
— Testo di Simone Pellizzari
“L’ombra del mio gomito poggia sul tavolo-ombra mentre l’inchiostro-ombra scorre sulla carta-ombra.”
– Arthur Stanley Eddington
Quando una casa smette di essere una casa? Questa è la domanda che ci si pone entrando in Casa Corbellini-Wassermann, edificio milanese progettato da Piero Portaluppi che oggi ospita la sede milanese della galleria Massimo De Carlo. Le stanze sono ancora lì, così come la successione degli ambienti e i dettagli di un’architettura nata per essere abitata. Eppure, attraversandole, è difficile non chiedersi quanto dell’identità originaria di un luogo rimanga quando la sua funzione viene sostituita da quella di uno spazio espositivo. È all’interno di questa ambiguità che si inserisce Dimora Dislocata, mostra personale dell’artista polacca Alicja Kwade (Katowice, 1979) presentata da Massimo De Carlo fino al 31 luglio 2026. Concepite appositamente per gli spazi di Casa Corbellini-Wassermann, le opere in mostra attraversano circa vent’anni della ricerca dell’artista e si confrontano con un luogo che, come suggerisce il titolo, sembra essere stato spostato rispetto alla propria identità originaria. Una dimora che non ha smesso del tutto di essere tale, ma che oggi accoglie una diversa forma di vita: quella delle opere, degli sguardi e dei visitatori.
È proprio in questo rapporto tra le opere e il luogo che le accoglie che la mostra trova il proprio centro. La pratica di Kwade si è sviluppata a partire da una costante messa in discussione di ciò che appare stabile e riconoscibile: materiali, forme, oggetti quotidiani e strutture familiari vengono sottoposti a piccoli (o grandi) slittamenti, sufficienti a modificare la percezione che ne abbiamo. La sua ricerca si muove così tra realtà e rappresentazione, materia e immagine, senza mai abbandonare del tutto la concretezza delle cose.



Alla base del concept della mostra si può evidenziare una frizione tra ciò che percepiamo e ciò che pensiamo di sapere. Il punto di partenza è il celebre esempio dei due tavoli formulato dal fisico britannico Arthur Eddington: da una parte il tavolo dell’esperienza quotidiana, solido, stabile, capace di sostenere gli oggetti; dall’altra il tavolo della fisica, composto da atomi e particelle, attraversato da spazi vuoti e regolato da forze invisibili. Il medesimo oggetto può così esistere contemporaneamente in due forme diverse, entrambe vere, ma difficilmente conciliabili nella nostra percezione. È forse per questo che Ein Tisch ist ein Bild (2018-2026), collocata in una posizione centrale all’interno del percorso, assume un valore quasi programmatico. Il tavolo, oggetto quotidiano per eccellenza, conserva la propria riconoscibilità ma viene sottratto alla sua funzione immediata per diventare anche immagine, superficie e presenza da osservare. Non è più soltanto qualcosa che utilizziamo, ma qualcosa che guardiamo: l’oggetto e la sua rappresentazione sembrano così coincidere e, al contempo, contraddirsi. Gli oggetti di Kwade mantengono spesso una forma familiare, venendo sottratti alla loro funzione o ricomposti in configurazioni che ne modificano il senso e la natura. In Eadem Mutata Resurgo (2026), questa trasformazione appare come un passaggio da una condizione all’altra, in cui ciò che cambia non scompare completamente, ma conserva tracce della propria forma precedente. In Fernseher (2026), invece, la materia sembra compiere un percorso ancora più radicale: ciò che vediamo è il risultato della trasformazione di un oggetto precedente, la cui materia viene ricondotta a una nuova forma. La polvere e le particelle di qualcosa che è esistito prima non scompaiono, ma diventano la sostanza di un altro oggetto.

In entrambi i casi, qualcosa rimane e qualcosa si perde. È forse in questo scarto che il titolo della mostra acquista il suo significato più ampio: una dimora dislocata non è necessariamente un luogo che ha cessato di essere ciò che era, ma uno spazio in cui identità diverse continuano a coesistere. La stessa ambiguità attraversa le due opere Mono Monde (2024) e Mono Monde (2026), che sembrano mettere in discussione la possibilità di una realtà unica e indivisibile. La loro presenza, declinata in due momenti diversi, introduce nello spazio una variazione, una ripetizione che non è mai identica a se stessa. Ciò che appare come un unico mondo può essere osservato da più punti di vista, attraverso forme che si somigliano ma non coincidono del tutto. È in questa distanza tra ciò che vediamo e ciò che sappiamo che si colloca la ricerca di Kwade. Le sue opere non cercano di rendere visibile una verità nascosta dietro le cose, ma di incrinare la sicurezza con cui le riconosciamo. Un oggetto può conservare la propria forma e perdere la propria funzione, mantenere la propria materia e assumere un’altra identità, apparire immobile e suggerire al tempo stesso un movimento o una trasformazione. In Ton Steine Scherben (2026), questa proprietà si manifesta anche attraverso una forte presenza visiva: la materia, la forma e il peso sembrano organizzarsi in un equilibrio che appare al tempo stesso concreto e improbabile. L’opera si impone nello spazio proprio perché mantiene una relazione diretta con la fisicità delle cose, ma la sua configurazione rende difficile stabilire con certezza dove finisca l’oggetto e dove inizi la sua trasformazione.

In Know Ledge (A-Jeremy) (2026), invece, il rapporto tra ciò che sappiamo e ciò che vediamo diventa ancora più esplicito. Anche il titolo sembra suggerire una frattura interna alla conoscenza, come se il sapere non fosse una condizione stabile ma qualcosa che può essere separato, ricomposto e nuovamente interrogato. L’opera si inserisce così nella ricerca dell’artista polacca come un ulteriore passaggio tra la riconoscibilità dell’oggetto e la sua perdita di evidenza: comprendere ciò che si ha davanti non significa necessariamente riuscire a identificarlo una volta per tutte. In questo senso, le opere non illustrano semplicemente un principio scientifico, ma lo traducono in un’esperienza percettiva. Il tavolo dell’esperienza e il tavolo della fisica non vengono presentati come due realtà alternative tra cui scegliere: continuano a esistere contemporaneamente. Allo stesso modo, gli oggetti di Alicja Kwade non cessano di essere ciò che sono, ma diventano anche qualcos’altro. La loro ambiguità non nasce dalla cancellazione della forma, bensì dalla sua permanenza. È proprio perché riconosciamo un tavolo, una materia, una superficie o una struttura che possiamo percepire il momento in cui la loro identità comincia a slittare.

