
L’ultimo capitolo dell’era Boeri, che in conferenza stampa da remoto – per impegni istituzionali – ha sottolineato come l’arte di Francesco Clemente sia creativa e con una potenza tale da sfuggire a rigide classificazioni, chiude un mandato che in otto anni ha reso la Triennale un luogo a 360° che accoglie mostre, festival di musica, dj set, serate cinema e teatro, food e ristorazione.
Francesco Clemente. In Between, in corso fino al 6 settembre, curata da Francesca Pietropaolo con Robert Storr e Vito Schnabel Gallery, è la prima mostra in Italia del pittore e disegnatore di Napoli dopo 17 anni, dal lontano 2009 quando il Museo Madre ospitò Francesco Clemente – Naufragio con spettatore 1974-2004. Clemente arriva a Milano con una retrospettiva che racconta non solo la sua arte ma anche la sua grande capacità di mantenere sempre una voce non categorizzabile, che lo hanno reso una figura cardine della Transavanguardia e di tutto il movimento artistico italiano e internazionale. Proprio il contesto nostrano è al centro di un intelligente progetto di valorizzazione avviato da Damiano Gullì, curatore per l’Arte contemporanea e il Public Program di Triennale.
Il progetto porta il titolo di In Between perché tutta la ricerca di Francesco Clemente sembra abitare una soglia. Non una posizione definita, ma uno spazio di attraversamento continuo in cui immagini, culture, simboli e identità si trasformano senza mai fissarsi definitivamente. Il percorso espositivo restituisce con chiarezza questa tensione, costruendo un dialogo tra lavori nel tempo che sembrano far parte di un unico flusso d’immaginazione.
Tra i passaggi più significativi della retrospettiva è la riunione dei tre importanti dipinti My House, My Parents, My Journey, insieme per la prima volta dopo la storica esibizione Zeitgeist del 1982. Opere che permettono di cogliere il suo percorso coerente, pur viaggiando tra geografie e spazi differenti.
Lontano da qualsiasi linearità storica, è una pratica che si sviluppa per ritorni. Volti, corpi, animali, simboli collegati al religioso e riferimenti alla mitologia convivono in un linguaggio non solo verbale ma soprattutto visivo. L’artista afferma che le sue immagini «provano a ricordare l’ombra del sacro» e che «senza di esso non esiste linguaggio». Riferendosi a quest’ultimo, afferma inoltre: «è il tesoro più importante e i nostri nemici lo stanno distruggendo».




Più che un tema, il sacro sembra voler rendere percepibili dei territori invisibili. Con questa riflessione l’artista non richiama una fede religiosa, ma l’origine dell’esistenza che precede ogni sistema di credenze. Ciò che permette all’essere umano di attribuire un significato ad ogni cosa di questo mondo, e di immaginare anche ciò che si trova in una bolla inafferrabile. E il sacro, nelle sue opere, non coincide con una specifica appartenenza religiosa; più che altro appare come una dimensione originaria dell’esperienza umana, una presenza che sopravvive sotto la superficie del mondo contemporaneo e che l’arte tenta di evocare.
Fondamentali per la sua evoluzione artistica sono stati i soggiorni in India iniziati nel 1973, l’interesse per l’induismo, il sufismo, il buddhismo zen e altre forme di misticismo occidentale. La mostra restituisce bene questa dimensione cosmopolita. I dipinti dialogano tra Napoli, New York e l’India, tra la tradizione figurativa italiana e l’immaginario orientale, tra memoria personale e archetipi collettivi.
Cresciuto accanto alla sua opera e legato da un rapporto di amicizia con la famiglia Clemente, Vito Schnabel ha descritto il privilegio di averne seguito lo sviluppo come una lunga storia in divenire. Una traiettoria di trasformazione rimasta fedele ad una visione sorprendentemente coerente in tanti anni di lavoro.
Per Robert Storr, Clemente possiede una rara capacità: quella di «spostarsi tra mezzi figurativi diversi e di rendere nuovo qualcosa di antico». Ancora Storr ha individuato nell’acqua una possibile metafora dell’intera produzione del pittore, per la natura stessa della sua pittura che scorre, si trasforma e assume forme imprevedibili. A questa sua fluidità si contrappone l’affresco, medium che tende all’immutabilità.
Nelle sale della Triennale, acquerelli, dipinti, libri d’artista e opere più recenti sono in dialogo senza che emergano gerarchie tra tecniche e periodi. Tra le presenze che attraversano l’universo di Clemente, la più importante è senza dubbio Alba, sua moglie e compagna di vita. Il ritratto del 1997 a lei dedicato inaugura una composizione orizzontale che ritorna nel recente Alba (2024).
A cinquant’anni dagli esordi, Francesco Clemente continua a muoversi In Between, in un territorio che genera ambiguità e mistero, permettendo alla pittura di continuare a seguire una linea sospesa tra spiritualità e immaginazione in cui gli opposti non si escludono ma convivono.
Cover: Francesco Clemente: In Between Exhibition view, My House, 1982 My Journey, 1982 My Parents, 1982, Photo Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano





