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Happiness Project -Episode 3: interno instabile alla Galleria Zero…

Più che rappresentare la casa, "The Happiness Project" ne mette in crisi la possibilità stessa: l’abitare appare come una costruzione instabile, fatta di prossimità e significati che emergono per interferenza.
Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi

Testo di Simone Pellizzari —

Ci sono mostre che cercano di trasformare la galleria in uno spazio inusuale attraverso le proprie installazioni. The Happiness Project – Episode 3: Hearth and Home, da Galleria ZERO…, compie quasi il movimento opposto: prende qualcosa di estremamente vicino — la casa, l’arredo, gli oggetti domestici — e lo rende improvvisamente distante.

Fino al 24 luglio 2026, la galleria presenta all’interno dei suoi spazi la mostra collettiva curata da Josè Freire, che riunisce le pratiche degli artisti Lizzi Bougatsos, Sylvie Fleury, Richard Hoeck & John Miller, Christian Holstad, Elisabeth Kley, Liam Neff, Kayode Ojo, Patrick Sarmiento, Dash Snow e Nicole Wermers.

La mostra costruisce il proprio impianto attorno all’idea della casa come fortezza di stabilità, ma anche come uno spazio ambiguo, attraversato simultaneamente da sensazioni di protezione e conflitto. La natura grezza e industriale dello spazio espositivo unita all’austerità di alcune delle opere selezionate, entra in conflitto con il titolo scelto che richiama alla mente del visitatore la dimensione accogliente e rassicurante dell’abitare. Il domestico appare come il luogo in cui identità, valori e comportamenti vengono assimilati e tramandati, ma anche come una struttura permeabile, continuamente esposta a tensioni emotive, dinamiche di potere e forme di opposizione latente. La famiglia non viene letta soltanto come costruzione sociale o nucleo affettivo, ma come dispositivo psicologico e culturale che sedimenta desideri, gerarchie, rituali quotidiani e modelli di rappresentazione. Anche gli oggetti assumono così una funzione decisiva: non semplici elementi decorativi, ma superfici sulle quali si depositano aspirazioni, memorie e codici di appartenenza.

Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi
Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi

Il lavoro di Nicole Wermers, con il cappotto appoggiato su sedute impilabili, produce una figura senza corpo, quasi personaggio rimasto intrappolato nella postura dell’attesa. Poco distante, il lampadario assemblato da Kayode Ojo oscilla tra glamour borghese e precarietà, tra cultura del consumo e senso di vuoto performativo: oggetti costruiti attraverso accessori, elementi commerciali e materiali aspirazionali che mantengono qualcosa di volutamente incompleto. (La mostra insiste spesso su questa ambivalenza. Gli oggetti non smettono mai davvero di essere quello che sono — un lampadario resta un lampadario, una mensola resta una mensola — ma allo stesso tempo sembrano aver perso la propria funzione originaria. È un domestico svuotato, quasi postumo.)
Altrove, i dipinti di Liam Neff e le fotografie di Dash Snow introducono invece una dimensione più intima e diaristica, come se dietro la superficie controllata dell’esposizione continuasse a riaffiorare qualcosa di vulnerabile e profondamente umano.
Questa tensione attraversa soprattutto il rapporto tra i due livelli della galleria. Al piano superiore la mostra mantiene una qualità quasi rarefatta: le opere convivono in uno spazio luminoso e ordinato, in cui il lessico del design, del display e dell’oggetto domestico conservano ancora qualcosa di riconoscibile. Sedute, lampade, specchi e superfici riflettenti costruiscono un ambiente apparentemente controllato, in equilibrio tra eleganza e neutralità. Ma è scendendo nel piano interrato che questo equilibrio comincia progressivamente a incrinarsi.
L’atmosfera si fa più opaca, le opere emergono da una condizione di semi-oscurità e le poche luci artificiali disseminate nello spazio trasformano il percorso in qualcosa di più ambiguo e teatrale. Qui il domestico perde definitivamente qualsiasi possibilità di rassicurazione e assume piuttosto i contorni di una dimensione psicologica, quasi perturbante. La mostra sembra abbandonare il linguaggio dell’interior design per avvicinarsi a quello della messa in scena.

Elisabeth Kley, Small Idol, 2022, glazed earthenware, 45.72 × 27.94 × 13.97 cm Elisabeth Kley, Small Piano with Four Eyes, 2022, terracotta smaltata, 52.07 × 35.56 × 15.24 cm, installation view, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, ZERO…,Milan, Ph. Roberto Marossi
Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi
Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi

In questo slittamento, un ruolo centrale è occupato da Mannequin Death di Richard Hoeck e John Miller. L’installazione video agisce come una possibile chiave di lettura dell’intera mostra: i manichini, figure artificiali sospese tra corpo e simulacro, condensano molte delle tensioni presenti nel progetto curatoriale. L’identità appare come qualcosa di costruito, continuamente modellato attraverso superfici, accessori e codici estetici. Non è un caso che il video si ponga come una presenza ipnotica all’interno del percorso espositivo: più che raccontare una narrazione lineare, introduce una sensazione di inquietudine diffusa che finisce per contaminare anche le altre opere.
In opposizione, ma dentro la stessa economia visiva, si collocano i readymade e gli assemblaggi di Kayode Ojo e Lizzi Bougatsos. Qui il passaggio non riguarda il corpo, ma l’oggetto quotidiano: oggetti di consumo vengono selezionati e combinati senza alterarne radicalmente la riconoscibilità, ma cambiandone il contesto e la funzione. Non sono oggetti “neutri”: restano leggibili come merci, ma vengono spostati verso una logica espositiva.
A questo asse si sovrappone però un terzo livello, più intimo e destabilizzante, introdotto dalle fotografie di Dash Snow. Qui il domestico riemerge non come superficie espositiva o sistema di segni, ma come residuo psicologico: uno spazio privato, ambiguo, segnato da tracce di vissuto, disordine e contiguità corporea.

È proprio qui che Hearth and Home trova il suo punto più interessante. La mostra non costruisce un’immagine nostalgica della casa, né tenta davvero di ricrearne il calore. Al contrario, utilizza il linguaggio dell’abitare per mostrare quanto il domestico contemporaneo sia attraversato da inquietudini e continue forme di recitazione quotidiana. Gli oggetti non smettono mai del tutto di essere funzionali, ma sembrano avere perso il loro centro, trasformandosi in presenze sospese tra familiarità e alienazione.

Più che rappresentare la casa, The Happiness Project – Episode 3 ne mette in crisi la possibilità stessa: l’abitare appare come una costruzione instabile, fatta di prossimità e significati che emergono per interferenza.

Cover: Lizzi Bouhatsos, The Last Conversation, 2024, scarpa in pelle, capelli umani, fascette, 117 x 48.26 x 63.5 cm / 56 x 33 x 6 cm, installation view, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, ZERO…,Milan, Ph. Roberto Marossi

Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi
Exhibition Views, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, curated by/a cura di Josè Freire, ZERO…Milan, Ph. Roberto Marossi
Lizzi Bouhatsos, The Last Conversation, 2024, scarpa in pelle, capelli umani, fascette, 117 x 48.26 x 63.5 cm / 56 x 33 x 6 cm, installation view, THE HAPPINESS PROJECT – EPISODE 3: HEARTH AND HOME, ZERO…,Milan, Ph. Roberto Marossi