Mi sono seduta in Campo San Giovanni e Paolo, su una panchina, all’ombra di un albero. Passato il mercoledì di pioggia sono rimasta lì, pensosa, a godermi il komorebi — quel poetico effetto della luce che filtra tra il fogliame. Ed è proprio il komorebi la fonte di ispirazione scelta da Koyo Kouoh per questa 61ª edizione della Biennale d’Arte intitolata In Minor Keys: un’immagine guida che ha abbracciato una delle manifestazioni più controverse degli ultimi anni. Quanto più la curatrice ha cercato di suggerirci una fruizione lenta, una concentrazione emotiva e impressionabile, tanto più la stretta attualità ha preso il sopravvento. Non ricordo un’edizione così densa di tensioni geopolitiche.
Passeggiando tra i Giardini e l’Arsenale, l’elemento più impattante era la costante presenza di agenti e militari. Al manifesto lirico e per molti versi spirituale della direzione artistica si è prepotentemente sovrapposto la tensione per la presenza ‘critica’ di Padiglioni come quello della Russia e di Israele, l’attuazione di scioperi, proteste, manifestazioni, dimissioni e fuori programma imprevisti. L’apice della tensione è stato raggiunto venerdì 9 maggio, quando gran parte dei Padiglioni è rimasta chiusa per protesta. Alle grafiche in bianco e nero dei rami che si dissolvono nella luce si sono sostituiti — a ragione — striscioni e bandiere ovunque, con slogan come “No Artwashing genocide” e “Palestine is the future of the world”. Sempre nella giornata dell’8 maggio, si è svolta pacificamente la manifestazione, guidata dall’Art Not Genocide Alliance (ANGA), davanti al Padiglione israeliano, eccezionalmente ricollocato all’Arsenale per via dei contemporanei restauri alla sede storica dei Giardini.
Tra le molte voci che hanno espresso il proprio dissenso si è distinta quella di Anish Kapoor — in questo giorni in mostra a Palazzo Manfrin — che ha condannato senza mezzi termini la partecipazione degli Stati Uniti a causa della loro “abominevole politica dell’odio e dell’incessante istigazione alla guerra”. Nel loro insieme, le mobilitazioni hanno posto la kermesse veneziana nel punto focale del dibattito contemporaneo su conflitti, nazionalismi e legittimità culturale.
Questi eventi appaiono particolarmente emblematici se letti alla luce della visione originaria di Kouoh: una meditazione sulla tenerezza, un esercizio di ascolto e di connessioni sottili all’interno di un mondo che — come Venezia dimostra — si rivela frammentato, contraddittorio e profondamente ingiusto. Più che farsi specchio della cronaca, In Minor Keys va intesa come un invito a non cercare i semplici riverberi del presente, bensì come uno spazio di pensiero sui diversi modi di concepire l’esistenza. Le visioni che ne emergono sono sideralmente lontane da quelle a cui noi, platea occidentale, siamo abituati. Lo sforzo richiesto ai visitatori è imponente e, a mio parere, talvolta vano.



Ci troviamo a dover decodificare una radicale ripresa della manualità e una sublimazione del fare artigianale in forma d’arte: l’impiego di materie naturali come foglie secche e bottoni di madreperla, i manufatti tradizionali congolesi, l’uso ancestrale dell’argilla in Nigeria, la pittura su alluminio in Venezuela o la riscoperta della ceramica senegalese. Erbari, oggetti domestici e costumi rivisitati diventano i simboli di culture distanti, affiancati da elementi apotropaici e divinità a noi ignote, eppure radicatissime in società remote.
Lo sforzo di assimilazione — anche solo a livello empatico — risulta notevole. Al di là della “forma” e della rappresentazione che accomuna gran parte delle opere esposte, i contenuti stessi ci appaiono spesso distanti, quasi impenetrabili. A ciò si aggiunge un problema prettamente allestitivo: il Padiglione Centrale soffre di una saturazione eccessiva. È un labirinto affollato di quadri accostati senza respiro, stipato di sculture e colmo di manufatti appesi o installati in spazi ridotti. Caotico e straripante, lascia l’amara sensazione di un luogo “occupato” più che curato, riempito anziché organizzato secondo una logica armonica e coerente.
La fruizione migliora decisamente all’Arsenale, uno spazio che restituisce il tempo per leggere e decifrare i lavori. Fin dall’ingresso veniamo accolti dalla monumentale installazione del libanese Khaled Sabsabi: un’esperienza immersiva in cui video in alta definizione sono proiettati su una vasta tela circolare, segnata da una fitta pittura acrilica gestuale. Il titolo, Khalil, significa “amico intimo” in arabo ed esprime un ideale di profonda comunanza umana e sociale.
Altrettanto magnetico è il video a quattro canali di Cauleen Smith, We Could Be Heard for Miles In The Night (2026): uno spaccato di Los Angeles che possiamo fruire distesi su un divano, in un’atmosfera rilassata che evoca una terrazza urbana. La sua ricognizione sensoriale cattura frammenti minimi di quotidianità, restituendo un ritratto intimo di una delle metropoli più enigmatiche degli Stati Uniti.
All’interno di questo itinerario così intenso si stagliano i totem salvifici di Daniel Lind-Ramos e le metaforiche sculture a fiato di Nicholas Hlobo. Guadalupe Maravilla, muovendosi tra autobiografia e attivismo, dà forma alla dimensione carnale della migrazione contemporanea: le sue installazioni Disease Throwers fondono elementi fatti a mano e oggetti di recupero raccolti lungo le rotte dell’America centrale.
Una sosta suggestiva e altamente riflessiva è offerta dall’opera di Theo Eshetu: Garden of the Broken Hearted mette in scena un ulivo secolare collocato su una piattaforma rotante. Una videoproiezione si frammenta tra i rami mentre in sottofondo risuona l’eco di un carillon, dando vita a una lirica meditazione sull’impermanenza e sulla violenza della natura sradicata dal proprio habitat per svelare la transitorietà delle cose.




Nell’imponente installazione di Kader Attia, Whisper of Trace, l’artista muove dalle parole di uno sciamano vietnamita secondo cui i virus informatici sono entità spirituali nate per contrastare il dominio umano sul digitale. Attia traduce questa suggestione in una forma di “antropologia metafisica”, sollevando interrogativi legittimi: il cyberspazio è popolato da spiriti? Esistono forze cosmiche che ci possiedono attraverso l’elettricità? Una foresta di corde di erbe essiccate e frammenti di specchio pende dal soffitto, invitandoci a riconsiderare il virtuale non come un dominio logico-razionale — feticcio del sistema capitalista — ma come un territorio governato dal primordiale daimon greco, entità che sa essere tanto distruttiva quanto benefica.
L’Arsenale riserva infine due grandi spazi ad artisti che utilizzano il medium fotografico. Akinbode Akinbiyi compie uno scavo culturale, politico e sentimentale esponendo ampie stampe in bianco e nero che documentano i suoi viaggi a Berlino, Bamako e Dakar. Tra venditori ambulanti, carretti, spiagge e periferie isolate, il fotografo ci spinge a intercettare il battito vitale di luoghi troppo spesso ignorati. Di segno opposto è la ricerca di Carrie Schneider: nella sua installazione First Living Woman, l’artista impiega un’immensa bobina di carta cromogena industriale per generare un continuum visivo lungo un chilometro. L’opera è un omaggio a un celebre frammento di soli 8 secondi tratto da La Jetée (1962) di Chris Marker, in cui il volto di una donna indugia sospeso tra il sonno e la veglia.
L’artista di ‘salvataggi e recupero di opere d’arte” Walid Raad (Chbaniyeh, Libano, 1967) presenta all’Arsenale Postscript to the Arabic Edition, 1938-2025: una struttura precaria di legno sostiene tele plastificate che accolgono volti, appunti, schizzi; appoggiati davanti, dei pallet che ‘ospitano’ dei dipinti fuggiti alla distruzione, all’incuria e alla dimenticanza.
I temi legati alla botanica, all’archiviazione di erbe, alla conservazione di antiche forme di coltivazione sono al centro delle opere di Annalee Davis (Barbados, 1963), che presenta Let This Be My Cathedral: un’installazione composta da un erbario a parete ricavato dalle piante coltivate nel giardino della sua casa a Barbados. L’artista recupera le tradizioni locali del giardinaggio caraibico.
Ci porta in ere lontane l’artista Michael Joo (Ithaca, USA, 1966): nella sua installazione That Which Evaporates All Around Us, delle lastre fossili ospitano densi accumuli di gigli di mare e stelle piumate, invertebrati marini i cui corpi un tempo ondeggiavano nelle correnti preistoriche. Sotto ogni lastra sono stati installati dei trasduttori multipli che generano vibrazioni sintonizzate sulla frequenza di risonanza della pietra.




La parte più coinvolgente e, per molti versi, che crea una ‘mostra’ a sé stante è quella proposta da Alfredo Jaar (Santiago, Cile, 1956). Ripensando alle scelte curatoriali, alle vicissitudini e alle controverse scelte compiute nei mesi che hanno preceduto l’apertura della Biennale, l’opera di Jaar, a mio parere, sintetizza alla perfezione l’atmosfera dell’edizione di quest’anno: per temi, attualità e per sintesi formale. In The end of the world, sono presenti cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino: sono tutti materiali pressati in un cubo di quattro centimetri. Questi sono dieci dei materiali più critici al mondo oggi, essenziali per le tecnologie al centro sia della transizione ecologica sia della guerra. Scrive Ally Aglaia: “Questi materiali portano con sé le loro traiettorie e le loro origini: l’immensità delle miniere a cielo aperto; le oscure profondità oceaniche con i loro ecosistemi non ancora studiati che vengono scandagliati e saccheggiati per ottenere il manganese; l’appetito rapace di una società che sta progettando di sfruttare la luna, vedendola come un luogo da conquistare e consumare. Ogni strato del cubo è al centro di forti tensioni geopolitiche; le conseguenze fisiche, ambientali e umane dell’acquisizione di questi metalli sono vertiginose.” Racchiuso dentro un lungo corridoio immerso in una forte luce rossa, The end of the world condensa i complessi grovigli delle tragedie globali in modo poetico, suggestivo e, per molti versi, silenziosamente feroce.
Siamo giunti, non senza fatica, alla fine dell’Arsenale dove spiccano alcune opere più di altre. Uriel Orlow (Zurigo, 1973), da sempre alla ricerca di aspetti del reale che la storia cerca di nascondere, alla Biennale presenta Holding the Mountain, un disegno di grandi dimensioni che rende omaggio al vetiver, utilizzato sull’Himalaya per mettere in sicurezza i versanti montuosi, e i brevi video Dedication, incentrati sul sistema simbiotico tra radici e funghi che permette agli alberi di comunicare.
Suggestiva l’opera di Dawn Dedeaux (New Orleans, 1952) che, vivendo a New Orleans, si è confrontata con i disastri lasciati dall’uragano Katrina (2005). Questa esperienza l’ha portata a ipotizzare con le sue opere futuri possibili, alcuni distopici, altri più speranzosi. Alla fine del grande spazio delle Corderie troviamo Studies of a Meteor: Time & Space, che consiste in una proiezione video di due grandi lune ‘morte’ rotanti attraversate da un asteroide la cui traiettoria punta al centro della galleria. Al centro dello spazio l’artista ha installato, sopra una piccola scrivania di legno, il frammento di una vera meteora che ruota lentamente su se stessa.
Il finale della ‘mia’ Biennale ha luogo con la videoinstallazione a cinque canali di Éric Baudelaire (Salt Lake, USA, 1973). Il punto di partenza di questa grande opera che ha per titolo Death Passed My Way and Stuck This Flower in My Mouth è L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello. Non mi dilungo a raccontarvi quest’opera meravigliosa del grande letterato (che spero conosciate benissimo!), invece preferisco raccontarvi questa bellissima opera di Baudelaire, ambientata nell’enorme magazzino di fiori di Aalsmeer, nei Paesi Bassi, dove milioni di fiori arrivano dall’Africa e dal Sud America per essere valutati per la vendita all’asta, per essere poi spediti in tutto il mondo. Nell’opera video, volti, fiori, grandi spazi e macchinari vengono distillati da Baudelaire in un crescendo dove l’umanità lascia spazio alla fredda meccanica di questo lungo processo di raccolta, analisi e spedizione. L’economia computerizzata documentata dall’artista contrasta con dei brani dove l’esistenza dei magazzinieri viene mostrata con profonda e poetica empatia.

