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Over, under and in between, Mona Hatoum | Fondazione Prada, Milano

"Over, under and in between" assume l’instabilità come principio strutturale del presente. La mostra non offre immagini del nostro tempo: ne restituisce la logica profonda.
Mona Hatoum, Web, 2026 – Sfere di vetro trasparente soffiato a mano, cavo di acciaio inossidabile – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

English version below —

Non è l’instabilità a essere rappresentata, quanto il lento incrinarsi della fiducia in una forma stabile del mondo. Con Over, under and in between, il progetto concepito da Mona Hatoum per Fondazione Prada, la precarietà non viene semplicemente tematizzata: emerge come una condizione che attraversa i sistemi stessi con cui orientiamo lo spazio, organizziamo la percezione, costruiamo l’idea di equilibrio. Forse è proprio qui che risuona una delle affermazioni più precise dell’artista:

“The familiar is often transformed into something foreign and threatening.”

(intervista in Mona Hatoum, a cura di Michael Archer, Phaidon Press, 1997)

La Cisterna, allora, smette subito di apparire come un semplice ambiente espositivo. Le sue superfici fredde, la verticalità del luogo, l’eco trattenuta dell’architettura trasformano lo spazio in una camera di pressione percettiva, più vicina a un’esperienza fisica che a un ambiente contemplativo. La sua storia industriale, la sua imponenza verticale, la funzione originaria legata allo stoccaggio dei liquidi, custodiscono un’idea precisa: quella della conservazione, della tenuta, della possibilità di trattenere ciò che tende a disperdersi. Hatoum entra esattamente in questo punto sensibile dell’architettura. Non per contraddirlo apertamente, ma per mostrarne la vulnerabilità interna, come se ogni struttura destinata a contenere custodisse già al proprio interno la possibilità della perdita.
L’artista sembra lavorare meno dentro lo spazio che sulle condizioni che permettono allo spazio di apparire stabile e leggibile. La sua operazione non introduce fratture evidenti in un ordine compatto; porta piuttosto alla luce la tensione silenziosa che attraversa ogni costruzione coerente. Così la mostra non oppone ordine e disordine come due poli distinti: lascia emergere una soglia in cui quella distinzione si assottiglia, fino quasi a dissolversi.

Le tre installazioni — costruite attorno alla ragnatela, alla mappa e alla griglia — si presentano allora come configurazioni epistemiche, forme attraverso cui il mondo viene organizzato, interpretato, abitato. Più della loro forma, a Hatoum interessa la funzione culturale e storica che queste strutture hanno assunto nel tempo.

La ragnatela introduce una logica di tensione e cattura. Tradizionalmente associata alla fragilità, qui assume la precisione di un dispositivo quasi invisibile, capace di trattenere, immobilizzare, interrompere il movimento. I fili sottili e tesi compongono una geometria che sembra reggersi da sola e che, nello stesso momento, appare esposta alla possibilità costante della rottura. È proprio in questa oscillazione che si concentra una delle energie più forti del lavoro: ciò che appare lieve rivela una forza trattenuta, una pericolosità silenziosa. L’equilibrio non viene negato; si configura, semplicemente, come qualcosa di temporaneo, continuamente esposto.

La mappa apre una dimensione geopolitica implicita. La cartografia, storicamente legata all’orientamento e al controllo, perde qui la sua funzione regolatrice. I confini smettono di stabilizzare lo spazio; le linee si rarefanno, si disperdono, sembrano incapaci di fissare un territorio. Più che una “mappa instabile”, ciò che emerge è una crisi del gesto stesso del mappare. Orientarsi diventa difficile perché le coordinate, pur continuando a esistere, non bastano più. Hatoum non raffigura un mondo frammentato: rende visibile la precarietà inscritta in ogni tentativo di organizzarne la complessità. Nel suo lavoro, queste strutture non appartengono mai soltanto al linguaggio della forma. Mappe, reti e griglie portano con sé una storia politica precisa: quella dei dispositivi che controllano i territori, distribuiscono i corpi, regolano i movimenti. La loro apparente astrazione conserva sempre una memoria geopolitica implicita e sul fondo di queste strutture rimane anche l’esperienza biografica di Hatoum — nata da una condizione di esilio e dislocazione permanente — mai tradotta in racconto diretto, ma continuamente trasferita nelle forme dell’instabilità spaziale.

Mona Hatoum, Map (red) , 2026. Sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada
Mona Hatoum, Map (red) , 2026. Sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

La griglia richiama invece una lunga eredità modernista, nella quale rappresentava ordine, misura, razionalità. Qui la sua funzione sembra spostarsi: invece di disciplinare lo spazio, lo espone. Le linee aprono varchi, lasciano filtrare una vulnerabilità che appare costitutiva, quasi inevitabile. Privata della propria autorità normativa, la griglia mostra il carattere arbitrario di ogni costruzione dell’ordine. Rimane la traccia di una tensione irrisolta, sospesa tra organizzazione e disgregazione.

Ragnatela, mappa e griglia condividono così una stessa genealogia: sono strumenti nati per organizzare il corpo, il territorio, la materia dello spazio. Hatoum li accompagna fino a un punto limite, dove la loro funzione di controllo si indebolisce e lascia emergere l’instabilità che li attraversa da sempre. La fragilità, allora, smette di essere un tema e diventa una condizione strutturale.

È qui che il rapporto con la Cisterna acquista tutta la sua precisione. Se l’architettura industriale nasce per contenere e stabilizzare, le installazioni riportano alla luce la precarietà inscritta nell’idea stessa di contenimento. Lo spazio non fa da sfondo alle opere: entra in una relazione di reciproca trasformazione. La Cisterna sembra riattivarsi come organismo vulnerabile, come se la propria funzione originaria — trattenere — fosse sempre stata accompagnata da una tensione segreta verso la dispersione. In Hatoum, lo stesso spazio della protezione conserva sempre qualcosa di instabile. La casa, il confine, l’oggetto domestico, la struttura architettonica: tutto ciò che dovrebbe offrire sicurezza appare esposto a una possibile inversione, come se ogni dispositivo di protezione custodisse già la forma latente della minaccia.

A trasformarsi progressivamente è anche la posizione del visitatore. Più che immersiva, l’esperienza diventa una condizione di esposizione continua. Il corpo attraversa uno spazio in cui ogni orientamento resta provvisorio, mentre lo sguardo cerca punti di appoggio che continuamente si spostano. Attrazione e pericolo convivono nella stessa superficie percettiva, senza mai separarsi del tutto. È cosi che la percezione rallenta, diventa più cauta, quasi  lo spazio richiedesse una diversa qualità dell’attenzione. Come suggerisce Brian Massumi nelle sue riflessioni sulla “everyday fear”, il potere della tensione non risiede necessariamente nell’evento traumatico, ma nella capacità di produrre una condizione di allerta diffusa, una modificazione preventiva della percezione. È precisamente in questa soglia che Hatoum colloca il visitatore.

Nella pratica di Hatoum, il conflitto raramente assume la forma del racconto esplicito. Le opere non illustrano contenuti politici o psicologici; li incorporano nella propria struttura materiale. Il conflitto non viene raccontato, ma attivato. È la configurazione stessa dello spazio a generare senso, senza bisogno di didascalie o spiegazioni.

Il titolo stesso, Over, under and in between, evita qualsiasi gerarchia. Sopra, sotto, in mezzo: coordinate che non fissano posizioni definitive, ma descrivono uno stato di negoziazione continua. Nessun punto di vista riesce a imporsi sugli altri. Rimane un sistema mobile di relazioni, una geografia interstiziale in cui ogni posizione conserva qualcosa di instabile.
Se esiste un filo conduttore, non coincide con le singole opere, ma con la qualità atmosferica che attraversa l’intero spazio. Una tensione diffusa lega ogni elemento a un sistema più ampio, dove nulla appare definitivamente saldo e nulla perde completamente forma. È in questa sospensione che il lavoro di Hatoum trova la propria intensità: nella capacità di rendere sensibile una condizione, più che nell’affermazione di un’idea. Come se ogni superficie lasciasse affiorare una possibilità silenziosa di slittamento.

In definitiva, Over, under and in between assume l’instabilità come principio strutturale del presente. La mostra non offre immagini del nostro tempo: ne restituisce la logica profonda. I sistemi di orientamento continuano a esistere, continuano persino a funzionare, eppure non garantiscono più sicurezza. Rimane un mondo in cui le architetture della stabilità continuano a esistere mentre, lentamente, imparano a cedere.

Mona Hatoum, all of a quiver , 2022, Tubi di alluminio a sezione quadrata, cerniere di acciaio, motore elettrico, cavo – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

Over, under and in between, Fondazione Prada, Milan

What is being staged here is not instability itself, but the slow erosion of trust in a stable form of the world. With Over, under and in between, the project conceived by Mona Hatoum for Fondazione Prada, precarity does not simply appear as a theme; it emerges as a condition that runs through the very systems by which we orient space, organise perception, and construct the idea of equilibrium. Perhaps this is where one of the artist’s most incisive statements continues to resonate:

“The familiar is often transformed into something foreign and threatening.”

(Mona Hatoum, edited by Michael Archer, Phaidon Press, 1997)

The Cisterna immediately ceases to appear as a mere exhibition space. Its cold surfaces, the verticality of the site, the contained echo of the architecture transform the environment into a chamber of perceptual pressure, closer to a physical experience than to a contemplative setting. Its industrial history, its imposing vertical structure, its original function as a space for storing liquids, all preserve a precise idea: that of containment, endurance, the possibility of holding together what tends to disperse. Hatoum enters precisely at this sensitive point within the architecture. Not to openly oppose it, but to reveal its internal vulnerability, as though every structure designed to contain already carried within itself the latent possibility of loss.

The artist seems to work less within space itself than on the conditions that allow space to appear stable and legible. Her operation does not introduce visible fractures into a coherent order; rather, it brings to the surface the silent tension running through every stable construction. The exhibition does not oppose order and disorder as distinct poles. Instead, it allows a threshold to emerge in which that distinction gradually thins, almost to the point of dissolution.

The three installations — structured around the web, the map, and the grid — appear as systems through which the world is organised, interpreted, and inhabited. More than their formal appearance, what interests Mona Hatoum is the cultural and historical function these structures have acquired over time.

The spiderweb introduces a logic of tension and capture. Traditionally associated with fragility, here it acquires the precision of an almost invisible device, capable of holding, immobilising, interrupting movement. The thin, taut threads compose a geometry that seems to sustain itself while simultaneously remaining exposed to the constant possibility of rupture. It is precisely within this oscillation that one of the work’s strongest energies emerges: what appears delicate reveals a restrained force, a silent form of danger. Equilibrium is not denied; it simply appears as something temporary, perpetually exposed.

The map introduces an implicit geopolitical dimension. Cartography, historically tied to orientation and control, here loses its regulatory function. Borders no longer stabilise space; lines thin out, disperse, seem incapable of fixing territory in place. More than an “unstable map,” what emerges is a crisis in the very act of mapping itself. Orientation becomes difficult because coordinates, though still present, are no longer sufficient. Mona Hatoum does not depict a fragmented world; she makes visible the precarity inscribed within every attempt to organise its complexity.

In her work, these structures never belong solely to the language of form. Maps, networks, and grids carry with them a precise political history: that of apparatuses designed to control territories, distribute bodies, regulate movement. Their apparent abstraction always retains an implicit geopolitical memory. Beneath these structures also remains Hatoum’s own biographical experience — shaped by exile and permanent displacement — never translated into direct narrative, but continuously transferred into forms of spatial instability.

Mona Hatoum, Web, 2026 – Sfere di vetro trasparente soffiato a mano, cavo di acciaio inossidabile – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada
Mona Hatoum, Map (red) , 2026. Sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada

The grid, by contrast, evokes a long modernist legacy in which it stood for order, measure, rationality. Here, however, its function appears to shift: instead of disciplining space, it exposes it. The lines open breaches, allowing a vulnerability to filter through that feels constitutive, almost inevitable. Stripped of its normative authority, the grid reveals the arbitrary nature of every construction of order. What remains is the trace of an unresolved tension, suspended between organisation and disintegration.

Web, map, and grid thus share the same genealogy: they are instruments conceived to organise the body, territory, and the materiality of space. Hatoum accompanies them toward a limit point where their controlling function begins to weaken, allowing the instability that has always traversed them to surface. Fragility, then, ceases to be a theme and becomes a structural condition.

It is here that the relationship with the Cisterna acquires its full precision. If industrial architecture is born to contain and stabilise, the installations bring back into view the precarity embedded within the very idea of containment itself. Space does not function as a backdrop to the works; it enters into a relation of mutual transformation with them. The Cisterna seems to reactivate itself as a vulnerable organism, as though its original function — to hold — had always been accompanied by a secret tension toward dispersal. In Hatoum’s work, even the space of protection retains something unstable within it. The home, the border, the domestic object, the architectural structure: everything that should offer security appears exposed to a possible reversal, as though every apparatus of protection already contained the latent form of threat.

What gradually begins to shift is also the position of the visitor. Rather than immersive, the experience becomes a condition of continuous exposure. The body moves through a space in which every form of orientation remains provisional, while the gaze searches for points of support that constantly shift elsewhere. Attraction and danger coexist within the same perceptual surface, never fully separating from one another. Perception slows down, becomes more cautious, almost as though the space itself demanded a different quality of attention. As Brian Massumi suggests in his reflections on “everyday fear,” the power of tension does not necessarily reside in the traumatic event itself, but in its capacity to produce a diffuse condition of alertness, a pre-emptive modification of perception. It is precisely within this threshold that Mona Hatoum positions the visitor.

In Hatoum’s practice, conflict rarely takes the form of explicit narrative. The works do not illustrate political or psychological content; they incorporate it into their own material structure. Conflict is not narrated, but activated. Meaning emerges through the very configuration of space, without the need for captions or explanations.

The title itself, Over, under and in between, avoids any stable hierarchy. Above, below, in between: coordinates that do not fix definitive positions, but describe a state of continuous negotiation. No single point of view manages to impose itself over the others. What remains is a mobile system of relations, an interstitial geography in which every position retains something unstable within it.

If there is a unifying thread, it does not coincide with the individual works, but with the atmospheric quality that permeates the space as a whole. A diffuse tension binds each element to a larger system in which nothing appears entirely secure and nothing completely loses form. It is within this suspension that Hatoum’s work finds its intensity: in its ability to render a condition perceptible rather than to assert an idea. As though every surface allowed a silent possibility of slippage to emerge.

Ultimately, Over, under and in between takes instability as a structural principle of the present. The exhibition does not offer images of our time; it reveals its underlying logic. Systems of orientation continue to exist, continue even to function, and yet no longer provide security. What remains is a world in which the architectures of stability still stand while, slowly, they begin to yield.

Mona Hatoum, all of a quiver , 2022, Tubi di alluminio a sezione quadrata, cerniere di acciaio, motore elettrico, cavo – “Over, under and in between” di Mona Hatoum Foto: Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada