

“Assieme ad Hannes Egger e a Veronika Vascotto, abbiamo cercato di individuare un tema che rispondesse alle grandi emergenze contemporanee, su tutte, le varie forme di autoritarismi. Abbiamo scelto in seguito di spostare il focus della FORT Biennale sulla ‘comunità’, prima di tutto umana: come ripensarci come comunità di esseri umani, per cercare di sviluppare un senso di empatia, collaborazione, di mutuo aiuto. Una collaborazione che dovesse prima di tutto essere riscoperta tra gli esseri umani per poi riverberarsi nel mondo ‘oltre umano’”. Con questa premessa Andrea Lerda, con Hannes Egger e Veronika Vascotto – curatori della seconda edizione di FORT Biennale – ha enucleato il tema della mostra ospitata a Forte di Fortezza (fino al 8 novembre 2026), dal titolo Reclaiming Collective.
“La strada che passa qui vicino è la A22, è una delle strade principali che collegano l’Italia con l’Europa, è un luogo d’incontro. Dire Forte di Fortezza, A22 o Brennero, l’arco alpino centrale, per me è un po’ come dire la stessa cosa: è un passaggio. Per molti versi è un luogo simbolico che esprime un spazio d’incontro, molto particolare. Siamo partiti riflettendo su come dare voce a questo luogo d’incontro e più in generale cosa significa per noi e per gli artisti lo stare insieme, il togetherness. Mettersi in gioco, sperimentare: tentare di dare voce allo stare insieme con i pensieri, con le azioni, certo con l’arte e la musica, ma anche con il ballo, con l’ascolto” spiega Hannes Egger.
“L’importante per noi era di non rimanere solo a livello di pensiero, non volevamo che la nostra proposta rimanesse solo un atto mentale e teorico, ma che avesse anche una certa giocosità. Anche la proposta grafica della stessa Biennale, per molti versi, rompe certi schemi e strutture tipografiche: volevamo invitare a fare delle cose in maniera leggermente bizzarra, imprevedibile” precisa Vascotto.
Uno degli aspetti che i curatori hanno sviluppato è allargare il linguaggio dell’arte e le tematiche che veicola, in modo che fosse comprensibile e accessibile: “abbiamo cercato di creare un racconto che fosse comprensibile, che potesse dire delle cose anche a chi non fosse esperto o conoscitore dell’arte contemporanea in senso stretto”, precisa Lerda.
Questo obiettivo parte dalla stessa immagine guida della biennale, opera commissionata a Barbara Gamper, per rappresentare concettualmente la mostra: l’idea che sta alla base è quella della simbiosi, dell’entanglement, della rispondenza tra corpi umani e non umani, la mescolanza. L’opera rappresenta del muschio da cui escono delle mani di diversa forma e colore; la zolla è attorniata da animali acquatici, un fungo, un’ape e un lungo lombrico. “La visione che emerge da questa immagine è auspicabile e utopica.” L’utopia, concetto che trama molte opere in mostra, si ritrova anche nell’ultima sezione Think, dove si dà ampio spazio alle ricerche scientifiche di Eurac Research.
Ed è proprio grazie alla collaborazione tra la FORT Biennale e il Centro di Studi Avanzati di Eurac Research – un istituto di ricerca applicata con sede a Bolzano – e al contributo di Elisa Piras, Chiara Paris, Jenny Ufer, Katharina Gruber, ricercatrici che si occupano dei temi di questa seconda edizione, che l’esperienza espositiva ha allargato le maglie dell’arte per includere una narrazione interdisciplinare: ognuna delle quattro sezioni, infatti, apre a delle prospettive e a degli approfondimenti che attingono dall’antropologia a visioni politiche e storiche.



La mostra è divisa in quattro capitoli – Think, Play, Dance e Act – ognuno dei quali affronta e analizza una serie di contenuti grazie alle opere di una selezione di 20 artisti della scena internazionale, con una particolare attenzione alla zona dell’Euroregione Tirolo-Alto Adige-Trentino.
La prima sezione, Think è una sorta di dichiarazione di intenti: qui si rappresentano i problemi principali della contemporaneità; le opere scelte, spiega Lerda, “delineano per certi versi uno scenario futuribile dando un indirizzo programmatico che è quello di ‘riscoprirci’. Qui riscopriamo il senso di parole come ‘attivismo’, ‘partecipazione’, consapevolezza, unione e collaborazione”.
Se Think si presenta come la sezione assertiva, la sezione Play, invece, è stata pensata come uno spazio dove “fare esercizio” di comunanza, di empatia, di ascolto e immedesimazione. In questa sezione prevale la dimensione del gioco, ma anche forme di immersione spirituale.
La sezione Dance, spiega Veronika Vascotto, “coinvolge la comunità musicale del sud Tirolo. Abbiamo cercato di sviluppare un approccio alla disciplina dell’arte che andasse oltre il visivo”. Act è una sezione dove si invita a sviluppare un senso di allargamento del proprio punto di vista per espandere i significati di concetti quali “utopia”, da pensare come uno spazio esistente nel futuro, “non così difficile da concepire”.
L’opera che apre il percorso di Reclaiming Collective, è un’installazione immersiva di Dan Perjovschi, concepita dall’artista come uno spazio di soglia. Le mura di uno stretto passaggio diventano uno schermo su cui l’artista racconta la sua visione della realtà, fatta di notizie locali o globali, dove politica, problemi e crucci sociali sono espressi in modo satirico e con un’alta dose di ironia. Disegni semplici ma incisivi espressi con uno stile essenziale e diretto: poche linee, spesso sgangherate, vibranti e veloci, che rappresentano conflitti globali, crisi climatica, iperconnessione digitale, ma anche alienazione e paradossi dell’essere umano. UTOPIA, futurO, CAPO_LAVORO, crisi, HUMANITY vs HYPOCRISY: concetti chiave che palesano urgenze e contraddittorie attitudini di un’umanità che – a quanto pare – sembra allo sbando.
Ed è proprio di un’umanità persa (nella rete) che racconta l’artista austriaca Rosmarie Lukasser, che rappresenta corpi umani accovacciati su se stessi nell’atto di digitare un’invisibile tastiera. Corpi disposti in scaffali come fossero merce qualsiasi, che credono di essere connessi e legati gli uni con gli altri, in realtà inconsapevoli di vivere nel totale isolamento. Anche nell’installazione di Rebecca Moccia, si approfondisce lo spaesamento contemporaneo con il progetto Ministry of Loneliness dove sviluppa una riflessione sulle strutture sociopolitiche che modellano lo stato emotivo della solitudine e la sua percezione nel mondo contemporaneo.
Lirico e sognante l’intervento di Bea Bonafini che rappresenta una leggenda giapponese dove trasformazione e metamorfosi sintetizzano le ambiguità del vivere al giorno d’oggi.
Flaminia Veronesi rilegge il pensiero di Maria Montessori mischiato alla rilettura dell’immagine della “donna pioniera”. Le virtù del femminile come cura, accoglienza e legame con il naturale sono deflagrate in un nuovo sentimento universale. Emerge dalle sue visioni intense e fortemente connotate da un colore vivido, una nuova visione della donna, non più sottomessa e materna, ma forte, generatrice di energie pulsanti e vivificanti: un inno alla vita e alla necessità di prendersi cura l’un l’altro.
Anche nel video in mostra di Josèfa Ntjam, per molti versi emerge un nuovo essere (sub) umano abitante di mondi intergalattici dove vengono decostruite le narrative egemoniche su origine, identità e razza. Il video è celato da una grande tenda dove Karin Schmuck ha stampato due diverse prospettive di paesaggi montani: giunta a piedi lungo la cresta del Gran Pilastro a 3000 metri di altitudine – sul confine che separa l’Italia dall’Austria -, l’artista ha fotografato prima in una direzione e poi, ruotando di 180° nell’altra, la cresta della montagna. “Annodando” idealmente i due stati mediante la bellezza del paesaggio, Schmuck ha dilato i limiti del concetto di ‘confine’ facendolo diventare un terreno di confronto, possibilità, unione e relazione.





Molto intensa e coinvolgente la stanza che ospita l’intervento di Mali Weil – piattaforma artistica costituita da Elisa Di Liberato, Lorenzo Facchinelli e Mara Ferrieri -, composta da opere che fanno parte del progetto più ampio Rituals. The Mountain of Advanced Dreams (2023-26). Il progetto ruota attorno al concetto di “diplomazia interspecie”. Racconta Lorenzo Facchinelli: “Con questo ampio progetto ci siamo interrogati su quali sono le relazioni tra umano e l’oltre l’umano – intendendo con quest’ultima definizione animali, piante, batteri, montagne, fiumi – alla luce di una dimensione politica prettamente umana che è quella ‘diplomatica’. Nel grande arazzo jacquard presente in mostra, dal titolo Divina et Devorator, è diventato una sorta di manifesto di questa ricerca”. Il monumentale arazzo ribalta la classica visione antropocentrica occidentale, che vede l’essere umano al vertice della catena alimentare, proponendo, invece, un cambio di paradigma, ponendo l’uomo sullo stesso piano di tutte le altre specie. “È un imperativo futuro che proclama, per molti diversi, il fatto che tu possa essere divorato. Questo concetto sta al centro della nostra ricerca di diplomazia inter-specie: l’idea che noi uomini, l’antropos, sia il divoratore che non può mai essere divorato, storicamente, culturalmente, si è messa sopra alle altre specie. Da questo punto abbiamo iniziato a lavorare per ripensare le relazioni con l’altro dall’umano”.
Poetica e coinvolgente l’opera video di Micol Roubini, A nèu ën à d’össi (La neve non ha ossa), 2025. Spiega l’artista in una recente intervista dove racconta la sua ricerca etno-linguistica condotta al confine italo-francese, tra la Brigue in Valle Roya e Realdo in valle Argentina: “Per quest’opera ho iniziato a fare ricerche linguistiche sul Brigasco. In particolare mi interessavano i proverbi che nello studio delle lingue orali rivestono un ruolo ben preciso: sono formule cristallizzate, che riflettono usi e costumi delle comunità che ci hanno preceduto, come dei carotaggi nel terreno. Ho ricercato quelli di cui oggi con più difficoltà si intuisce il senso e che raccontano la percezione che si aveva di queste aree impervie di montagna. In un secondo momento ho rintracciato dei ragazzini dai due lati del confine, nello specifico a la Brigue, che è l’ultimo paese al confine francese e a Realdo, il primo dal lato ligure e chiesto loro di urlarsi i proverbi in brigasco da un lato all’altro, come se dialogassero a distanza, e li ho filmati. Nei proverbi si avvertono i diversi accenti e le incertezze dovute al tentativo di ripetere parole di una lingua che non è più la loro, ma quella dei loro nonni. L’eco delle urla crea un simbolico dialogo tra le due parti”. (da Living Room 2025, Cuneo | Intervista con gli artisti, ATPdiary, 10/25).
Di confini e il loro superamento tratta anche il lavoro di Maria Walcher che ha realizzato una scultura fatta da una semplice coperta blu dove la tracciato con fili di diverso colore le vie della transumanza, sovrapposte ai percorso dei migranti che attraversavano i confini nazionali.
Marinella Senatore, artista la cui partecipazione a questa biennale è “imprescindibile”, specifica Andrea Lerda “per le tematiche che da sempre porta avanti con la sua ricerca”, in questa occasione presenta una sorta di sintesi del suo pensiero – che celebra la forza collettiva nell’indurre un cambiamento sociale – con tre diverse tipologie di lavori. Dalla riappropriazione dello spazio pubblico immortalata nei disegni della serie It’s Time to Go Back to the Street; The Word Community Feels Good, una luminaria dall’evidente messaggio potente; e infine cinque gonfaloni del progetto Protest Forms: Memory and Celebrations: documentazione della dimensione vibrante, attivista e celebrativa del suo lavoro.
Chiude idealmente la sezione Thinks un testo del gruppo di ricerca del Centro di Studi Avanzati di Eurac Research, dal titolo Reinventare l’utopia: dalla critica alla costruzione collettiva del mondo.
“Abbiamo cercato di rendere possibile anche ciò che non è immediatamente possibile, siamo approdato al concetto di ‘utopia’ che dal 1500 entra nella cultura politica occidentale; ma ci entra sempre in modo un po’ carsico, restando sommerso e affiorando ogni tanto, senza diventare o incidere nella progettuali politica vera e propria. Nelle nostre ricerche abbiamo individuato che ci sono dei luoghi dove qualcuno prova a realizzare queste utopie. Esistono anche molte teorie che cercano di mettere in relazione i concetti fondamentali come comunità, libertà, sviluppo collettivo delle diverse individualità. Abbiamo cercato di dare una breve ricostruzione e proporre una possibile lettura per chi volesse soffermarsi a ragionare sul ‘confine’ tra ciò che è possibile e ciò che non lo è … per ora”.



La sezione Play, pensata “per passare dalla teoria alla pratica”, invita il pubblico a partecipare e a coinvolgersi con le opere selezionate, accomunate dalla priorità di venire ‘attivate’. Si entra dunque nel vivo della condivisione delle esperienze. “le opere di questa sezione, manifestano il loro significato nel momento in cui vengono performate, agite, utilizzate”, spiega Lerda.
Introduce il suo lavoro Michael Fliri che presenta I Don’t Understand That You Understand Me (2026): “La tematica principale del mio lavoro è la maschera e la riflessione sull’identità che questo elemento comporta. Volevo creare una maschera che fosse utilizzabile da due persone; la prima persona la indossa, mentre l’altra, grazie alla tensione dell’elastico, riesce a sostenere quella dell’altra persona. Le due persone devono essere sincronizzate, devono in qualche modo coordinarsi, stabilire una relazione. Volevo riflettere sulla nostra relazione con l’altro, ma anche sulla probabilità che le altre persone, per certi versi, ci mettono una maschera. L’estetica si ispira alle forme dei software di riconoscimento facciale, dunque si basa su dati biometrici numerici che rendono possibile il riconoscimento solo mediante informazioni che emergono dal confronto, mostrando l’identità facciale come una struttura relazionale e non unitaria”.
Dalle maschere di Fliri al tamburo, elemento centrale della ricerca di Tobia Tavella. L’artista, grazie a materiali di recupero, ha creato uno strumento di percussione di grandi dimensioni, la cui attivazione è affidata al pubblico. L’opera è formata da un’antenna parabolica appoggiata su un vecchio pneumatico di trattore. Il pubblico, grazie a dei battenti realizzati con rami intagliati, attiva Drum, il cui suono riecheggia negli ampi spazi della Fortezza. Da attivare in modo collettivo, il suono di Drum è frutto di improvvisazione ed empatia tra le persone e il luogo.
“33 Km, Castelberg, Colle Roccia, Gran Monte, Leon, Cuore Peak, Montagna a spirale, Prima o Poi, Montagna della Tristezza, Monte dell’errore, Mortezza, Sosaberg, Piramide del Brennero, Terence Hill, Vanitasberg…” questi e molti altri sono i nomi raccolti tra gli abitanti di Fortezza dal Museo Wunderkammer, alla richiesta di nominare la collina formata dai detriti dello scavo del tunnel del Brennero. In mostra, oltre a questa lunga lista di nomi, anche quelli legati ad un altro luogo ‘senza nome’, un bacino della diga del 1940. Nell’attivazione di un processo di raccolta di toponimi, il progetto trasforma la mancanza di nomi in uno spazio di negoziazione collettiva, nonché di riappropriazione simbolica di un territorio radicalmente mutato dalle infrastrutture.
Spazio di alleanza e connessione con il mondo naturale è il fulcro dell’installazione di Micaela Piñero, Speaking in All Languages. Siamo invitati a sdraiarci in uno spazio intimo che sollecita lentezza e raccoglimento. Rilassati e meditabondi, possiamo perderci nell’immaginario dell’artista fatto di forme naturali, strane presenze tra l’umano e il fantastico, parole e messaggi che evocano concetti come cura, consapevolezza e solidarietà. “Micaela ha un occhio aperto tra il suo corpo e il cosmo e questo è un canale preferenziale di dialogo; lei lo restituisce, lo rappresenta in modo rapido, con segni e disegni gestuali, quasi non controllati. Lei rappresenta mondi e scenari di moltitudini, di comunità richiamando figure mitologiche immaginifiche, immaginando quel mondo di coesistenze che trama tutta la biennale”, spiega Lerda.



All’esuberanza visionaria di Piñero, passiamo alla sintesi formale e concettuale di Ingrid Hora, presente alla biennale con l’installazione The Great Leap Forward del 2011.Il lavoro si riferisce alla riforma socioeconomica avviata in Cina da Mao Zedong tra il 1958 e il 1961. La scultura evoca lo scarto tra generazioni e apre una riflessione sui lati oscuri che gli odierni concetti di progresso e crescita capitalistica generano. L’opera consiste in una serie di deambulatori saldati insieme, per formare una paradossale catena ‘umanitaria’ utopica e, per certi versi, ironicamente simpatica.
Hannes Egger, alla biennale riveste due ruoli, curatore e artista. A Reclaiming Collective, presenta l’installazione sonora Humming from the Mountains (2025). Consiste nella raccolta dei canti di alcuni dei 150 abitanti di un piccolo paesino della Valle d’Aosta, Eresaz. L’artista si concentra sul potere del canto collettivo come pratica storica capace di riunire le persone all’interno dei territori montani. Il ‘canticchiare’ condensa una sorta di leggera profondità, un legame sottile e gioioso nell’unire gli animi. Al centro della grande sala, un microfono è sospeso nel vuoto e invita i visitatori a unire la propria voce, o meglio, il proprio canto, con quello soffuso e quasi impalpabile degli abitanti di Eresaz.
Chiude la sezione Play l’installazione giocosa di Maël Veisse, dal titolo Transumanza: consiste in una grande serie di sgabelli di legno che i visitatori possono prendere e diffondere in tutti gli spazi della biennale. Concepiti come simboliche forme d’incontro, più che semplici sedute, gli sgabelli devono servire a stimolare un confronto aperto, un momento di riflessione tra le persone magari davanti ad altre opere o semplicemente per contemplare gli imponenti ambienti del Forte, fatti di grandi stanze, lunghi corridoi, aperture che danno sul paesaggio montano o chiuse da finestre non più apribili.
L’ultima sezione Dance, dopo quella dedicata al ‘pensiero’ e quella legata all’interazione, diventa, spiega Vascotto, l’area più “emotiva”. “Dance si concentra su cosa sia la comunità anche in termini musicali. Ci sono tantissimi eventi che avvengono all’interno del Sud Tirolo e spesso si dimentica che molti eventi avvengono, nelle comunità, in modo molto concreto, ritualistico. Ci sono molti collettivi soprattutto nell’Alto Adige, che spesso non sono percepiti o conosciuti. Abbiamo voluto esulare dallo stretto ambito dell’arte, per allargarci su diversi luoghi sociali; nel giro di un mese, abbiamo compiuto delle registrazioni nelle diverse comunità. Si parte dalla scena tradizionale, per riflettere su come il corpo riflette la percezione della musica, per giungere a musica punk e più sperimentale, ma anche canti, concerti, dj set.. Abbiamo messo al centro la relazione tra corpo, musica ed emotività, per capire anche come il pubblico, fruendo le varie registrazioni, risponde a questi diversi contesti. C’è l’intento di intrecciare i diversi ambienti e contesti: ognuno può isolarsi immergendosi per tutta una notte in questo archivio sonoro eterogeneo – dura circa 7 ore -, oppure viverlo per piccoli brani”.
La sezione Dance mette al centro l’esperienza del ballo, intendendola come pratica relazionale. Ballando i corpi entrano in rapporto, gli affetti circolano, emergono significati e si articolano scambi di idee. Il movimento diventa così un dispositivo attraverso cui si producono forme di esperienza condivise.
Cover: TOBIAS TAVELLA, Satellite dish, tractor tyre, textile, rope Environmental dimension Courtesy the artist ©Tiberio Sorvillo

