
Istituire altrimenti
Per conoscere in modo diverso, bisogna agire in modo diverso
Simona Squadrito
Da mesi, vado in giro per le città a raccontare le vicende dell’Antigruppo siciliano, interrogandomi in che modo dargli voce, quale sia la forma migliore per presentare le mie ricerche convogliate nel volume Inchiostro e dinamite. Antigruppo siciliano (Postmedia Books). Ogni volta si produce uno scenario diverso, perché non ho mai creduto nella logica dei format. Da colonizzata, da soggetto al margine ho sempre guardato con sospetto coloro che arrivano in un luogo e in un contesto con un pacchetto di idee prestabilito. La ritengo un’altra forma di colonialismo, di superficialità culturale ed emotiva, ma si tratta di situazioni che popolano numerosi contesti culturali. Come se la cultura e l’arte fossero una merce, qualcosa da poter esportare e/o importare, qualcosa da consumare, o peggio come se la cultura fosse una posizione di potere da esercitare contro.
Queste ostinate convinzioni che mi accompagnano da situazione in situazione mi hanno condotta all’Antigruppo siciliano. Movimento poetico e artistico ad oggi poco esplorato e conosciuto, che ha animato il dibattito culturale e politico italiano e non tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta. È lo spirito che ha animato il gruppo a ispirarmi di volta in volta in questa mia ricerca e pratica. L’Antigruppo siciliano ha avuto l’importanza di avermi fatto riavvicinare al mio territorio (la Sicilia), ma soprattutto a una certa idea di poesia, quella incarnata, che possiede un corpo, una voce ed è sempre situata.
La poesia non ha svelamento, non ha un vero da esibire. La sua verità è questa assenza di piani e questo canto che tagliato continua a cantare. Non è questo il luogo per raccontare tutte le strade in cui mi ha condotto l’Antigruppo, questa ricerca si ingigantisce di giorno in giorno, assumendo forme ed esiti differenti, quasi un movimento labirintico, rinunciando a itinerari prefissati e binari unidirezionali, passando da pratiche che danno contenuti a pratiche che co-insegnano come ricavare strumenti, reinterpretare, comporre, organizzare i dati dell’esperienza. Il sapere ritengo infatti, non sia un fatto stabilmente organizzato una volta per tutte, ma qualcosa di imprevisto, imprevedibile e ambiguo nel suo farsi continuamente. Ci sono momenti, di durata secolare, in cui il sapere accresce per stratificazioni successive, e altri in cui progredisce attraverso processi di lacerazione.
Oggi invece mi limiterò a raccontare di un recente progetto ad esso legato, Poesia poesia, portami via. Dal margine meridionale alla soglia del corpo, che ha visto la storia e le pratiche poetiche dell’Antigruppo incontrarsi con la Strip Practice di Giulia Currà, con la didattica di PIA School e con il Museo Castromediano di Lecce. È stato un progetto a più fasi ma che a mio avviso ha visto centrale la pratica performativa intesa come atto co-creativo, come metodo di trasmissione della memoria culturale e dell’identità e come mezzo per comprendere il mondo. Intesa quindi come strumento conoscitivo e insieme mezzo di intervento nel mondo. Diana Taylor sosteneva che la performance ha il potere di rendere possibile per gli individui e per le collettività di re-immaginare il mondo e di riconfigurare le regole sociali, i codici e le convenzioni che si rivelano più oppressive e dannose: “Noi impariamo e trasmettiamo conoscenza mediante azione incorporata (Embodied action), mediante soggettività culturale (Cultural Agency), facendo scelte ed essendo ‘presenti’ agli altri e a noi stesse. La performance, secondo me, funziona come un’episteme, un modo di conoscere, non come un semplice oggetto di analisi.” (Diana Taylor, PRESENTE! The Politics of Presence, 2019) L’idea è quella di attivare performance come dispositivi di co-creazione e trasmissione di memorie incorporate, una risposta concreta a un contesto ipertecnologico e disincarnato, e di immaginare un sapere che non precede l’incontro, ma nasce dentro di esso.
Poeto ergo sumus, spostando l’attenzione da un’idea quasi meccanica del pensare a qualcosa di più specifico e incarnato: il poetare, allontanandosi dalla logica isolata e solipsistica del cogito cartesiano: quell’essere solitario che si pensa da sé. Io non sono: io siamo. Ci sentiamo abitate e contaminate, agenti e agite. È questo, forse, il terreno in cui ci siamo incontrate, o ri-incontrate.
La poesia si fa quindi territorio e paesaggio: non sfondo, ma luogo praticabile. Esige la condivisione, sconfessa l’idea di una solitudine decadente e disperata. Rifiuta l’idea di un sapere individuale e autorevole per costruire invece una politica della conoscenza fondata sulla collaborazione, sul dialogo e sulla relazione. In questo senso, la cura, nella pratica di Giulia Currà, non è solo gesto affettivo ma categoria politica ed estetica: un modo di stare nel mondo e di produrre conoscenza insieme.


Un libro, una storia dimenticata o mai pienamente raccontata, come nel caso dell’Antigruppo siciliano, su cui lavoro da anni, diventa pretesto per accogliere nuove proposte, nuove voci. Come la pratica visiva e performativa di Giulia Currà, concepita come un viaggio simbolico di liberazione. Al centro di questo percorso si trova la Strip Practice: una pratica dedicata alla cura, all’accompagnamento e alla composizione del corpo in trasloco, come metodo di reincantamento e risignificazione del quotidiano. Se nel trasloco è tutto possibile, imprevedibile ed emotivo, questa pratica accompagna nel campo della soglia attraverso esperienze sul corpo fragile e vulnerabile, allenando le zone mancanti del lascito e dell’innamoramento grazie al gesto poetico. La Strip Practice si fa corpo del campo tremante della perdita, della trasformazione, della transizione, dove ogni corpo necessita strumenti per orientarsi e trasformare il trauma in possibilità.
Entrambe le pratiche, quella mia e quella di Giulia Currà, si connettono per evidenti punti di contatto, punti che allargano il reticolo delle connessioni: la rete, o come avrebbe detto Deleuze, il rizoma. Diventano strumento per generare laboratori di vita, dove l’azione performativa, le pagine di un volume, le parole di una poesia permettono la sperimentazione diretta tra artiste e artisti, curatrici e curatori, ricercatrici e ricercatori, pubblici.
La pratica artistica e di ricerca come esperienza, incontro e partecipazione: un veicolo per rompere convenzioni e stimolare nuove forme di percezione. Poesia poesia, portami via. Dal margine meridionale alla soglia del corpo disarticola e decostruisce strutture narrative e rappresentative. Rifiuta l’idea di prodotto artistico a favore del processo creativo e generativo, dell’esperienza che di esso e in esso si fa.
La parola poetica, per noi, è corpo. È voce. È occupare uno spazio fisico e mentale. È assedio.
Il corpo non è solo strumento dell’azione, è repertorio vivente di gesti, memorie e saperi che non si depositano sulla pagina ma si trasmettono nell’atto, nella presenza, nella ripetizione trasformativa. La realtà quotidiana è filtrata dall’esperienza ancora prima che dalla scrittura. La traslocatrice lo sa: ricrea la propria casa ovunque, vive nella mancanza e nel desiderio, ripensa la propria vita quotidiana grazie alle pratiche delle antenate. Diviene con le cose e le voci che raccoglie, e se tocca una, tocca tutte. Proprio nel caos, sulla soglia, reincanta il mondo.
È una posizione che ritrovo anche in bell hooks: “Per me questo spazio di apertura radicale è un margine, un margine profondo. Localizzarsi lì è difficile ma necessario. Non è un luogo sicuro. Si è sempre a rischio. Si ha bisogno di una comunità di resistenza.” È da questa convinzione, e da questo bisogno di comunità, che nasce la forma del nostro incontro presso PIA, in cui ricerca e performance si tengono insieme senza gerarchie.
La mia ricerca sull’Antigruppo si chiude con una serie di domande aperte: è possibile trarre insegnamento dallo spirito antigruppo per immaginare nuove metodologie di lavoro collettivo, comunitario, antigerarchico? La risposta è affermativa nell’incontro tra le nostre pratiche.
Fondamentale, in entrambe, è guardare ai destinatari. Se una pubblicazione dell’epoca dedicata a una certa performatività poetica si intitolava Il pubblico della poesia, rivolgendosi a un gruppo elitario e ben delimitato, nel caso dell’Antigruppo sono i pubblici, sempre al plurale, a essere al centro: come concetto, come comunità e come spazio-tempo contestato. Una produzione editoriale e performata che genera orizzontalità, che si sottrae al sistema e ne rompe la relazione di dipendenza.
La loro posizione è quella di una forte onestà, intellettuale, spirituale, emotiva e generatrice, che si manifesta nell’inclusività delle pratiche, nell’accessibilità del linguaggio, nella scelta di spazi non convenzionali. L’Antigruppo ha significato comunità: una comunità diffusa, che si estendeva agli Incontri fra i Popoli del Mediterraneo, momenti di scambio tra intellettuali, artisti e poeti del bacino mediterraneo, del Nord Africa, dell’Europa dell’Est.
La riappropriazione di questa storia non è un gesto nostalgico, è un atto epistemico. Recuperare una storia meridionale e decentrata, a lungo ignorata dai circuiti del potere culturale italiano, significa riconoscere che la marginalità non è un difetto da correggere ma una posizione da cui si vede diversamente, si pensa diversamente, si produce diversamente. L’Antigruppo siciliano ha operato da quel margine con piena consapevolezza: la sua eredità non ci invita a celebrare il passato, ma a praticare il decentramento come metodo. Nella realtà stratificata di oggi, è sempre più necessario istituire altrimenti, ripristinando storie dimenticate che ancora possono illuminare il presente, e immaginando nuove forme di comunità poetica che sappiano parlare al futuro con la stessa sincerità.
È quello che fanno, ciascunə a modo suo, Giulia Currà, Jonatan Manno e Mariateresa Contaldo nei testi che seguono.


Giulia Currà, Milano 31 maggio 2026
Anaïs Nin dice: “Se non avessi creato il mio mondo, sarei morta in quello di qualcun altro.”
Ho preso un aereo per Catania il 6 maggio mossa da amore, poesia e coraggio. Mi muovo quasi sempre per prendermi cura di soglie, abitarle, provare a immaginare la mia tana in esse, insieme ad alterità affettive, cerco casa costantemente, ovunque. Sono una traslocatrice. Cronicamente in trasloco significa attraversare a piedi ancorati e spalle ben salde, un territorio tremante dove è necessario ascoltare e appuntare i dettagli dove ‘abita il diavolo’ per farci amicizia e abbracciare le proprie mostruosità.
Abbiamo passato con mia sorella Simona e Idda (l’Etna) e Flo e Patti e Nuccio e Sara e altre, 5 giorni a prepararci, come avviene solitamente per un rito di passaggio. Isolamento per raccogliere telline al mare con vento forza mille, ginestre nella campagna dell’Etna, pietre laviche, ceri della festa dei santi tra gli ex voto e i marshmallow, peluche al mercato, aglio fresco, svegliarsi all’alba in preciclo con i sudori, gli umori, le cartomanti, la piscia dei gatti, la parmigiana, inseguimenti notturni, amiche in attesa al bar sulla statale, ritrovi in ex barbieri della nonna, ululati, tamburi, dichiarazioni, patch agli occhi, lacrime, sigarette, un paio di camicie dipinte a chiudere.
Eccoci pronte per il nostro ennesimo passo da gradive, pronte da tempo, come sempre, a partire. Da traslocatrici arriviamo a Lecce, con le nostre candele, il nostro aglio, le facce asciugate dal vento. Ci si trova a dormire al Museo Castromediano, tra vasi antichi e cartoline. Le ginestre seccano al sole. Ecco Jonatah e Mariateresa di PIA, ecco i nostri frammenti che compongono l’altare in una stanza marmorea e bianca con finestre sui tetti, che accudirà le pratiche e i racconti dediti al nuovo libro di Simo: Inchiostro e Dinamite, Antigruppo Siciliano e la mia Strip Practice, pratica per e con le traslocatrici, nei meandri delle nostre stratificazioni imprendibili durante i riti di passaggio. Sembra ci si ascolti davvero e che si possa prendere posto in queste ore dove la poesia si fa corpo e desiderio. Ecco la carta delle stelle tra noi. Abbiamo deciso di essere qui oggi, di esserci l’una per l’altra.
Cosa significa abitare nuovamente? Reincantare il mondo? Ritrovarci? Darci tempo? Creare un assedio diffuso? Se ti muovi cosa lasci indietro? Ciò che hai lasciato può tornare ad essere oggetto d’amore? Non voglio morire nel mondo di qualcun altro, voglio morire nei mondi possibili che posso ricamare con chi riesce a vedermi.
Sentimenti e visioni hanno mosso un tempo altro dove il concedersi di perdersi, tremare, sentirsi spaesate nel non arrivare a un obiettivo, non performare, ma stare, ha lasciato traspirare la pelle per annusarsi, trovarsi, conoscersi almeno un po’.
È difficile pensare a quei giorni solo attraverso una mera spiegazione di cosa è avvenuto, ciò che accade ha un odore, un sudore, uno sguardo che ascolta output di un corpo acusmatico appena poggiato, come un cuscino, pronto a spostarsi di nuovo. È ciò che non accade, ciò che pulsa, che ha bisogno di muoversi, che non ascoltiamo, che arriva come un’eruzione, in questi momenti accelerati, dove la resa all’estasi, ci concede di esistere. La poesia decide da sé, prende lo spazio e il tempo che necessita per apparire, sembra possa dirci: Amaru unnimaffissu! Sì, ti lascio in pace, sai badare a te stessa.
Tra condivisioni poetiche, posizionamenti, dediche, bibliomanzia, radionica, pizza in una caverna, sincronicità, unicorni, neon rotti e rotte per nuove scuole, nuove forme di vita si riconoscono e si connettono.
Poesia, poesia portami via, con gli strumenti delle traslocatrici sempre in amore con le sorelle, che ti chiamano dolce tiranna e tu ti senti a casa, finalmente.

Mariateresa Contaldo, Lecce 7 giugno 2026
Finalmente incontro di persona Simona e Giulia. Gli appuntamenti online delle settimane precedenti al loro arrivo avevano consentito di conoscere piccole tracce del loro lavoro, frammenti di testi, appunti su pratiche corporee e qualche domanda condivisa per aggiustare il tiro sulle loro abitudini così da accoglierle più come complici di una rivoluzione che come ospiti.
L’inizio è toccato a Giulia che ha trasformato lo spazio di PIA School con amuleti e libri, alcuni ingialliti, scelti con cura e disposti come reliquie su un vecchio altare.
Non pensavo di dover prendere parte alla pratica, né tantomeno di farlo usando tecniche che assomigliavano alla meditazione o alla mindfulness. Ma quando Giulia e Simona mi hanno invitato a toccare corpi, leggere bigliettini dai bordi incerti e prendere posizione rispetto a oggetti con storie antiche, ho capito che dovevo lasciarmi andare perché ero con le persone giuste. Da quel momento qualcosa si è manifestato, forse si stava compiendo quella piccola rivoluzione che da tempo attendeva nuove complici. Le conversazioni si sono aperte in modo naturale tra battute leggere, racconti personali e questioni urgenti. Abbiamo parlato di margini, di memoria e di come il corpo custodisca racconti non detti. E resta impressa la loro capacità di rimanere sospese sulla soglia delle cose e di lasciare respirare i processi.
I due giorni insieme a loro, fatti anche di attraversamenti nel Museo Castromediano, hanno permesso di amplificare un ragionamento che per PIA e per la mia azione al suo interno parte da lontano. Si può essere rete in un sistema che non riconosce più i corpi pensanti? Le pratiche di Simona e Giulia hanno provato a rispondere a questa domanda mostrando la rete come tessitura di presenze e le pratiche condivise come responsabilità reciproche.
L’eredità dell’Antigruppo siciliano di Simona, le pratiche di Giulia e la partecipazione di tutta PIA School hanno dimostrato che il margine può diventare punto di vista.
Jonatah Manno, Lecce 7 giugno 2026
Luci incandescenti al bario infiammano il cielo con enormi ogive verdi e viola.
Branchi di cani randagi si rifugiano dove possono.
Un boato tremendo, simile al lamento di una stella nana che implode, squarcia il paesaggio da destra a sinistra.
Il grande radar militare continua a girare su sé stesso e brilla a intermittenza
Il grande radar secerne schiuma puzzolente tutt’intorno.
Io, intento a scavare, con i capelli zuppi, inizio ad avvertire la mancanza di escitalopram nelle vene.
Più in là la festa degenerata volge al termine. L’eco delle casse che sprecano techno dozzinale incalza le mie braccia.
Il ricordo di me da bambino che osserva le lucertole al sole, il battito della loro gola affannata.
«Hey, senti l’upupa?» hai detto. «Senti che verso fa? Ripetuto e monotono, che cazzo di verso.»
Houp-oup-oup
Up-up-up
O-up-o-up
«Sì, è bellissimo!»
Intorpiditi, volgiamo lo sguardo oltre le dune di sabbia: uno sguardo che era probabilmente abbastanza. Quasi la mancanza di un momento che sappiamo sfuggirci tra le dita.
Ci sono voluti molti giorni, accampati accanto a quel menhir, per seguire un ultimo entusiasmo.
E grattavamo la pietra con le unghie all’ombra del radar. Era l’unica cosa da fare e di cui essere fieri.



