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Shirin Neshat, Do U Dare!: l’identità come campo di battaglia

In un’epoca dominata dalla rapidità dell’opinione impulsiva, esperienze artistiche come Do U Dare! ricordano che il comprendere davvero qualcosa richiede tempo, esitazione, disagio.
Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

Nel caos narrativo della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Do U Dare! di Shirin Neshat a Palazzo Marin, fino al 6 settembre, si impone come uno dei progetti espositivi più rilevanti di questa edizione. Partendo dalla storia vera di Nasim Najafi Aghdam, la trilogia video attraversa l’esilio, l’identità, la spettacolarizzazione del sé e il bisogno di riconoscimento, raccontando una storia drastica sulle fragilità.

Con il contributo di Banca Ifis, Galleria Lia Rumma, Gladstone Gallery e Associazione Genesi, Do U Dare! racconbta la storia di Nasim Najafi Aghdam: donna di origini irano-azere costretta, a causa della sua fede bahá’í e per sottrarsi alle persecuzioni del governo, ad emigrare nel 1996 negli States; è divenuta tragicamente nota il 3 aprile 2018 quando attacca la sede di Youtube di San Bruno che le aveva chiuso l’account e non le pagava più i video, ferisce diverse persone e si toglie la vita. Un racconto crudo, molto intricato, nel quale colpisce il modo in cui Nasim veniva percepita dal suo stesso popolo: definita “strana”, inquietante, distante, robotica. Mai un sorriso, mai un cambio di espressione. Sono dettagli che rivelano quanto il giudizio sul corpo e sull’essenza femminile passi anche dall’incapacità di aderire a codici sociali condivisi.

Nasim Najafi Aghdam, videoblogger vegana e animalista, nel suo percorso da youtuber era stata etichettata come: atleta, artista comica, poetessa, cantante, attrice, produttrice, e online si era costruita un seguito di 27.000 iscritti, circa 9 milioni di visualizzazioni e 60.000 follower sul suo profilo Instagram. Tutti i video caricati sul canale comunicavano un bisogno di esistere, ma dall’altra trasmettevano disagio, scollamento dalla realtà. Un’estetica caratterizzata da colori saturi, green screen improvvisati, balletti o performance eccentriche. Troppo grezzi per sembrare “professionali”, troppo fuori tempo per sembrare spontanei, come se stesse continuamente interpretando una versione emotivamente assente.

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

Il lavoro rigoroso di Shirin Neshat che appropriandosi del suo corpo presenta, in tre atti, una riflessione sul prezzo invisibile dell’integrazione, fino al punto in cui identità e performance finiscono per mescolarsi. Il centro della ricerca della regista, fotografa e artista iraniana è sottrarre l’immagine femminile da ogni automatismo interpretativo. La sua protagonista non è vittima, non è eroina. È un corpo che tenta di abitare due mondi, non vivendo realmente in nessuno dei due.

Nelle parole dei due curatori, Bartolomeo Pietromarchi evidenzia come Neshat analizzi “la trasformazione dell’autodeterminazione in performance, della libertà di espressione in economia dell’attenzione, dell’identità in lavoro incessante di rappresentazione” e Ilaria Bernardi scrive: «l’opera invita a guardare senza possedere, a interpretare senza chiudere.»
In una Biennale d’Arte dominata dalla sovrapposizione visiva, Do U Dare! rallenta e costringe lo spettatore a sostare dentro l’ambiguità. La scelta di inserire una donna iraniana all’interno del contesto americano assume un valore simbolico e politico. Gli Stati Uniti, nella trilogia, non rappresentano semplicemente “l’Occidente” ma il luogo dove la promessa di libertà si intreccia con nuove forme di controllo. Se l’Iran evocato da Neshat porta con sé il peso della censura politica e religiosa, l’America appare invece dominata da un’altra struttura coercitiva: quella della visibilità permanente. Cambiano i dispositivi, ma resta la pressione esercitata sulla figura femminile. La trilogia non risponde in termini sociologici, ma servendosi di immagini che spaesano.

Nel primo capitolo, ambientato a Brooklyn, sotto la lente del bianco e nero la protagonista attraversa, assorbe, è presente ma invisibile. L’esilio non viene rappresentato come spostamento geografico, ma come condizione psicologica. Essere emigrati significa dover reinterpretare il proprio linguaggio, persino la postura, per poter essere accettati. Do U Dare! tocca qualcosa di profondamente contemporaneo: la fatica di costruire un senso in contesti che chiedono performance sociali e culturali.

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

Il secondo capitolo, nel cuore del capitalismo americano di Wall Street, la donna si muove tra la folla nella frenesia tipica newyorkese, scoprendo, tramite un richiamo sonoro, di essere una performer capace di attrarre anche il soggetto più distratto. Uno dei momenti più potenti della trilogia, perché improvvisamente comprende di essere lei stessa spettacolo.
Il terzo e ultimo capitolo è il più intimo e inquietante. Nella sua casa-studio osserviamo Nasim intenta a registrare i suoi contenuti. Pian piano, con l’entrata in scena di parrucche, manichini, specchi, protesi, l’ambiente acquisisce l’aspetto di un set. Il terzo video riflette in modo rude sulla nazione superpotenza che dietro le quinte lascia affiorare i suoi scheletri.

La maschera non nasconde più una verità originaria: è diventata la verità stessa. Una presa di coscienza durissima che riguarda tutti, non soltanto chi attraversa l’esperienza migratoria o chi vive condizioni di marginalità, ma qualsiasi individuo immerso in una società che richiede costantemente di esporsi, adattarsi e autorappresentarsi.
Shirin Neshat si dimostra straordinariamente matura nel parlare non solo di Iran, America o della condizione femminile, ma di quanto fragile sia l’identità in scenari di base libertari ma in fondo conformisti. I corpi si districano dentro sistemi che li classificano e li ributtano nella ressa ancora più vulnerabili.

In un’epoca dominata dalla rapidità dell’opinione impulsiva, esperienze artistiche come Do U Dare! ricordano che il comprendere davvero qualcosa richiede tempo, esitazione, disagio. Non basta consumare velocemente, bisogna sostare dentro la contraddizione. Venezia è perfetta per accogliere questo progetto, città costruita sull’incontro e spesso sul conflitto. Non a caso Ernesto Fürstenberg Fassio, Presidente di Banca Ifis, la definisce “città aperta e simbolo storico di dialogo tra mondi diversi”. Shirin Neshat di penna sua aggiunge che il dialogo non basta se non si è disposti a mettere in crisi anche il proprio sguardo.

L’arte ha un’imprescindibile responsabilità, che in manifestazioni così articolate come la Biennale a volte perde di vista: innescare in ognuno di noi un’opinione, per non renderci assenti o peggio indifferenti. L’indifferenza non può più essere considerata una possibilità neutrale. Do U Dare! restituisce complessità a ciò che troppo spesso viene ridotto a superficie,invitando fortemente a interrogarsi sul sistema che ha consapevolmente osservato e consumato Nasim Aghdam.

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples