Testo di Stefania Margiacchi —
Ogni ossessione produce prima o poi un problema di spazio.
Accade agli archivi, alle collezioni, alle biblioteche, alle costellazioni mentali costruite da chi continua a tornare sul medesimo pensiero. A un certo punto il contenitore non basta più. Qualcosa preme contro il bordo, cerca una via di fuga, invade territori imprevisti.
Il percorso di Erik Saglia sembra nascere esattamente da questa tensione: linea dopo linea, nastro dopo nastro, modulo dopo modulo, per anni. Come se ogni opera fosse la verifica della precedente e l’anticipazione della successiva. Come se l’immagine non fosse mai davvero conclusa, ma soltanto temporaneamente parcheggiata, nell’attesa di una nuova espansione.
In Spaced Out, l’ultima personale di Saglia presso la galleria Thomas Brambilla, si racconta esattamente questo: una compulsione, una coazione alla costruzione, una forma di pensiero che procede per accumulo, per ritorno, per ossessione.
Le opere di Saglia non nascono. Si moltiplicano.
Ogni elemento ne richiama un altro. Ogni struttura genera una variante. Ogni variante produce una deviazione minima. Il suo vocabolario è ridotto e praticamente infinito allo stesso tempo. Segmenti, griglie, vettori, connessioni, nodi, costellazioni. Sempre gli stessi ma mai identici.
È una dinamica che ricorda certi protocolli informatici, certi giochi di ruolo galattici, certe mappe stellari compilate da civiltà che hanno dimenticato lo scopo originario della propria missione ma continuano ostinatamente a registrare coordinate.
“Euridome”, l’opera pubblica realizzata nel 2024 per Luci d’Artista presso l’Unione Industriali di Torino, aveva già reso evidente questo slittamento. Non tanto perché introduceva la luce, quanto perché dichiarava apertamente una necessità che la pittura conteneva da tempo: uscire dal quadro.
Quelle linee luminose che attraversavano la facciata non erano un’estensione della ricerca bensì la ricerca stessa che aveva cambiato habitat. La stessa ossessione geometrica, la stessa grammatica modulare, la stessa precisione quasi patologica improvvisamente liberate dalla bidimensionalità.



La mostra attuale ne rappresenta la conseguenza inevitabile.Qui la pittura non scompare ma si comporta piuttosto come una specie biologica in mutazione. Sopravvive cambiando forma. Colonizza altri materiali. Si adatta. Assorbe la luce. Produce luce. Le opere sembrano pannelli di controllo di una navicella che ha perso l’equipaggio da secoli ma continua a funzionare perfettamente. Continuano a lampeggiare. Continuano a trasmettere. Continuano a cercare qualcuno.
Guardandole si ha la sensazione che l’artista lavori contemporaneamente come pittore, cartografo e manutentore di una stazione orbitale immaginaria. Ogni elemento appare calibrato fino allo sfinimento – ogni distanza, ogni angolo, ogni giunzione, ogni interruzione. Non c’è nulla di spontaneo in questo universo; eppure non c’è nemmeno rigidità. Perché l’ossessione di Saglia non è mai decorativa. È cognitiva. È il tentativo di dare forma visibile a un pensiero che non riesce a fermarsi.
In questo senso le opere funzionano come diagrammi di un’attività mentale: non rappresentano il cosmo, rappresentano qualcuno che continua a pensare il cosmo – e a ripensarlo, ridisegnarlo e tentare di correggerlo.
La luce, allora, assume un ruolo decisivo. Non come effetto spettacolare ma come stadio evolutivo della pittura. Dopo aver saturato la superficie con strati, segni, connessioni e sovrapposizioni, il lavoro di Saglia sembra aver raggiunto una soglia critica. Una sorta di velocità di fuga.
Da quel momento la pittura non descrive più l’energia ma la emette.
Lo spettatore non guarda semplicemente delle immagini ma entra in un sistema, in una rete, in una costellazione di relazioni che continua a espandersi anche dopo essere uscito dalla galleria.
Come accade nelle migliori storie di fantascienza, la tecnologia qui non parla del futuro: parla di una forma estrema di solitudine. La stessa di Major Tom quando interrompe le comunicazioni. La stessa dell’autostoppista galattico che continua a consultare mappe sempre più dettagliate per raggiungere una destinazione che probabilmente non esiste.
Saglia sembra appartenere a quella categoria di esploratori: quelli che non cercano nuovi mondi ma coloro che continuano a mappare ossessivamente il medesimo mondo fino a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso.
Cover: Installation view, Erik Saglia, Spaced Out, Thomas Brambilla, Bergamo. Courtesy the artist and Thomas Brambilla. Ph. Gabriele Abruzzese

