ATP DIARY

Più del necessario – Ingeborg Tysse da Société Interludio

Gorgiere smisurate, cinture, grovigli che debordano: nella sua prima personale italiana Ingeborg Tysse mette in scena un eccesso di ornamento e di desiderio. "Old Snag" parla della spinta che fa proliferare la materia oltre ogni funzione...
Installation view, Old Snag, Ingeborg Tysse, Société Interludio, Cambiano, a cura di Caterina Avataneo. ph. Stefano Mattea. Courtesy the artist and Société Interludio

Testo di Sara Cirillo

Nessun accessorio è più gratuito della gorgiera elisabettiana: una ruota di lino inamidato che non scalda, non protegge, non serve a nulla se non a dichiarare che chi la porta può permettersi di sprecare tessuto, tempo e movimento. È da questo grado zero dell’ornamento, il puro di più, che conviene entrare in Old Snag, prima personale italiana della norvegese Ingeborg Tysse (Stavanger, 1992) negli spazi di Société Interludio, a Cambiano, alle porte di Torino, con un testo critico di Caterina Avataneo.

Tre ciliegi giacciono a terra, monumentali, la corteccia scura e nodosa attraversata da funghi carnosi. Tysse li carica di gorgiere sovradimensionate, colletti clericali, cinture: ornamenti che non nascondono e non contengono nulla. Sono aggiunte pure, gesti che non rispondono a un bisogno ma a un desiderio: addobbare, accrescere, mettere di più dove ci sarebbe già abbastanza. Sul legno che intanto germoglia funghi per conto proprio, l’artista innesta una seconda proliferazione, questa volta di stoffa e di forma.

È la legge che Georges Bataille poneva alla base del vivente: un organismo riceve sempre più energia di quanta gliene serva, e il di più va speso: in lusso, in ornamento, in festa. L’eccesso non è un incidente della vita, ne è il motore. Old Snag mette in scena proprio questo dispendio: una materia che non si limita a durare, ma sborda, si veste, spreca sé stessa in forme che nessuna funzione richiede.

C’è però un secondo versante in questo dispendio. Ciò che Tysse riveste non è una materia neutra, ma un corpo in disfacimento: legno marcescente, corteccia aperta, funghi che ne divorano la superficie. È, alla lettera, osceno, nel senso etimologico di ciò che andrebbe tenuto fuori dalla scena, sottratto allo sguardo. È anche, in termini kristeviani, abietto: né vivo né morto, né albero né figura, una sostanza ambigua che confonde i confini su cui poggiano le nostre categorie. L’abietto, per Julia Kristeva, è precisamente ciò che non rispetta i limiti, ciò che un sistema espelle per potersi dire pulito; e nulla, più di un organismo in decomposizione, incrina la distinzione tra il dentro e il fuori, tra il sé e la cosa.

Eppure la mostra non ci consegna alla repulsione, e qui torna utile la nozione di limite: la soglia in cui abiezione e sublime si incontrano, in cui ciò che nella realtà respingeremmo diventa, nella finzione dell’arte, qualcosa che possiamo guardare e godere. L’ornamento è esattamente il dispositivo di questa soglia. Gorgiere e cinture non coprono il marciume: lo incorniciano e lo spendono in ornamento. 

Qui l’ornamento sfiora l’erotico: non nel senso dell’allusione sessuale, ma in quello di una spinta che apre un corpo sull’altro e ne scioglie i confini. La formazione di Tysse è tessile prima ancora che scultorea, e nei due jacquard digitali appesi accanto ai tronchi questa apertura si fa immagine: grovigli di rami da cui affiorano gabbie toraciche, orecchie che spuntano da tasche di legno. Sono corpi che non restano chiusi, che si protendono e si confondono (vegetale e umano, organico e fabbricato) finché non si capisce più dove finisca l’uno e cominci l’altro. La protesi, motivo ricorrente nel suo lavoro, vale allora meno come riparazione che come legame: ciò che estende un corpo fino a farlo sconfinare in un altro.

Il resto della scena conferma il registro. In fondo, quasi nascosto, un tronco si erge in verticale con due ali rapaci spalancate ai fianchi: figura totemica, solenne e insieme buffa, che innalza a monumento proprio ciò che è di troppo. Una coppia di radici in bronzo, ciascuna con il suo colletto, è sorpresa in un passo di danza: il dispendio diventato gioco. E una griglia metallica cilindrica, traslucida e argentea, attraversa l’ambiente come una membrana sottile, l’unica forma che prova a contenere, senza riuscirci, lo straripare di tutto il resto.

Che i tre ciliegi provengano dai dintorni stessi della galleria aggiunge una nota di economia rovesciata: anche il materiale è un di più trovato sul posto, una risorsa che il paesaggio periurbano torinese aveva, per così dire, in avanzo. Old Snag ci dice che la materia non tende all’essenziale ma all’eccesso, e che ornare, desiderare, sconfinare sono i modi in cui non si limita a esistere. 

Ingeborg Tysse, Old Snag
Société Interludio, Via Torino 3, Cambiano (Torino)
Dal 26 maggio al 26 luglio 2026