
Occhi, nasi, orecchie e bocca: pezzi di volti giganti in titanio fatti a pezzi, appesi e resi monumenti silenziosi. Wallace Chan, uno dei più noti artisti contemporanei asiatici, accoglie i visitatori della mostra ospitata al Long Museum di Shanghai (a cura di James Putnam fino al 25 ottobre) con quelli che sono da considerare i mezzi attraverso cui entriamo in contatto con il mondo. Nascosti alla nostra consapevolezza, è proprio attraverso la vista, i suoni, i sapori che ci relazioniamo con il mondo. Ingigantiti e resi indistruttibili dall’utilizzo del titanio — materiale d’elezione dell’artista, che lo utilizza in molte altre opere — queste sculture appese nelle alte pareti del museo sono da leggere come un invito all’ascolto delle nostre sensazioni. Ed è proprio attraverso i sensi che si attraversa la mostra labirintica, oscura per molti versi, dal titolo Vessels of Other Worlds, allestita nei grandi spazi museali.
Questa mostra è speculare a quella ospitata a Venezia (fino al 18 ottobre) alla Cappella della Pietà. I due progetti espositivi sono da considerare come un unico grande progetto, concepito dall’artista per tracciare e riconsiderare la sua lunga carriera, culminata con questa mostra bipolare che celebra anche il suo 70° compleanno.
Il progetto espositivo cinese è incentrato su tre monumentali sculture in titanio, materiale scelto dall’artista sia per le sue caratteristiche tecnico-strutturali — è leggero, lucente e ha una straordinaria resistenza alla corrosione — sia per aspetti legati a una profonda ricerca filosofica e simbolica. “Il titanio mi ha insegnato a rispettare ciò che è irremovibile. A trovare la flessibilità nella rigidità e la luce nell’oscurità della materia”, ha sottolineato l’artista in più occasioni. Per Chan il materiale non è mai soltanto un mezzo; nel titanio converge una forte carica simbolica derivata dalla filosofia zen, dal taoismo e dalla cosmologia. Per l’artista il titanio è un metallo quasi “extraterrestre” o cosmico (essendo abbondante negli asteroidi e nello spazio): un ponte materiale tra la Terra e il cosmo.
Ecco allora che una sottile linea immaginaria lega le grandi sculture presenti a Shanghai a una lunga serie di produzioni esposte nel tempo a Venezia, città a cui l’artista è molto legato e in cui è stato protagonista di molte mostre: Titans: A Dialogue Between Materials, Space and Time nel 2021, e Totem nel 2022, ospitate entrambe al Fondaco Marcello; la più recente Transcendence nel 2024, allestita alla Chiesa di Santa Maria della Pietà (Riva degli Schiavoni). Nel 2026, l’artista è presente nella città lagunare con MYTHOS alla Scala Contarini del Bovolo e con la già citata Vessels of Other Worlds alla Cappella di Santa Maria della Pietà (fino al 18 ottobre). Ed è proprio in quest’ultima che le relazioni tra Shanghai e Venezia si fanno più prossime.
Temi e risonanze formali si fanno eco a vicenda, per giungere a una prossimità quasi tangibile. Le mostre, infatti, sono state concepite come un’unica grande esposizione “bipolare” in cui, oltre a condividere l’uso del titanio, si affrontano temi metafisici legati alla memoria, alla spiritualità e al concetto di contenitore/vascello.



Speculari nelle intenzioni, le differenze tra le due mostre sono da ricercare nel contesto sacro e per molti versi trascendentale di Venezia, contrapposto allo spazio minimale e rarefatto — tipico del “white cube” — del Long Museum. Nella Cappella della Pietà il luogo è ammantato dall’atmosfera di una chiesa sconsacrata, ex luogo di culto barocco: qui le opere di Chan si confrontano con un’atmosfera intima e raccolta, dialogando con affreschi, macchie e una luce soffusa. Il registro cambia a Shanghai, dove gli spazi monumentali del museo in cemento a vista creano attorno alle opere uno spazio vuoto che esalta, e in alcuni casi moltiplica, la maestosità e l’imponenza delle grandi sculture. Mutano anche le dimensioni: più calibrate e contenute quelle in laguna, esponenzialmente più grandi quelle a Shanghai. Qui Chan sfrutta i volumi e le altezze vertiginose delle sale per dar vita a opere su scala monumentale. Le sculture in titanio raggiungono proporzioni enormi che toccano grandi altezze, trasformando le opere in vere e proprie architetture scultoree.
I toni caldi e contemplativi, quasi suggestionati dalla lentezza “acquatica” di Venezia, a Shanghai lasciano il posto a una sorta di freddezza futuristica, a una dimensione dinamica e veloce. Ed è questa sensazione di celerità visiva che ci guida lungo una serie di suggestivi corridoi e spazi interconnessi tra le sale del Long Museum.
Emerge preponderante il percorso esistenziale e spirituale dell’artista, che conta esperienze come monaco buddista prima di affermarsi come maestro autodidatta nell’intaglio di pietre preziose, nella scultura e nel design innovativo di gioielli. Temi come la trasformazione, la spiritualità e il rapporto tra natura, memoria ed esperienza umana permeano tutta la sua produzione scultorea, ma su tutti spicca l’utilizzo del titanio, che sotto le sue mani diventa leggero e assume forme fluide, organiche e fluttuanti. Alla forza e alla resistenza materica Chan infonde nel titanio una sorta di flessibilità spirituale; esso incarna la permanenza: mentre il corpo umano è caduco, la scultura in titanio sopravvive al tempo, facendosi custode della memoria. Ecco allora il susseguirsi di volti e corpi liquidi, sembianze pacifiche che sembrano sciogliersi nell’aria tra le vaste zone d’ombra del museo.
Nel percorrere i lunghi e spesso tortuosi corridoi del museo — dove l’artista allestisce, con espositori a pavimento, gli stessi strumenti utilizzati per fondere, plasmare, bucare e modellare i materiali delle sculture — abbiamo la sensazione di viaggiare nella trasformazione stessa dei materiali, che passano da corpi e volti frammentati a piccole sculture liquide. Queste ultime, racchiuse in box di piccole dimensioni, rappresentano putti gioiosi che sembrano fluttuare nell’etere, che dal verde passa a un acceso blu, per ritornare al bianco splendente.
Ampio spazio è dato a un altro materiale che, assieme al titanio, è molto presente nella ricerca di Chan: l’ossidiana. Questo vetro vulcanico nero, che si forma in natura, tradizionalmente è stato utilizzato per la creazione di amuleti come simbolo di protezione contro influenze negative o energie indesiderate. In quanto potente talismano, simboleggia il radicamento, la scoperta di sé, la resilienza e la trasformazione personale. Nelle sculture in mostra, sotto forma di sfere giganti o semplicemente installata grezza, l’ossidiana incarna il concetto di metamorfosi e memoria della materia.




Per Chan, scolpire l’ossidiana significa connettersi con i tempi della natura e con le forze primordiali del cosmo. Sia che lavori nella piccola dimensione, sia nelle sue sculture totemiche monumentali, Chan combina l’ossidiana con titanio, ferro e pietre scure levigate. In queste strutture assemblate a incastro (ispirate alla carpenteria tradizionale cinese senza chiodi, la tecnica mortise and tenon), l’ossidiana viene utilizzata per rappresentare la base, il nucleo o elementi di raccordo spirituale, enfatizzando la connessione tra la terra (la pietra scura) e il cielo o l’etereo (il titanio colorato e la trasparenza).
Il percorso al Long Museum è scandito da tre macro-aree che riprendono i precedenti progetti sviluppati nel tempo da Chan: Titans, Totem e Transcendence, per poi ampliarsi negli spazi principali del museo, dove sono svelati tre monumentali e coinvolgenti “vasi” in titanio, alti sette, otto e dieci metri. Il concept che sta alla base di queste opere trae origine da un’incisione su pietra che l’artista ha visto in una chiesa veneziana: una semplice raffigurazione di vasi sacri per l’olio utilizzati nelle diverse fasi della vita.
Realizzate con migliaia di componenti in titanio, intricate parti meccaniche e innumerevoli viti, le sculture combinano una raffinata maestria artigianale con una ricca simbologia. Le loro superfici sono ornate da miniature, creature mitologiche e motivi tratti dalla mitologia cinese, ma anche da inserti che rimandano all’astrologia e alle forme naturali. Corse rotanti di neonati, draghi o animali notturni, volti sereni o deformi, equilibri tra perfette geometrie a incastro ritmate da forme sferiche luccicanti: il mondo — reale e ideale — di Chan si fa caleidoscopico e pulsante, onirico e visionario. L’artista li considera come grandi recipienti che diventano metafora del corpo umano: un contenitore per elementi intangibili come la memoria, le emozioni e la coscienza. Queste immense strutture diventano più che semplici prodezze ingegneristiche: sono riflessioni sulla trasformazione, sulla spiritualità e sulle forze invisibili che plasmano l’esperienza umana.
Birth, la scultura alta oltre 7 metri e con un peso di 4,6 tonnellate, si presenta come un maestoso vaso sferico ovoidale sormontato da una corona traforata. Realizzata in titanio, la scultura è integrata da elementi in acciaio inox, specchi, cristalli ed elementi geometrici tridimensionali. Volti, corpi, ingranaggi, dischi dentati, ruote del tempo e specchi sfaccettati riflettono la luce e i riverberi, creando onde luminose tra le alte pareti del museo.
Il nome dell’opera, Birth (“Nascita”), simboleggia l’origine dell’universo e della vita da elementi infinitesimali. Chan riflette su come il cosmo prenda forma: le stelle nascono dalle particelle, le montagne e i fiumi dalla polvere, e la vita dalle cellule. La scultura sintetizza, per molti versi, l’intera mostra: dall’immensamente grande e lontano all’estremamente piccolo: forme organiche, esseri microscopici, nucleari.
Dal piccolo al grande, dall’interno all’esterno, dalla più lieve sensazione ai grandi concetti filosofici, Wallace Chan indaga la natura dell’uomo e del mondo, l’incommensurabilità tra i pensieri — siano essi i grandi concetti del passato o le più complesse filosofie — e la levità delle sensazioni: torniamo a ciò che vediamo, sentiamo e assaporiamo. Il naso, la bocca, le orecchie.






