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Torino, cento anni dopo: Marisa Merz vista davvero

Torino non celebra Marisa Merz, ma la restituisce. Dal 29 ottobre 2026 tre istituzioni, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM, aprono contemporaneamente su un'unica mostra, "La danza delle ore".
Marisa Merz, Senza titolo (Untitled), 2010 Courtesy Emanuela Campoli, Milano, Parigi

Tre grandi istituzioni torinesi ospitano una retrospettiva senza precedenti dedicata all’artista torinese. Cento anni dopo, la domanda non è chi fosse Marisa Merz. È perché ci abbiamo messo così tanto a vederla davvero.

Un’opera sempre aperta

Marisa Merz (1926-2019 Torino) esordisce negli anni Sessanta con le Living Sculptures, strutture in lamina di alluminio dai profili spiraliformi, così instabili e organiche da sembrare vive, e il nome non è metafora. Anticipano l’Arte Povera senza appartenerle del tutto, rispetto al gruppo, Merz mantiene fin dall’inizio una distanza sottile, una sensibilità eccentrica che nessuna etichetta riesce a contenere. I lavori a maglia, le testine in cera e gesso, i grandi ambienti degli anni Ottanta, le carte, ogni fase del suo percorso procede per stratificazione e trasformazione continua, non per rottura. Un’opera che non si chiude mai, che torna su sé stessa e si riscrive, e che proprio per questo continua a parlare. Cosa succede quando un’opera non smette mai di diventare? Ed è esattamente da qui che Torino riparte, cento anni dopo, con una mostra che sente necessaria.

Marisa Merz, senza titolo | untitled 1968 filo di nylon, chiodi | nylon thread, iron nails 5 x 20 x 7 cm cd. | 1 15/16 x 7 7/8 x 2 3/4 in. photo Renato Ghiazza courtesy Fondazione Merz
Marisa Merz, Senza titolo (Untitled), n.d. Courtesy Fondazione Merz – Foto: Renato Ghiazza

Tre sedi, tre letture

Il titolo della mostra non nasce a tavolino, La danza delle ore viene da un post-it trovato nella casa-studio di Marisa, uno dei tanti fogli gialli disseminati tra i suoi spazi, e il fatto che sia diventato il nome dell’intera operazione dice molto su come questo progetto sia stato concepito: seguendo l’artista, non precedendola.  A rendere possibile tutto questo è la Fondazione CRT, che ha sostenuto la collaborazione tra tre delle principali istituzioni culturali torinesi, Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM, unite nell’intento di celebrare il centenario della nascita di Marisa, nata il 23 maggio 1926, con una mostra che difficilmente potrà essere replicata per ampiezza e profondità.
La mostra è articolata in tre parti distinte ma complementari, curate da sei voci, Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi, Marianna Vecellio. Al Castello di Rivoli il focus è la dimensione ambientale: al centro del percorso la ricostruzione filologica di E il naufragar m’è dolce in questo mare, installazione presentata da Merz nel 1980 alla galleria Tucci Russo e poi alla Biennale di Venezia, ora di nuovo visibile nella Manica Lunga al terzo piano. Alla Fondazione Merz il racconto si fa più inatteso e sperimentale, concentrandosi sul processo creativo e su un fare che raccoglie materiali eterogenei, alcuni trovati per strada, in accostamenti capaci di rivelare tensioni nascoste tra cultura colta e cultura popolare. Alla GAM il capitolo più domestico: il concetto di casa-studio-laboratorio come spazio generativo per eccellenza, con la restituzione al pubblico, dopo un lungo restauro al Centro di Conservazione e Restauro di Venaria di Living Sculpture, 1966.

Una retrospettiva aumentata

Un altro post-it, trovato nella stessa casa, recita: “l’immagine sfugge il controllo geometrico”. È forse la chiave di lettura più onesta dell’intera opera di Merz, e il punto di partenza per capire perché la mostra al Castello di Rivoli si espande fino a includere dieci artiste contemporanee invitate non a rendere omaggio, ma a continuare, Leonor Antunes, Micol Assaël, Beatrice Bonino, Miriam Cahn, Tacita Dean, Thea Djordjadze, Lara Favaretto, Daiga Grantina, Armineh Negahdari e Solange Pessoa. Nomi di generazioni e geografie diverse, accomunati da affinità processuali con il lavoro di Merz: l’attenzione al gesto semplice, al materiale povero, alla capacità di trasfigurazione del quotidiano, alla tensione verso una quarta dimensione, trascendentale e metafisica, che Manacorda individua come filo conduttore del lavoro di Marisa, dove spazio e tempo combinati aprono su mondi paralleli, su visioni che il visibile non contiene ma che l’opera rende percepibili.

Il territorio ancora inesplorato

Beatrice Merz ha descritto la costruzione di questa mostra come la decisione, in quanto istituzione, di “essere messi in gioco da un’artista” un’avventura in territorio parzialmente ancora inesplorato, anche dopo decenni di studio e ricerca. È una confessione rara, e dice qualcosa di preciso su Marisa Merz: un’artista che dopo il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2013, le retrospettive al Metropolitan Museum di New York, all’Hammer Museum di Los Angeles, alla Serpentine Gallery di Londra, non si lascia mai del tutto afferrare. Scomparsa a Torino il 19 luglio 2019, la sua ultima mostra aveva aperto al Masi di Lugano due mesi dopo. 

La danza delle ore, oltre duecento opere, molte inedite, provenienti da prestiti internazionali e dalla sua casa di Torino ancora in fase di catalogazione, è il tentativo più ambizioso finora di stare dietro a questa grande artista. 

Cover: Marisa Merz, senza titolo | untitled senza data | undated otto testine su tavolo in metallo | eight heads on metal table tavolo 109 x 67 x 30 cm | table 42 15/16 x 26 3/8 x 11 13/16 in. photo Renato Ghiazza courtesy Fondazione Merz

Marisa Merz mentre installa. Arpa (Harp, 1967-1968), Torino, 1973 Courtesy Eredi Paolo Pellion di Persano, Torino Foto: Paolo Pellion