il nostro piccolo giardino l’ha abitato. Da chi è venuto a leggere il Giornaletto, a chiedere, a confrontarsi. 
Ricordo di aver letto in una bella intervista a Marie-Cécile Zinsou riguardo il suo lavoro in Benin — e di averlo sentito un pensiero a me vicinissimo — che il museo deve essere aperto perché è uno degli spazi in cui si è più liberi di parlare e pensare. Un posto in cui essere liberi di aver ragione, senza qualcuno che corregga o decida o giudichi. È intrigante come statement no? Eppure, quando le persone si prendono davvero l’agio per metterlo in atto, si resta sempre sorpresi. E così è stato col Giornaletto. 

GIORNALETTO CLANDESTINO – Museo Burel – Foto © Museo d’Arte Contemporanea Burel

AM: «Chi legge, ne diventa parte», scrivevi a inizio progetto. Come è stato accolto GIORNALETTO CLANDESTINO dal pubblico del museo?

DZ: L’accoglienza è stata intensa, forte. GIORNALETTO CLANDESTINO non ha riguardato solo gli spazi del museo perché ogni uscita è stata distribuita anche in alcuni luoghi della città. Il museo dunque è proprio uscito. È andato fuori, passando di mano in mano. È stato al mercato, in biblioteca, in sala da tè, in libreria, in panificio, sulle scale mobili. È andato a zonzo in tasca di qualcuno, magari è arrivato anche fino a qualche spiaggia del litorale, sotto l’ombrellone. Non è la prima volta che il Museo Burel esce dalle sue quattro mura e mi piace pensare che arrivi potenzialmente a tutti. Che si mostri a chi non se l’aspetta e che questo contatto lo aiuti a domandarsi ancora e sempre: cos’è il museo? 

Daniela Zangrando e Alessandro Mondini – GIORNALETTO CLANDESTINO – Foto © Museo d’Arte Contemporanea Burel

AM: Ti aspettavi questa accoglienza?

DZ: Ero curiosa. Lavorare nello spazio pubblico e aprire le porte del museo al confronto diretto ha su di me un potere seduttivo enorme. 

AM: Ufficialmente il progetto è terminato lo scorso 25 luglio. Per l’occasione, il museo ha organizzato un Final DJ Set. Come è andata?

DZ: Penso sia stato un momento che ha manifestato come è il Museo d’arte contemporanea Burel oggi. È sicuramente piccolo. Sono due stanze e mezza. E allora, ad esempio, sono così importanti la strada e l’affaccio! E la techno dei DJs si è riversata nella via, incontrando un altro aspetto altrettanto importante: la comunità, la rete. Gli amici e le amiche venute da Brescia, che hanno improvvisato una partita di calcio a suon di musica, visitatrici e visitatori arrivati per recuperare una copia persa o per conoscere di più del Giornaletto, chi ha portato il ghiaccio per raffreddare le bevande, chi ha curato l’allestimento, chi è stato prontissimo a scattare le foto, chi a tenere in ordine, chi a prendere da mangiare per tutti, chi a gestire i social, chi a far sì che chiunque potesse trovare il suo spazio. 

Il giorno dopo, davanti al museo, si è ritrovata una specie di squadra allargata. In poche ore abbiamo smontato impianto e luci, sistemato, ripulito. Una foto sorridente ci ritrae davanti al museo, attorno, dentro, sopra alla mia macchina. DJs. Artisti. Amiche e amici. Persone diversissime. Tutte insieme per il museo. 

AM: GIORNALETTO CLANDESTINO è finito, MASQUERADE pure, ma ancora ci teniamo addosso così tanta «clandestinità». Non credi?

DZ: Lo spero!

Daniela Zangrando è direttrice del Museo d’arte contemporanea Burel
Alessandro Mondini ha collaborato come assistente a GIORNALETTO CLANDESTINO

Cover: GIORNALETTO CLANDESTINO, 2026 © Museo d’arte contemporanea Burel. Photo Francesco Titton