Joséphine Topolanski inventa cosmologie, non lavora per aggiungere bellezza al mondo, piuttosto, costruisce sistemi di credenza paralleli dove ufologia, tecnomisticismo e rituali ancestrali coesistono senza confliggere. Espone a Studiolo, con la mostra “Le impronte del cielo” creando un gioco serissimo, uno che ricorda le Ficciones di Borges, ma invece di usare le parole per confondere il lettore, impiega materia tangibile per destabilizzare il visitatore.
Chi è Joséphine Topolanski
Topolanski (Parigi 1998), artista diplomata ENSAD nel 2021, ha attraversato in pochi anni il circuito delle grandi mostre collettive (Jeune Création, Art Basel Paris) e delle residenze prestigiose (Villa Belleville, ora Pantin e Bucarest). La sua è una progressione meditata, costruita attorno a un’idea che tiene insieme tutto, come il sacro continui a muoversi negli spazi contemporanei, assumendo forme sempre diverse. È abbastanza giovane da non avere nostalgia del reale, vecchia abbastanza da sapere che il reale non esiste senza narrativa. Le acquisizioni da fondi pubblici parigini (Pantin, Paris Collections) ci dicono che le istituzioni hanno compreso che dietro all’estetica rituale c’è una ricerca seria sulla credulità, sul desiderio umano di significato.
La menzogna elevata a verità
Quello che Topolanski pratica è quello che la critica Lambert-Beatty chiama “parafiction”: situazioni sospese tra vero e falso, dove la menzogna raggiunge lo statuto di verità, almeno temporaneamente. Non è però negazione della realtà, ma sua amplificazione. Il punto non è dire “questo non esiste”, ma interrogarsi sul perché noi attribuiamo significati sacri a certi oggetti, e come il confine tra il documentario e l’immaginifico sia più fragile di quanto crediamo. Topolanski costruisce queste perplessità con freddezza concettuale e precisione formale, non è folk, non è New Age.



La cappella di Studiolo
Lo spazio milanese è stato trasformato in una specie di altare: nella prima sala, stendardi commemorano la possibilità degli UFO, un libro diventa tabernacolo attraverso cui leggere “i segni del cielo”; un candelabro “quantico” per la celebrazione delle particelle elementari. Poi una porta di candele ufologiche conduce alla seconda stanza, dove un tessuto argentato a forma di stella, illuminato da una luce site-specific che ne enfatizza l’anomalia, emerge da fuliggine nera ricavata da candele votive bruciate in una chiesa romena. È tutto estremamente sofisticato, ma anche inquietante: lo spazio non grida, sussurra. Suggerisce fenomeni invisibili, il residuo di un passaggio alieno sulla materia, e proprio in questo scarto, tra ciò che manca e ciò che rimane, tra il corpo assente e la traccia che lo sostituisce, si insinua quella sensazione di uncanny che Freud avrebbe riconosciuto: non la paura di un mostro che appare, ma il disagio più sottile di ciò che ci è familiare e che pure ci si presenta improvvisamente estraneo, di un linguaggio sacro che riconosciamo, candele, stendardi, tabernacoli e che proprio per questo, spostato di un grado verso l’alieno e il quantico, ci inquieta più di qualunque cosa davvero sconosciuta.
Lo specchio del nostro bisogno di significato
Ciò che distingue il gesto di Topolanski è il rifiuto di ogni postura di superiorità: l’artista non deride chi cerca tracce del sacro negli UFO, non ne fa un oggetto di ironia o di scherno. Dice, più radicalmente, che il nostro bisogno di trovare impronta del divino in qualunque cosa è talmente profondo, talmente umano, che la forma che questo prende (Dio, extraterrestri, quantistica mistica) è quasi secondaria. La mostra rispecchia la nostra tendenza a inscrivere il trascendente nel concreto. E in questi mesi dove il confine tra reale e costruito sembra sempre più sfumato, guardarsi allo specchio attraverso gli occhi di un’artista così giovane e consapevole è davvero illuminante.
Cover: Joséphine Topolanski, Le Impronte del Cielo, 2026, Studiolo, Milano – ph Martina Garbin







