
Testo di Carolina Lorenzini —
La fotografia nasce storicamente dalla promessa di riprodurre la realtà così come appare davanti all’obiettivo. Nel tempo, però, smette di essere soltanto uno strumento di rappresentazione e diventa un mezzo attraverso cui interrogare la realtà stessa. Non più soltanto: cosa vediamo? Ma: quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo?
È da questa tensione che sembra prendere forma True Reality. A cura di Gabriella Rebello Kolandra, è la prima mostra istituzionale in Italia dell’artista britannico Benjamin Jones. La mostra riunisce fotografie analogiche dedicate a paesaggi protetti, allestimenti di musei di storia naturale e giardini botanici. In dialogo con due contributi di Linda Fregni Nagler e Stefano Graziani, il progetto interroga il nostro rapporto con ciò che riconosciamo come reale attraverso immagini di una natura già mediata dall’intervento umano: animali tassidermizzati, diorami museali, giardini botanici e paesaggi ricostruiti.
True Reality contiene già una contraddizione: se esiste una “vera realtà”, deve esistere anche qualcosa che della realtà possiede l’aspetto senza coincidere pienamente con essa. Ma dove passa il confine? È proprio su questa soglia, tra ciò che esiste e la sua rappresentazione, tra natura e artificio, tra esperienza e immagine, che si sviluppa la ricerca di Benjamin Jones.
Il suo interesse per le istituzioni museali dedicate alla storia naturale lo porta a confrontarsi con luoghi che custodiscono e mostrano la natura attraverso la sua ricostruzione. Ci troviamo davanti ad animali realmente esistiti, piante, paesaggi e habitat naturali, ma sottratti al loro contesto originario, conservati, classificati e infine rimessi in scena dall’uomo. Cosa potrebbe esserci di più reale della natura stessa? Eppure, nel momento in cui viene ricostruita per essere osservata, quanto di quella natura continua a essere reale?
Negli spazi di Fondazione Elpis, la realtà che la fotografia dovrebbe registrare sembra così sdoppiarsi. Nelle immagini di Jones, ciò che viene fotografato è spesso già il risultato di un processo di ricostruzione, classificazione e messa in scena. L’immagine non documenta semplicemente il mondo, ma la rappresentazione di un mondo.


È qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della pratica di Jones: l’artista interviene sull’immagine proprio per tentare di renderla più fedele alla nostra esperienza del reale. Se la fotografia può registrare con precisione una scena nella sua interezza, l’occhio umano non vede allo stesso modo: mette a fuoco, si sposta, perde dettagli, ricompone. Jones interviene allora là dove il mezzo fotografico sembrerebbe garantire una restituzione automatica del reale. Non per allontanarsene, ma per sottrarre alla fotografia quella precisione che appartiene alla macchina più che all’esperienza umana. Per avvicinarsi a ciò che vediamo, la fotografia deve prima rinunciare alla pretesa di mostrarci tutto.
È quanto accade in The World in Your Head, dove stampe analogiche di grande formato compongono una sequenza di sguardi rivolti verso la serra del Burggarten di Graz. Ogni fotografia ne restituisce una porzione, ma la loro successione non ricostruisce mai un panorama perfettamente unitario. Fasci di luce, sfumature e zone che perdono definizione interrompono la continuità della scena. Prima dello sviluppo, Jones interviene manualmente sulla fotografia analogica utilizzando il fissatore per creare aree di sfocatura: un gesto artificiale impiegato, paradossalmente, per avvicinare l’immagine al funzionamento naturale della visione. Mentre lo sguardo si sposta, infatti, mette continuamente a fuoco qualcosa lasciando inevitabilmente qualcos’altro ai margini. La scena non ci si presenta mai tutta insieme, perfettamente definita, ma prende forma attraverso una successione di frammenti.
Qualcosa di simile accade nella memoria. Un luogo che abbiamo attraversato non sopravvive dentro di noi come una fotografia perfettamente nitida, ma attraverso dettagli, luci, forme e porzioni di spazio, mentre altre scompaiono. Vedere e ricordare diventano così due processi di ricomposizione. La manipolazione fotografica di Jones non produce semplicemente un’immagine alterata: mette in evidenza quanto la nostra stessa esperienza del reale sia già, inevitabilmente, mediata.


A questa prima forma di manipolazione se ne sovrappone però un’altra. Ciò che Jones fotografa è spesso già una rappresentazione: nei musei di storia naturale, i diorami ricreano habitat attraverso sfondi dipinti, vegetazione artificiale e animali tassidermizzati. Sono mondi costruiti per apparire naturali, rappresentazioni tridimensionali che Jones riporta nuovamente alla superficie fotografica. In una delle opere dedicate alle farfalle, per esempio, l’artista fotografa da punti di vista differenti esemplari conservati all’interno di una teca. A cambiare non è l’oggetto, immobile e classificato, ma lo sguardo che tenta continuamente di ricomporlo.
Entrare nella “vera realtà” di Jones significa allora confrontarsi con i frammenti attraverso cui costruiamo quotidianamente la nostra esperienza del mondo. Una condizione che oggi sembra estendersi ben oltre l’immagine fotografica. Quotidianamente ci troviamo a mettere a fuoco ciò che vediamo e a interrogarci sulla sua autenticità, immersi in una circolazione di immagini in cui ciò che è costruito può apparire più nitido, convincente e persino desiderabile di ciò che abbiamo davanti. Quante volte qualcosa che non è accaduto ci appare perfettamente plausibile? E quante volte, al contrario, vorremmo che la nostra vera realtà non lo fosse?
La questione non riguarda allora soltanto la possibilità di distinguere il vero dal falso, ma il modo in cui costruiamo ciò che riconosciamo come reale. Dove ci collochiamo noi, spettatori, immersi in questo continuo sovrapporsi di immagini, percezioni e ricordi? Persino la natura, quando viene conservata, classificata ed esposta, diventa il prodotto di una costruzione umana.
La fotografia di Jones non risolve questa ambiguità. La riproduce. E forse è proprio qui che True Reality trova il suo paradosso più interessante: nel tentativo di mostrarci il reale, Jones ne rivela continuamente la costruzione. La domanda, allora, non è più soltanto che cosa sia reale, ma attraverso quali immagini, percezioni e ricordi continuiamo a costruire ciò che chiamiamo realtà.
Cover: True Reality, The World in your Head, Benjamin Jones, Fondazione Elpis, 2026, Ph Marco Dabbicco – Altopiano Studio



