ATP DIARY

Forcing Eutopias: da piccole utopie a una nuova grande realtà

Per l’edizione 2026 di Living Room a Cuneo, sono stati coinvolti Matteo Attruia, Federica Di Carlo, Giulia Poppi e Lihi Turjeman: artisti che si sono confrontati con il concept Forcing Eutopias

Lo scorso 9 ottobre a Cuneo, si è svolto l’evento espositivo Living Room, frutto di quattro residenze,  a cura di Andrea Lerda (promosso e organizzato da Art.ur). Per l’edizione 2026 sono stati coinvolti Matteo Attruia, Federica Di Carlo, Giulia Poppi e Lihi Turjeman, artisti che si sono confrontati con il concept Forcing Eutopias: un invito a spingere oltre i confini del presente per sognare e costruire futuri possibili. Le opere sono state presentate in quattro luoghi simbolo del centro storico di Cuneo – ESSECI, il Conservatorio Ghedini, il Museo Diocesano e il Teatro Toselli.

ATPdiary pubblica il testo introduttivo e gli approfondimenti sui quattro artisti di Andrea Lerda e un breve testo, da titolo Utopia Armonica, di Elisa Piras e Jenny Ufer, rispettivamente Senior Researcher e Junior Researcher presso il Center for Advanced Studies di Eurac Research. 


Living Room 2026 – Forcing Eutopias

Testo di Andrea Lerda

Storicamente, l’emergere delle utopie è stato spesso legato al bisogno di trovare un’alternativa a un presente percepito come ingiusto e negativo. Oggi, in un tempo di policrisi, siamo ancora capaci di immaginare scenari utopici e di dare concretamente forma a un futuro migliore? Living Room 2026 ha invitato quattro artistə a riflettere su questo concetto, con l’auspicio di sollecitare l’immaginario collettivo a compiere un esercizio critico e creativo.   
Dall’isola di Utopia di Sir Thomas More, alla Nuova Atlantide di Francesco Bacone, fino alle “piccole utopie” che nel corso del Novecento hanno visto la luce, sono sempre state le persone a essere protagoniste: sognatrici, viaggiatori, figure eccentriche, menti creative, personaggi mistici, ma anche intellettuali, politici, medici, scienziati e accademici. Menti folli e coraggiose che hanno assecondato la fantasia, l’istinto, la forza generatrice e demiurga.
Il titolo scelto per questa edizione mette in evidenza il termine “eutopias” — dal greco εὖ, (eû, “buono”) e τόπος (tópos, “luogo”) — privilegiando l’immagine di una dimensione positiva in quanto luogo da raggiungere, piuttosto che la più ampia concezione di utopia in quanto “luogo che non c’è”. Si definisce in questo modo il carattere della realtà verso la quale l’umanità è sollecitata a proiettarsi: equa, pacifica, prospera e armoniosa. 
I quattro progetti artistici che sono stati prodotti, concepiti in stretto dialogo con i luoghi che li ospitano, non offrono delle visioni nitide di universi eutopici, ma nutrono lo spirito di chi osserva, invitando a riconsiderare la possibilità di ogni essere umano di essere protagonista del cambiamento. Forcing Eutopias è un invito a essere consapevoli che piccole utopie possono creare una nuova grande realtà.   

Matteo Attruia Volli fortissimamente folli, 2026 Courtesy l’artista — Living Room 2026, Cuneo

Matteo Attruia

Volli fortissimamente folli, 2026
Courtesy l’artista

La ricerca di Matteo Attruia si sviluppa come un’indagine critica e ironica sui meccanismi del linguaggio e della percezione. L’uso prevalente della parola, il dialogo con lo spazio e il coinvolgimento attivo del pubblico sono caratteri distintivi di una pratica che provoca, destabilizza e crea spazi di riflessione.
L’opera che l’artista presenta in occasione di Living Room 2026 – Forcing Eutopias nasce dal fascino per la celebre frase di Vittorio Alfieri «Volli, e volli sempre, e fortissimamente», scritta il 6 settembre 1783 in una lettera inviata al poeta Ranieri de’ Calzabigi. Un manifesto programmatico della capacità umana di raggiungere grandi traguardi grazie alla determinazione.
In Volli fortissimamente folli, Attruia rilegge il senso del messaggio alfieriano, ampliandone ulteriormente le possibilità semantiche. Le parole scelte dall’artista, che grazie alla ripetizione circolare permettono alla forza espressiva di deflagrare, creano un cortocircuito tra l’immagine della determinazione assoluta e la vulnerabilità della follia. Il messaggio sembra portare alla neutralizzazione delle parole “volli” e “folli”, che nell’unione trovano la loro dimensione più autentica e rafforzata. 
«Volli fortissimamente folli fortissimamente volli fortissimamente folli fortissimamente volli…nella ripetizione percepisco la vertigine. Mi ritorna alla mente La nave dei folli, dipinto del 1494 di Hieronymus Bosch, nel quale un gruppo di personaggi stretti su una piccola imbarcazione apparentemente priva di controllo, è intenta a consumare la propria vita nei vizi. 
Su quella barca rivedo l’umanità di oggi, il suo viaggio senza una rotta, l’immagine di un destino nefasto. Poi rientro nella vertigine linguistica: è allora che percepisco la forza di un messaggio che ha il sapore di un’utopia realizzabile». 

Courtesy Lihi Turjeman – Living Room 2026, Cuneo

Lihi Turjeman

Ladder, 2026
The continent (from the Atlas series), 2014
Head / Ground, 2021
Untitled (Opening), 2021

Come artista israeliana che vive fuori dal proprio paese, Lihi Turjeman pensa spesso attraverso una tensione tra quello che chiama il “grande luogo” – il luogo immaginato, metafisico o ideale – e il “piccolo luogo”: quello fisico, concreto, vissuto. Si tratta di spazi che non sono necessariamente in opposizione, piuttosto tendono alla sovrapposizione, all’interferenza e, a volte, all’incontro.
Lihi Turjeman interviene all’interno di un contesto che risuona con questo pensiero: un teatro è infatti un’architettura concreta costruita per la produzione temporanea di un “altrove” immateriale.
Quattro opere — intese come un unico corpus esposto in maniera diffusa — si rivelano al pubblico in un viaggio attraverso i vari livelli architettonici.
 Posizionata verticalmente al centro del palco, Ladder è una tela della lunghezza di dieci metri sulla quale è dipinta una grande scala nera. Un’immagine apparentemente semplice, ridotta a poche linee che si ripetono. L’oggetto, silenzioso, quasi severo, è sospeso all’interno di uno scenario che ne decontestualizza la funzionalità. La scalasembra esistere nello spazio reale e, al tempo stesso, in quello ideale; potrebbe condurre verso l’alto, o forse verso il basso; collegare due luoghi, forse due mondi; misurare una distanza o semplicemente continuare oltre e attraverso ciò che può solo essere immaginato.
Collocato al centro della platea, The continent si rivela al pubblico da una prospettiva di osservazione inedita. Il grande dipinto, come sospeso nel vuoto centrale del teatro, è un’immagine ambigua: un super continente, forse la mappa di una nuova Atlantine, la proiezione di un universo utopico o la materializzazione di ecosistema desiderabile.
Lungo il cammino, Head / Ground e Untitled (Opening):disegni realizzati con l’uso del palo santo — materiale naturale dalle proprietà benefiche tradizionalmente associato alla purificazione — nel quale due figure sembrano cristallizzate all’interno di scenari metafisici e in divenire.

Federica Di Carlo Lunatica, 2026 Courtesy Federica Di Carlo Studio – Living Room 2026, Cuneo

Federica Di Carlo

Lunatica, 2026
Courtesy Federica Di Carlo Studio


La Luna è lo specchio dei desideri, delle paure e delle ambizioni umane da millenni. Un corpo lontano, allo stesso tempo reale e immaginario, capace di interagire con la nostra dimensione fisica ed emotiva: bussola per i naviganti, guida per gli agricoltori, fonte di ispirazione per poetə e filosofə, scenario di indagine per scienziatə e artistə. 
La ricerca di Federica Di Carlo unisce da sempre fonti scientifiche a immaginari simbolici, orientando l’attenzione verso l’universo, le stelle e l’ignoto nel quale gravità l’umanità. Rivolgendo ancora una volta lo sguardo verso l’immenso, l’artista presenta l’opera Lunatica.
Il lavoro è composto da due elementi visivamente sovrapposti: la Lettera di custodia poetica e restituzione della Luna al Cosmo— atto privato legalmente registrato dall’artista all’Agenzia delle Entrate il 14 settembre 2026 — e una stampa 3D  su cui è riprodotto il dark side della Luna l’emisfero del satellite impossibile da osservare dalla Terra per via della rotazione sincrona. 
Federica Di Carlo celebra attraverso il gesto poetico della scrittura privata, il possesso emotivo della Luna come una necessità che guida da sempre le aspirazioni di artiste e artisti. (Ripreso dal tuo testo precedente) — una forma di incontro etico e risonante, fonte di sogni, aspirazioni e utopie —, ribadendo altresì quanto sancito dall’Outer Space Treaty (Trattato sullo spazio extra-atmosferico), firmato il 27 gennaio 1967 da 62 nazioni: un documento che definisce lo Spazio come una “provincia dell’umanità”, su cui non è possibile rivendicare alcuna proprietà.  Un accordo nato come una forma di tutela, che ci mostra oggi  il lato nascosto del genere umano incapace di coesistere in maniera etica ed equilibrata con gli altri mondi.
In un momento storico in cui missioni come Artemis V o progetti spaziali come The International Lunar Research Station confermano l’interesse crescente delle superpotenze verso la Luna, e nel quale l’occupazione umana della Terra ha già dato prova dei suoi esiti catastrofici, Lunatica appare come un atto politico, morale e di denuncia. 
Fino a dove saremo in grado di spingerci in questo nostro irrefrenabile e delirante desiderio di conquista? Fino a quando l’utopia della crescita ci permetterà di sopravvivere prima di deflagrare? Come ristabilire una morale universale che ci riposizioni all’interno dell’universo?
Federica Di Carlo chiama a raccolta il mondo dell’arte, identificandolo come soggetto politico che può e deve farsi carico di nuovi valori morali, sociali, civili ed economici per rifondare la società del futuro.

Giulia Poppi Solleticatori, 2026 Courtesy l’artista – Living Room 2026, Cuneo

Giulia Poppi

Solleticatori, 2026
Courtesy l’artista

La pratica di Giulia Poppi è caratterizzata da un approccio prevalentemente scultoreo e installativo, sensibile all’interazione con i fattori ambientali, all’esplorazione della materia e a un rapporto alchemico tra opera e spettatore. L’uso di medium sintetici, industriali o naturali, che di volta in volta trasforma, rifunzionalizza e reinterpreta da un punto di vista sia formale sia simbolico, permette all’artista di creare ambientazioni che provocano lo sguardo e l’immaginario di chi osserva.
L’intervento concepito nell’ambito di Living Room 2026 prende forma nell’area del coro della Chiesa di San Sebastiano. L’artista rivolge la propria attenzione verso uno degli ambienti tradizionalmente celati allo sguardo dei fedeli, seppure storicamente centrale all’interno della celebrazione del rito liturgico. Quella di Poppi è una scelta che invita a forzare lo sguardo e a compiere un esercizio di attenzione con riverberi di carattere universale. 
Le piume che fuoriescono dai bracieri, posizionati nella parte inferiore delle sedute, costituiscono un inserimento fuorviante: un gesto ludico e poetico al tempo stesso, che altera la solennità del luogo, introducendo una dimensione di leggerezza e trasformazione. 
Le simbologie della piuma attraversano i secoli: dall’Antico Egitto, dove il cuore del defunto era degno del regno dei morti se più leggero della piuma di Maat (la dea della verità e della giustizia), al Rinascimento, quando tre piume compaiono in alcuni emblemi e cimieri associati alla famiglia Medici per rappresentarne le tre virtù: Fede, Speranza e Carità. Inoltre, nell’iconografia cristiana, dove gli evangelisti sono spesso raffigurati con una piuma in mano mentre scrivono i Vangeli, così come gli angeli e gli arcangeli sono rappresentati nella loro natura spirituale grazie alle ali piumate.
La piuma richiama inoltre alla mente l’esperienza dell’ascesa e del volo: un concetto, quest’ultimo, che oggi associamo prevalentemente a oggetti come droni, missili o elicotteri militari. 
Muovendosi attraverso le possibilità dell’utopia, Giulia Poppi investe queste piccole presenze di poteri straordinari. In un presente costellato di complessità che ci appaiono come prive di vie d’uscita, l’immagine del coro che si solleva verso l’alto grazie al battito di queste piume può essere letto come un invito a fare dell’impossibile qualcosa di possibile. 

Utopia armonica

Testo di Elisa Piras e Jenny Ufer

La chiesa, così come il teatro, costituisce un esempio di quelle particolari “utopie situate” che il filosofo francese Michel Foucault chiamava eterotopie: si tratta di “luoghi altri” che operano una specie di “contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo”. Sono spazi definiti, ma molto diversi da tutti gli altri spazi sociali, dove questi ultimi vengono allo stesso tempo rappresentati, contestati e rovesciati. Tra le caratteristiche eterotopiche delle chiese, possiamo citare la discontinuità spaziale rispetto agli spazi pubblici (vie, piazze) o privati (case) che la circondano; la discontinuità temporale o eterocronia che permette l’immersione nel tempo sospeso o eterno dei riti, della preghiera e della contemplazione; la liminalità o soglia, che attraverso riti e gesti simbolici di purificazione e  raccoglimento permette di lasciare fuori le preoccupazioni quotidiane; lo spazio di compensazione e illusione che crea un altrove perfetto, geometrico e ordinato contrapposto al caos imperfetto del mondo profano esterno. Come notava nei suoi studi l’antropologo scozzese Victor Turner, il rito religioso e la performance teatrale condividono la stessa natura narrativa: in un contesto speciale, creano realtà simboliche che permettono alle persone di attraversare momenti critici delle proprie esistenze e di rielaborare la realtà alla luce di prospettive trascendenti. Ciò è particolarmente evidente se si considerano la funzione e le dinamiche di funzionamento del coro, che attraverso uno sforzo armonico accompagna il pubblico nella sua ricerca di senso. 

Cover: Giulia Poppi Solleticatori, 2026 Courtesy l’artista – Living Room 2026, Cuneo