
Testo di Martina Angelotti —
Il live è stato il secondo evento del progetto FESTA, una serie di ‘situazioni’ affidate a personalità artistiche per ideare e realizzare una tipologia di ‘evento festivo’ nel 2026 e 2027 tra Bologna, Torino, Cesena, Riola, Firenze e Milano.
Cosa e come può essere una festa oggi? Ad accompagnare questa ricerca sulle Live Arts Xing ha chiesto ad alcuni autori-osservatori-partecipanti-testimoni, di registrarne gli esiti a partire da una loro internità all’esperienza.
Qui le impressioni di Martina Angelotti, curatrice e ricercatrice, esperta di pratiche partecipative e sfera pubblica.
Entrando nello spazio sotterraneo della Fondazione Merz per assistere alla performance di Riccardo Benassi, la mia prima sensazione è quella di entrare in un luogo che esiste già nella mia memoria. Non è una ricostruzione nostalgica, ma il residuo materiale di qualcosa che continua a pulsare. Dieci moduli metallici (che Riccardo chiama Tecnosistemix), dai colori saturi del viola, giallo, rosso e grigio, appesi alle pareti insonorizzate dai pannelli fonoassorbenti, simulano le cabine di derivazione elettrica: quelle scatole metalliche gremite di nugoli di cavi che, alla fine degli anni Novanta, iniziarono a popolare gli spazi pubblici delle città, annunciando l’ingresso di internet nelle nostre case.
Oggetti che allora appartenevano al paesaggio senza chiedere di essere guardati e che oggi ritornano qui come fossili recenti, depositari di un’infrastruttura diventata ormai invisibile.
Mentre li osservo, mi torna in mente un palazzo in cui ho abitato per qualche tempo a Milano. Un’architettura degli anni Dieci del Duemila che prometteva una nuova idea di modernità: volumi netti, colori accesi, moduli ripetuti come un gioco combinatorio, grandi terrazze immaginate come estensione della vita domestica e spazi comuni pensati per favorire l’incontro. Ripassandoci oggi davanti, quella promessa sembra essersi tradita. L’intonaco si sgretola, il cemento riaffiora, i colori scoloriscono. Sembra che anche quell’edificio, come queste centraline, sia diventato il reperto di un futuro che immaginava di durare molto più a lungo.
In questa ottica è il lavoro di Benassi a produrre questa sovrapposizione di tempi. Come se ogni infrastruttura, proprio nel momento in cui smette di essere visibile, iniziasse a sedimentarsi nella memoria. Mi torna in mente una traccia bianca di cemento comparsa qualche anno fa sulla strada di casa mia dove sono nata. Correva lungo il margine dell’asfalto per chilometri, costeggiando gli ingressi di ogni abitazione, insinuandosi nel paesaggio con disinvoltura. Era la fibra ottica.
Anche qui, le tracce emergono da lontano. Fuoriescono dai moduli metallici una alla volta, mentre lo spazio si trasforma progressivamente in una dimensione sonora. E drone dopo drone si ricompongono in un unico pezzo corale, concepito, orchestrato e attivato da Benassi stesso, mentre segue una precisa scansione temporale guidata dai cronometri installati sul suo telefonino. Non è chiaro se quel suono appartenga a un corpo umano, a una macchina o all’eco di un ricordo. Di sicuro arriva da lontano, forse dal passato, e proprio per questo sembra provenire dal futuro. Si lascia interpretare e riconoscere lentamente, come quando da bambini ci si accorgeva che nella strada di casa qualcosa era cambiato, senza sapere ancora darle un nome. Quando tutto sembrava nuovo, ancora da attraversare, da profanare.
Questo suono non accoglie né respinge. È un abbraccio tenuto vigile dalla caffeina (offerta in lattine all’ingresso, da cui servirsi liberamente durante la veglia).
Riccardo Benassi è qui con noi e attraversa questo paesaggio con naturalezza.


Faccio fatica a definirlo un performer, eppure tutto, nella sua presenza, produce performatività. Non interpreta un personaggio, non cerca una coreografia. Cammina, si siede, si appoggia ai moduli metallici, guarda il telefono, fuma una sigaretta elettronica. Gesti ordinari che, sottratti alla loro funzione, iniziano a organizzare lo spazio e il tempo.
La sua voce registrata emerge lentamente da uno speaker agganciato ai jeans con un moschettone. Da quel momento, corpo e voce smettono di coincidere. La voce si piega insieme al corpo: cambia direzione, si fa più ovattata quando il diffusore si inclina, più nitida quando torna a rivolgersi verso chi ascolta. Non è il corpo a dare forma alla voce; è la voce a ridisegnare continuamente il corpo. Anche il pubblico è costretto a scegliere la propria distanza, a muoversi per continuare ad ascoltare o a sostare. Sulle sedie disposte in doppia fila in uno dei punti della sala, le persone siedono di spalle l’una all’altra, come nella sala d’aspetto di un ufficio postale o di un ospedale.
Sono abituata a incontrare i testi di Benassi sulle pagine di carta o sovrapposti alle immagini dei suoi video, come flussi di coscienza che scorrono davanti agli occhi. Li ho sempre letti immaginandone il timbro, il respiro, il paesaggio sonoro. È la prima volta che li ascolto con le orecchie insieme alla colonna sonora. La scrittura cambia consistenza. Diventa fiato, esitazione, riverbero. Alcune frasi affiorano come pensieri che sembrano nascere proprio nel momento in cui vengono pronunciate. «Qualsiasi strada è buona, basta andarsene.»
Anche il gesto apparentemente banale della sigaretta elettronica entra nella composizione. Il vapore che Benassi espira si sincronizza con il suono; per un istante sembra che sia il dispositivo stesso a respirare. Poco dopo è uno dei moduli metallici a emettere fumo, come se l’infrastruttura avesse acquisito un metabolismo. La nebbia artificiale mi richiama immediatamente a quella delle fabbriche della Pianura Padana che ritornano anche nel testo della performance. Per un attimo il presente e il ricordo condividono la stessa densità atmosferica.
L’intera azione è costruita come una manutenzione continua. Benassi non esegue una performance nel senso tradizionale del termine. Mantiene in vita un ecosistema. Controlla, percorre, ascolta, accende e spegne, aspetta. È insieme artista e manutentore di una macchina che produce memoria. Non anima un dispositivo; si prende cura della sua lenta sopravvivenza.
La festa immaginata da Benassi non coincide con la celebrazione, né con l’interruzione euforica dell’ordinario. Assomiglia piuttosto a un rituale di attenzione condivisa. A un tempo sottratto alla produttività, durante il quale una comunità di sconosciuti sceglie di abitare lo stesso spazio e la stessa durata. Anche un funerale, in fondo, è una festa nel senso antropologico del termine: non perché celebri la morte, ma perché costruisce una comunità attorno a una perdita. È un’occasione per sostare insieme davanti a qualcosa che finisce, senza l’urgenza di sostituirlo con qualcos’altro.


Quella che il progetto definisce “la camera ardente per Internet” non assume, infatti, il tono elegiaco della commemorazione. Mette piuttosto in scena un lutto ancora in corso. Non sta scomparendo soltanto una tecnologia, ma una precisa idea di internet come luogo. La rete delle origini aveva ancora un corpo: cavi colorati, modem, cabine, attese, rumori, cose riconoscibili. Oggi internet continua a esistere, ma come ogni infrastruttura perfettamente integrata, smette di essere percepita. È ovunque e proprio per questo non ha più un luogo.
Nel lungo testo che accompagna la performance, Benassi suggerisce che internet non è morta improvvisamente: sta morendo lentamente, accompagnata dalle nostre stesse interazioni quotidiane. Tocchiamo, sfioriamo schermi, alimentiamo un sistema che ha progressivamente trasformato uno spazio condiviso in un ambiente perfettamente personalizzato. Se l’internet degli inizi prometteva la scoperta e l’incontro, quello di oggi sembra restituirci il riflesso di noi stessi.
La performance dura tre ore e mezza. Verso la fine di questa festa accade qualcosa di quasi impercettibile. Siamo rimasti in pochi; le persone non escono. Temporeggiano. Come se dovessero ricordarsi dove andare dopo aver abitato quello spazio.
Che cosa trattiene ancora questi corpi? Gli ultimi suoni che escono dalla scatola metallica? Il fumo che si è fatto nebbia? O il piacere di stare in un tempo che non richiede nulla in cambio?
Poi, improvvisamente, quasi tutto tace. Rimane acceso un solo elemento. La composizione si interrompe senza enfasi.
La festa è finita.
Internet non muore con fragore.
Si spegne come una fabbrica osservata da lontano all’alba, quando il riverbero dell’ultima ciminiera si confonde con la luce del giorno. E noi, prima di tornare a lavorare, restiamo lì per qualche istante.


