
Tra gli affreschi e la teatralità barocca di Villa Arconati a Castellazzo di Bollate la seconda edizione di Arco con la mostra collettiva Luce, in corso fino al 5 luglio, curata da Diana Segantini e promossa dalla Fondazione Augusto Rancilio, indaga la luce, naturale o artificiale, diffusa o riflessa, come fenomeno fisico in trasformazione, in grado di ridefinirsi all’interno dei grandi spazi della villa.
Un illustre esempio di “villa di delizia” lombarda con alle spalle circa quattro secoli di storia e un importante patrimonio accoglie la seconda edizione di Arco, progetto di curatela avviato nel 2025 da Diana Segantini che si configura come una piattaforma di promozione di una comunità artistica e inclusiva che opera come laboratorio di esplorazione tra il mondo dell’arte contemporanea e la natura. L’arco richiama l’idea di connessione e attraversamento, mettendo in piedi un’esperienza che possa creare momenti di dialogo e di unione di intenti. Alla sua seconda edizione, Arco collabora con Francesca Minini, Galleria Monica De Cardenas, Kromya Art Gallery, NP Art Lab, Paula Seegy Gallery e Wizard Gallery, un ecosistema di gallerie d’arte che contribuisce alla costruzione di un percorso espositivo che raggruppa produzione, visibilità e ricerca.
Le forme della luce (fisica, percettiva, simbolica) che si muovono tra le sale dell’ala espositiva del piano terra e alcune aree del giardino del palazzo emergono come elementi che agiscono attivamente sui materiali. In alcuni lavori si traduce in rifrazione e trasparenza, in altri si condensa in superfici opache e stratificate, dove affiora come traccia, residuo o memoria. Le opere di Gabriella Benedini, Pietro Coletta, Salvatore Cuschera, Marco D’Anna, Riccardo De Marchi, Mario Deluigi, Alex Dorici, Igor Eskinja, Flavio Favelli, Emanuele Gregolin, Diango Hernández, Brigitte Kowanz, Julia Krahn, Luca Marignoni, Sasi Menale, Conor McCreedy, Madalena Negrone, Izumi Ōki, Flavio Paolucci, Ivan Seal, Melanie Sterba, Antoni Taulé, Varozza, Nives Widauer e Max Zuber costruiscono un linguaggio narrativo denso di riferimenti, a proprio agio in un contesto sfarzoso e baroccheggiante. Gli stucchi, le decorazioni e le cromie degli interni non fanno da semplice sfondo, ma entrano in relazione con le opere, generando cortocircuiti visivi.



La luce naturale, filtrata dalle finestre o riflessa nei materiali, diventa parte integrante del percorso: non è mai costante, cambia durante il giorno, entra con inclinazioni diverse, modifica i rapporti tra le opere e l’architettura, quest’ultima un campo in cui il fenomeno luminoso si manifesta come una manifestazione instabile.
Il vetro di Izumi Ōki, ad esempio, non è solo un materiale trasparente, ma un dispositivo ottico che rifrange e devia, catturando l’ambiente circostante e restituendo una visione frammentata e dinamica. Le strutture fatte di lastre sovrapposte o inclinate trasformano lo spazio in una superficie dove ciò che si vede è sempre leggermente scomposto. Superfici opache, stratificate o segnate dal tempo che trattengono la luce più che rifletterla, quasi come una traccia tenue. Altri artisti la trattano come elementoconcettuale, quasi linguistico. Interessante è la doppia dimensione data dalla tensione tra “luce” naturale e “luce” creata dalle opere in mostra.
Nell’offerta al pubblico il programma Art Talks on Light, con talk, visite al tramonto ed eventi serali, estende questa riflessione oltre lo spazio espositivo, sottolineando come la luce sia un’esperienza che si distribuisce nel tempo e nella relazione. Il progetto di Diana Segantini consolida anche quest’anno il ruolo come dispositivo di relazione tra contemporaneo e architettura. In un assetto architettonico barocco come quello di Villa Arconati, la curatela sviluppa una storia fatta di percezioni e corrispondenze. Questa dimensione emerge con chiarezza: ciò che conta non è tanto l’affermazione di un tema, quanto la costruzione di un contesto capace di farlo accadere.
Le opere raccolte nelle sale di Villa Arconati sembrano ricordare che esiste ancora uno spazio per l’ascolto e per una forma di sensibilità che si sottrae a un presente saturato, annebbiato da conflitti, estremismi, rabbia, in cui la luce appare spesso opaca. Qui passa dall’essere un elemento apparentemente invisibile ad una presenza necessaria e vitale, aprendo lo sguardo ad un racconto plurimo.




