ATP DIARY

Chianciano Terme: Acqua che cura | Intervista con i protagonisti

Sono in corso fino al 31 luglio due mostre che restituiscono le residenze d’artista di FMSchool: Acqua che cura, acqua che lavora

Dopo aver presentato la mostra “Acqua che lavora” ospitata a Colle di Val d’Elsa, ATPdiary approfondisce la seconda mostra presentata dalla Fondazione Musei Senesi a Chianciano Terme “Acqua che cura”. Entrambe le mostre fanno parte di “FMSchool. Acque, materiali e altri paesaggi sommersi”, progetto a cura di Chiara Vacirca e Gabriele Tosi, che nei mesi scorsi ha coinvolto giovani artiste, artisti e curatrici in residenza nella provincia di Siena.
Per questo secondo appuntamento ATPdiary, ha approfondito la mostra Acqua che cura, ponendo delle domande alla curatrice Szonja Szurop (Budapest, 2000), e agli artisti Carola Gatto (Biella, 2001), Indiara Di Benedetto (Napoli, 1994) e Luca Gori (Montepulciano, 1998).

 Elena Bordignon: La residenza si è svolta analizzando un tema affascinante e, per molti versi controverso: l’acqua come ‘cura’ in relazione al termalismo, al benessere e alla relazione tra ecologia e guarigione. Mi racconti i punti salienti che hai sviluppato nel tuo progetto-mostra?

Szonja Szurop: Basandomi sulle complesse dinamiche socio-politiche ed ecologiche di Chianciano e sugli approcci degli artisti, ho interpretato l’idea di cura in modo reciproco. Invece di vedere l’acqua come una mera risorsa da sfruttare per il benessere umano, l’ho considerata un elemento attivo che plasma la vita locale e possiede una propria agency. In questo modo, il diritto alla guarigione si estende: il progetto evidenzia un legame mutuo tra corpi umani e idrici, suggerendo come la rigenerazione della nostra società sia indissociabile dalla cura dell’ecosistema di cui facciamo parte.

E.B.: Hai lavorato a stretto contatto con tre giovani artisti/e, ciascuno/a con sensibilità e approcci differenti. Quali sono stati i momenti nodali della vostra residenza tra Siena, Chianciano Terme e Rapolano Terme?

SS: Sebbene le visite al Lago di Chiusi, al Monte Cetona o agli alberghi abbandonati chiancianesi siano state ispiratrici, il vero motore del progetto sono state le discussioni spontanee che sono nate tra di noi. I contesti diversi da cui proveniamo e le sensibilità estetiche differenti hanno generato uno scambio di visioni su ciò che incontravamo nel percorso. Dialoghi a pranzo, lunghe notti in studio o camminate alla ricerca delle sorgenti hanno orientato il nostro pensiero. Più che un viaggio a tappe, la residenza è stata un processo aperto, dove l’ascolto reciproco e del territorio è stato focale.

E.B.: Oltre al tema, altro aspetto fondamentale è il legame con il territorio. Su quali aspetti si è focalizzata la tua ricerca per dar vita alla mostra diffusa nel Parco termale Acqua Santa?

SS: Oltre alla dimensione poetica dell’acqua, la mia ricerca ha approfondito le dinamiche socio-politiche ed economiche di Chianciano Terme. È una città la cui architettura rispecchia il boom e il crollo del turismo termale. Attraverso ricerche d’archivio, collezioni fotografiche e interviste agli abitanti, ho mappato le condizioni di lavoro connesso all’acqua e il profondo effetto di quest’economia sulla comunità e sull’infrastruttura. Questo processo è confluito in un archivio sociale e spazio di programmazione integrato alla mostra, che rimette al centro la memoria viva dei chiancianesi.

Indiara Di Benedetto, riprese al Lago di Chiusi, foto di Szonja Szurop

Seguono alcune domande agli artisti a Carola Gatto, Indiara Di Benedetto e Luca Gori

E.B.: Pensi che FMSchool abbia modificato la tua pratica? In che modo il percorso di residenza ha influenzato il tuo modo di lavorare e di pensare ai processi della tua ricerca?

Indiara Di Benedetto: Durante il periodo di residenza ho avuto modo di avvicinarmi alla storia etrusca, in particolare al legame instaurato tra civiltà e acqua: è emersa la storia legata all’antico fiume Clanis e della sua importanza per la civiltà etrusca. I cambiamenti che ha subito nel corso dei secoli ha portato all’approfondimento di come sia mutato a sua volta il legame tra umano ed acqua. Durante il periodo di produzione ho avuto modo di esplorare il territorio conducendo esperimenti multimediali: la raccolta di materiale teorico e l’osservazione hanno portato ad affinare la ricerca pratica rafforzando la mia pratica audiovisiva, permettendomi di collaborare con un artista sonoro e di confrontarmi con gli altri artisti e la curatrice della residenza.

Carola Gatto: Il mio lavoro all’interno di questa residenza è stato caratterizzato dalla sperimentazione di nuovi materiali. Provenendo dal mondo dell’illustrazione e della grafica editoriale, avevo raramente lavorato con medium diversi dalla carta. Avere accesso a materiali come creta e tessuti di buona qualità in grande quantità, a uno studio consono alle mie esigenze, la possibilità di lavorare con tempi distesi e la presenza di un budget adeguato mi hanno permesso di valutare possibilità di progetto che includessero un percorso di sperimentazione e di produrre un’opera che non avrei potuto realizzare da sola.

Luca Gori: Non direi che ha modificato la mia pratica, ma ha sicuramente agito sulle condizioni di lavoro. Durante la residenza sono stato invitato a produrre un’opera nel territorio, lasciando che ciò che accadeva fosse parte del processo. Chianciano è attraversata da realtà molteplici e in tensione tra loro, e questo ha reso il lavoro meno lineare del solito, riportandomi all’idea che ricerca, materiali, produzione e display non siano fasi separate, ma elementi che si influenzano reciprocamente. Da un lato la collaborazione tra Fondazione Musei Senesi e l’amministrazione comunale mi ha permesso di avere una struttura e supporto nella produzione dell’opera, dall’altra ha fatto emergere la necessità di separarsi per confrontarsi con la comunità senza mediazioni. Stare in questo “mezzo” è diventato parte del processo stesso, come condizione concreta fatta di possibilità e vincoli.

Carola Gatto – processo di lavoro – Foto Indiara Di Benedetto

E.B.: Mi racconti come hai elaborato il tema per dare esito all’opera che fa parte della mostra Acqua come cura? Mi racconti l’opera?

IDB: Come possiamo immaginare un rapporto tra essere umano e acqua fondato sulla collaborazione piuttosto che sul dominio? Da questa domanda nasce l’opera audiovisiva Strata: la ricerca parte dall’antico Clanis, fiume etrusco oggi quasi scomparso e ridotto a funzione da secoli di bonifiche e deviazioni antropocentriche. Indagando i laghi di Chiusi e Montepulciano come memorie acquatiche, così come la struttura del territorio, Strata invita a riconoscere nell’acqua un soggetto attivo con cui coesistere. Esplorando l’antico tracciato, ho registrato le tracce antropiche e naturali nel territorio: attraverso filtri, trasparenze e sovrapposizioni, l’occhio tecnologico fa emergere il fantasma del corpo idrico. L’opera è il risultato di un dialogo intimo tra l’artista e il fiume: trasforma un’indagine quasi forense in una confidenza, chiedendo all’acqua se possa ancora chiamarsi Clanis. Per la realizzazione dell’opera ho collaborato con l’artista Vahid Qaderi che ha realizzato il sound design.

C.G.: La mia riflessione è partita da come l’acqua viene trattata nella società capitalista: come elemento arginato, prosciugato e deviato. La domanda al centro del lavoro è: come ritrovare un rapporto intimo e consapevole con l’acqua e le forme di vita che essa attraversa? Partendo da una ricerca sulle pratiche votive etrusche – Chianciano Terme sorge dove questa civiltà viveva – le due opere immaginano un rito moderno, collettivo e interspecie, collocate nel Parco Termale Acqua Santa. Ti curo ti sciolgo, grande tessuto in lino, rappresenta umani, animali e chimere in un rituale di scioglimento in acqua di ex-voto. Nudə alzate la terra e gettatela in acqua porta quel rito nello spazio con 13 ex-voto in creta, collocati ai piedi della sorgente nascosta dall’intervento umano. L’uso di materiali deperibili rimanda all’effimerità del rituale: le opere stesse sono immaginate come destinate a dissolversi in acqua.

L.G.:Ho pensato alla cura a partire dal sistema idrogeologico di Chianciano Terme, dove l’acqua, nei processi sotterranei, mineralizza il suolo e riaffiora dalle sorgenti. Ho intercettato i punti di contatto tra architettura e geologia nel contesto urbano, dove la materia riaffiora e il cantiere rivela il suolo sottratto all’inerzia del cemento. L’opera è una struttura modulare con un impianto audio che, attraverso vibrazioni sonore, impasta la terra recuperata dai cantieri con l’acqua termale della sorgente Sillene. Le frequenze agiscono come forza meccanica mantenendo gli elementi in uno stato vivo e poroso, contrastando la compressione della città. Mi interessa il suolo come infrastruttura comune e la cura come pratica collettiva di gestione della pressione che attraversa umani e non umani, riconoscendo nell’ecosistema un collaboratore con cui condividere la stessa condizione materiale.

Cover: Szonja Szurop – Archivio d’Acqua, 2026 – Chianciano Terme – Parco Acqua Santa – Ph Leonardo Morfini