
Un ragazzino che sembra uscito dal periodo blu di Picasso che fuma. Un bambino con i genitali scoperti e una frusta in mano, saltella allegramente (lo sguardo è malefico). La morte di un centauro a testa in giù, un narciso che sembra liquefarsi sulle rive di un laghetto. Il mondo di Sanya Kantarovsky (Mosca, 1982, newyorkese d’adozione) oscilla tra il macabro e il fatato, tra l’inquietante e il poetico. Surrealista senza essere un cultore della bella pennellata e senza perdersi nell’onirico più intuibile, l’artista ci mostra un mondo apparentemente silenzioso, fatto di stanze in ombra e grandi letti su cui si appisola un cane. Ma dietro questo silenzio pittorico, dove le pennellate non incidono mai le forme, le suggeriscono, un po’ tremanti, colorate, sfumate, si insinua sempre qualcosa di inquietante e sinistro.
Il quadro che dà il titolo alla bellissima mostra ospitata fino al 22 novembre all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Palazzo Loredan, Basic Failure, mostra un uomo dall’aspetto di un prete in posizione ieratica mentre introduce un’ostia nella bocca di una testa nel suo grembo. Anatomicamente bizzarro, dai colori freddi e cupi, definito in alcune parti, più approssimativo in altre, in questo quadro aleggia una sorta di mistica laica. L’esperienza che si ha di questo quadro ci porta a essere testimoni di una ricerca interiore e di unione profonda con dei significati che vanno dall’alienazione alla vulnerabilità, dalla lotta esistenziale all’alterità, tenendo però sempre lontani dogmi, religioni o divinità soprannaturali.


Spirituale senza essere trascendentale, il mondo dipinto da Kantarovsky ha a che fare con la profondità del reale, non si eleva ma scava. Spaziando tra religione, storia e filosofia, è il richiamo all’intuito primordiale della natura umana a interessarlo; la narrazione e i soggetti sono sfuggenti, ambigui, possono essere contemporanei, appartenere alla mitologia o a delle fiabe, quindi lasciano un ampio spazio di interpretazione. Possiamo percepire i suoi quadri con estrema leggerezza e innocenza, guardare un buffo orsetto che sembra rannicchiarsi – si badi, il titolo di questo piccolo quadro è Analysand, 2026, ‘paziente’ ricoverato’ -, o il gioioso Whipping Boy (Chantladze),(2006), come un bambino allegro e spensierato. Le atmosfere dei suoi dipinti sono aperte e sfuggenti e questa indecidibilità rende coinvolgenti le sue ambigue narrazioni. “Ci sono modi innocui e banali di interpretare qualcosa, e poi ci sono modi molto oscuri di interpretarla. A volte non è nemmeno chiaro se un soggetto sia in preda all’angoscia o all’estasi, e cosa sia esattamente in gioco,” spiega l’artista.
Anche laddove si confronta con soggetti conosciuti come il Narciso – figura tra le più sviscerate nella storia dell’arte, nonché definito nel Rinascimento come il ‘vero inventore della pittura’ (Leon Battista Alberti – De pittura, 1435) – Kantarovsky ci mostra la macabra scena di un giovane ragazzo immerso sì in un paesaggio incantevole, fatato che ha quasi del soffice, del morbido, ma il cui corpo toccando l’acqua, si riduce a scheletro. Dal petto in giù, il costato mostra viscere, budella e organi sparpagliati tra erba e fiorellini. Il titolo dell’opera è rivelativo, Reenactment (2026): ricostruzione, rievocazione.



Immedesimarsi con un giovane pianista mentre tenta di eseguire un brano musicale con alle spalle un tutore legnoso e sovrastante (Lesson, 2026), o ritrovarci malinconici nello sguardo di Boy with Cigarette (2026), non è solo facile, ma è anche doveroso e necessario per compiere l’azione di scavo continuo e per capire e assorbire la maestria pittorica dell’artista.
«I dipinti sono rappresentativi, spesso figurativi, e c’è una narrazione implicita. Lo paragono a quando cammini per strada e incroci lo sguardo di qualcuno, e lo osservi per un istante. Sei consapevole che c’è stato un momento prima e un momento dopo, ma hai solo questo fugace istante per vedere questo frammento della sua lotta o della sua esistenza». (brani di conversazioni pubblicati su Issue of Wallpaper, giugno 2026, In a splendid Venetian palazzo, artist Sanya Kantarovsky captures a poetic cast of enigmatic figures, di Hannah Silver).
Cornice di queste micro narrazioni combinatorie è la Sala delle Collezioni che si trova al primo piano nobile di Palazzo Loredan, all’interno della biblioteca dell’Istituto Veneto e quindi circondata dalla libreria storica. Tra lampadari di Murano, robuste librerie colme di libri antichi e porte settecentesche, le opere di Kantarovsky spiccano come umili presenze che azzardano racconti imperituri, come le tante narrazioni, tesi e storie custodite nell’imponente biblioteca.
Continua l’artista: «È uno spazio antico, storico e sfarzoso, pieno di libri antichi. Questi oggetti hanno una loro energia particolare. Questa mostra si interroga sul significato di tutto ciò e cerca di instaurare un dialogo costruttivo con lo spazio. Cerco di non affezionarmi a nessun singolo dipinto, e poi cerco di non affezionarmi a nessun dipinto in particolare, controllando la mostra nel suo complesso. Una volta che i dipinti iniziano a prendere forma, a dialogare tra loro, io stesso inizio a dialogare con loro; è come se stessi scrivendo una sorta di poesia composta da frammenti o strofe».
Courtesy per tutte le foto: the artist, Gisela Capitain, Modern Art and VeneKlasen © Sanya Kantarovsky Photo: Pierre Le Hors




