

Testo di Valeria Eneide —
Parlare di natura nell’arte contemporanea é un’operazione complessa, spesso insidiata dal rischio di una rappresentazione didascalica o dalla semplice resa estetica del paesaggio. Negli spazi della Galleria A plus A di Venezia, il progetto We All Needed The Same Sun adotta tuttavia una visione critica differente. Frutto del percorso di ricerca dei tredici partecipanti al Corso Internazionale della School For Curatorial Studies Venice, la mostra non si limita a riflettere su tematiche legate alla crisi ambientale, ma mette in discussione la matrice stessa del nostro posizionamento all’interno dell’ecosistema.
Al centro dell’idea curatoriale c’è il contrasto tra la storia della natura e quella dell’uomo, che da sempre considera l’ambiente solo come una risorsa da sfruttare e consumare. La mostra mette in discussione questa visione antropocentrica, ricordandoci che la natura possiede una capacità costante di sfuggire al controllo e di riprendersi i propri spazi.
Scandita in cinque ambienti distinti sui due piani della galleria, la mostra propone un vero e proprio cambio di prospettiva. Nella prima sala le sculture zoomorfe e i disegni di Matilde Sambo, introducono a una dimensione in cui umano e animale non appartengono a territori separati. Poco più avanti, l’allestimento d’archivio di Simone Carraro, Il bambino con le branchie (2026), sposta l’attenzione verso il gesto umano dell’osservare, raccogliere e classificare il paesaggio. In dialogo con questo lavoro, la scultua di Daria Dmytrenko introducono forme ibride in cui la distinzione tra umano e animale perde consistenza. È qui che il percorso comincia a incrinare le nostre categorie conoscitive: la natura non viene soltanto mostrata, ma sembra sottrarsi alla possibilità di essere definita una volta per tutte.





Il passaggio dall’osservare la natura all’incontrarla davvero avviene nell’opera video O Peixe (2026) di Jonathas de Andrade in cui un pescatore e un pesce si guardano negli occhi. In questo scambio di sguardi non c’è più chi domina e chi viene guardato, ma due esseri viventi messi sullo stesso piano. A questo si affiancano le sculture in ceramica di Anna Marzuttinii, Komorebi (2025): funghi in ceramica disseminati sotto traccia nello spazio, costringono a prestare attenzione a ciò che normalmente rimarrebbe ai margini, suggerendo l’idea di una natura che sa insinuarsi lentamente oltre lo sguardo umano. Lo stesso meccanismo avviene con i Nidi (2026) di Sebastiano Zafonte, costruiti con mozziconi di sigaretta. Ció che viene abbandonato dall’uomo diventa materia per un habitat naturale, trasformando i rifiuti in traccia tangibile di un ecosistema alterato. Insieme alla scultura eligna di Paola Cenati, La caduta di un albero (2025) e l’installazione video di Glenda Leone il percorso allarga la prospettiva verso una temporalità geologica che sfugge alla scala umana.
È soprattutto nell’allestimento, però, che la mostra trova la sua intuizione più felice. I funghi nei quali ci si imbatte quasi per caso o il nido scoperto, incidentalmente impediscono all’esposizione di esaurirsi nella somma dei singoli lavori. La curatela costruisce un ambiente in cui la relazione con il naturale viene messa in scena attraverso il modo stesso in cui siamo costretti a guardare: prima osserviamo e classifichiamo, poi inciampiamo nell’inaspettato. We all needed the same sun sposta la questione della semplice denuncia ambientale alla responsabilità dello sguardo. Ci invita ad abbandonare l’idea del dominio per riscoprire un’intimità condivisa tra specie diverse: un’orizzontalità in cui ci si ritrova senza gerarchie ad abitare la terra sotto la luce del medesimo sole.
Cover: Sebastiano Zafonte, Nidi, 2026, Cigarette butts, empty eggshells, ph Clelia Cadamuro (1)






