ATP DIARY

Colle di Val d’Elsa: Acqua che lavora | Intervista con i protagonisti

Sono in corso fino al 31 luglio due mostre che restituiscono le residenze d’artista di FMSchool: Acqua che cura, acqua che lavora.

Due territori, due residenze d’artista, un elemento comune capace di raccontare storie, memorie e trasformazioni sociali. Fondazione Musei Senesi presenta a Chianciano Terme e a Colle di Val d’Elsa le mostre di “FMSchool. Acque, materiali e altri paesaggi sommersi”, progetto che nei mesi scorsi ha coinvolto giovani artiste, artisti e curatrici in residenza nella provincia di Siena.
L’acqua è al centro del progetto – curato da Chiara Vacirca e Gabriele Tosi –  sviscerato come strumento per leggere territori, memorie e pratiche locali. A Colle di Val d’Elsa, Siena, Casole d’Elsa e Radicondoli il percorso si è confrontato con l’acqua come risorsa produttiva e motore delle attività manifatturiere; a Siena, Chianciano Terme e Rapolano Terme con l’acqua legata alla cura, al benessere e alle pratiche termali
Distinti tra nord e sud del territorio, si sono delineate due prospettive diverse per leggere l’elemento dell’acqua in relazione alla festa, alla dimensione domestica e al tempo di risposo al nord. La riflessione a sud, invece, si è concentrata sulla cura del corpo mettendo a fuoco l’interrogativo sul modo in cui ci prendiamo cura delle acque, dei paesaggi e delle forme di vita che ci circondano.

ATPdiary, ha approfondito con la prima mostra Acqua che lavora, ponendo delle domande alla curatrice Bianca Marsella (Lecce, 1990) e agli artisti: Francesca Baglieri (Modica, 1997), Filippo Contatore (Modena1999), Luca Pagin (Dolo, 2002) e Alicya Ricciuto (Isernia, 1997)

Elena Bordignon: La residenza si è svolta analizzando un tema molto articolato: l’acqua che ‘lavora’ in relazione alle economie produttive, manifatturiere e sociali sviluppatesi attorno ai corsi d’acqua. Mi racconti i punti salienti che hai sviluppato nel tuo progetto-mostra?

Bianca Marsella: l’acqua è stata il punto di partenza per osservare le relazioni tra paesaggio, produzione e vita quotidiana. A Colle di Val d’Elsa attraversa la storia del cristallo, modella il territorio e accompagna le trasformazioni sociali della città. I progetti degli artisti si sono sviluppati seguendo queste traiettorie, indagando il rapporto tra memoria e lavoro, tra dimensione domestica e spazio pubblico. La mostra restituisce così una lettura plurale del territorio, costruita attraverso pratiche di ascolto, ricerca e confronto con la comunità.

E.B: Hai lavorato a stretto contatto con quattro giovani artisti/e, ciascuno/a con sensibilità e approcci differenti. Quali sono stati i momenti nodali della vostra residenza tra Siena, Colle di Val d’Elsa, Casole d’Elsa e Radicondoli?

B.M.: tra gli aspetti più significativi della residenza c’è stata la possibilità di costruire, giorno dopo giorno, un rapporto diretto tra artisti, territorio e comunità. Sopralluoghi, conversazioni e incontri con abitanti, artigiani, associazioni e lavoratori hanno dato forma a ricerche profondamente radicate nei luoghi attraversati. Pur partendo da sensibilità molto diverse, tutti gli artisti hanno lavorato attraverso l’osservazione e l’ascolto, facendo delle relazioni nate durante il percorso il vero motore dei progetti sviluppati.

E.B.: La mostra è diffusa in diversi luoghi della città. Come hai messo in relazione le varie opere in dialogo con i diversi ambienti e situazioni?

B.M.: la scelta dei luoghi è stata parte integrante del processo curatoriale. Ogni opera è stata collocata in uno spazio capace di amplificarne i contenuti e di attivare relazioni con la storia e l’identità della città. Il Baluardo, Piazza Arnolfo, il Museo di San Pietro e il punto informazioni nello Spazio Michelucci diventano così tappe di un percorso che mette in dialogo il fiume, il cristallo, la memoria produttiva e la vita quotidiana. Più che semplici contenitori, questi luoghi contribuiscono a costruire il significato delle opere e invitano il pubblico a leggere Colle di Val d’Elsa attraverso prospettive diverse.

Bianca Marsella, preparazione 2026 – Colle di val dElsa -Ph Leonardo Morfini

Seguono alcune domande agli artisti Francesca Baglieri, Filippo Contatore, Luca Pagin e Alicya Ricciuto

E.B.: Pensi che FMSchool abbia modificato la tua pratica? In che modo il percorso di residenza ha influenzato il tuo modo di lavorare e di pensare ai processi della tua ricerca?

Francesca Baglieri: sicuramente un percorso così lungo e intenso ha modificato e modificherà la mia pratica artistica. L’esperienza di FMSchool mi ha permesso di abitare realmente un luogo, un processo che richiede lentezza e ascolto. Se all’inizio mi sentivo un’ospite di fronte a una realtà nuova, con il tempo mi sono sentita accolta e a casa. Questa transizione emotiva ha influenzato profondamente il mio modo di lavorare: ho cercato di far emergere le peculiarità più significative di Colle di Val d’Elsa, spostando la mia ricerca verso una dimensione in cui il processo antropologico e la relazione con la comunità diventano parte integrante dell’opera stessa. 

Filippo Contatore: questo percorso mi ha portato a concentrare l’attenzione sulle relazioni che rendono possibile la mia ricerca, prima che sul suo risultato. Mi sono confrontato con persone, tempi e linguaggi diversi da quelli della mia pratica artistica, in un lavoro di ascolto e traduzione che ha cercato di incorniciare e restituire sinergie che già esistevano. Penso all’opera come spazio permeabile, vissuto e capace di evolvere nel tempo.

Luca Pagin: prendere parte a una residenza e lavorare a stretto contatto con un territorio significa mettere alla prova la propria pratica artistica. FMSchool mi ha dato l’opportunità di vivere per mesi in un contesto nuovo, osservandone dinamiche e caratteristiche e confrontandole con quelle del mio luogo d’origine. Questa esperienza mi ha portato a interrogarmi sul valore dell’arte e del mio lavoro in relazione al territorio e alle persone che lo abitano, riflettendo sui miei valori e sulle esigenze della comunità, alla ricerca di punti di contatto attraverso cui la mia pratica possa generare uno scambio significativo. Credo che questo lavoro comporti una responsabilità: mettere in discussione il proprio modo di agire e pensare affinché la ricerca possa acquisire un significato condiviso. Grazie a questo progetto, ho avuto la possibilità di rielaborare strumenti e metodologie già presenti nella mia ricerca, aprendomi al tempo stesso a nuove modalità di lavoro e di relazione con il territorio. 

Alicya Ricciuto: la residenza ha amplificato la mia ricerca sull’anima dei luoghi, spingendomi a camminare in simbiosi con la natura per riallacciarla alla memoria più dolce e intima della città e dei suoi abitanti. Mi è piaciuto fondere la dimensione vegetale a quella domestica. Muovermi in un territorio così stratificato ha evoluto il mio concetto di raccolta: dalla vegetazione, fino a frammenti di affetti custoditi nei musei. Questo tempo lento ha guidato il mio fare casa, facendo dialogare la delicatezza dell’oggetto-ricordo con lo spazio pubblico, trasformando il cammino in un ascolto profondo. 

Alicya Ricciuto – Ph Leonardo Morfini
Filippo Contatore – Ph Leonardo Morfini

E.B.: Mi racconti come hai elaborato il tema per dare esito all’opera che fa parte della mostra Acqua che lavora? Mi racconti l’opera?

F.B. : Pensando ad un’acqua capace di produrre, mi sono lasciata affascinare da un immaginario e da un momento. Il lavoro si sviluppa attorno al concetto di festa, un momento in cui il cristallo entrava nei rituali domestici proprio attraverso i corredi e i doni nuziali, realizzando una fontana intitolata Lista nozze. Il punto di partenza è stata la selezione di calici di magazzino della Colle Vilca, azienda di cristalleria storica del territorio. La struttura richiama le cascate di champagne dei matrimoni, ma questa sembra aver perso la sua originaria carica celebrativa. L’acqua scorre lentamente ed è così l’immagine fragile di una tradizione storica che resiste, ma che oggi appare inevitabilmente mutata. L’installazione, infine, trova un suo ideale posizionamento all’interno del Museo San Pietro, dove dialoga con una vera di pozzo del XIV secolo decorata con scene di lavoro legate alle stagioni, creando un dialogo tra la dimensione produttiva e quella rituale.

F.C. : il progetto nasce guardando i bagnanti dipinti ne La Nicchia o Estate sulle Rive dell’Elsa (1894) di Antonio Salvetti, pittore colligiano. Ho voluto trovare quel luogo, fare il bagno nel fiume e ricostruire questa scena di non-lavoro insieme ad altre persone. Rimettere in atto l’immagine, già cara alla comunità di Colle, è diventato un pretesto per conoscere gli abitanti del fiume di oggi, costruire una piccola squadra e restituire una lettura collettiva del luogo, fatta di punti di vista diversi e parziali. Nella stessa stanza dove è esposto il dipinto, al Museo San Pietro, ho presentato su tre tavoli materiali raccolti attraverso ricerca d’archivio, testi, pittura, camminate e momenti di disegno collettivo al fiume, usati come strumenti per osservare il paesaggio, chi lo abita e le trasformazioni che lo attraversano.

L.P. : l’opera nasce da una ricerca che intreccia pratica artistica e ricerca scientifica, in particolare nell’ambito della chimica. Il punto di partenza sono le “statuine segnatempo”, souvenir molto diffusi negli anni Novanta che cambiavano colore in base all’umidità e che si diceva annunciassero l’arrivo della pioggia. Mi affascina il loro carattere ambiguo, sospeso tra oggetto decorativo, strumento empirico e pratica quasi divinatoria, così come la loro capacità di entrare in relazione con il corpo e con i disturbi legati ai cambiamenti atmosferici. Durante la residenza ho messo questa ricerca in dialogo con la memoria di Colle di Val d’Elsa, concentrandomi su alcune statuette decorative prodotte dalla Florence, azienda storicamente legata alla città. Grazie al contributo di alcuni colligiani, che mi hanno affidato esemplari ancora conservati nelle loro case, ho realizzato dei calchi trasformandoli in sculture sensibili all’umidità. Installate nell’ex stazione, oggi sede della farmacia Pacini, queste opere restituiscono una memoria in continua trasformazione, rendendo visibile il legame tra ambiente, corpo, storia e vissuto collettivo. 

A.R. : al Museo del Cristallo, l’incisione “Ricordo” su un calice ha attivato una riflessione a me molto cara:  il cristallo diventa mezzo e archivio di affetti domestici e identità locale. Legando questa memoria all’acqua che muove le manifatture di Colle, ho voluto riportare la sfera intima all’esterno. L’opera, intitolata “Ricordo”, si materializza sul baluardo cittadino come una scritta vegetale selvaggia, raccolta personalmente durante i giorni di residenza.Ho intrecciato flora locale, inserti in ottone e corde da arrampicata, creando un corpo organico che aderisce alle pareti, in modo specifico sul baluardo che collega la parte bassa della città a quella alta. 

Francesca Baglieri – Ph Leonardo Morfini
Luca Pagin – Ph Leonardo Morfini