
“La stirpe mia è celeste e voi pure lo sapete. La sete mi arde e consuma. Sono figlia/o della Terra e del Cielo stellato. Celeste è la mia razza”.
Lamina Orfica di Petelia
Ancora oggi ricordo la prima volta che ho avuto un vero e proprio dialogo amoroso con la volta celeste, e quanto quell’episodio sia stato il leitmotiv che mi ha condotto alla nascita dell’opera Na-kojd-Abad, la “Terra di Nessundove”, e di tante altre prima di lei. Quella notte l’odore di alghe spiaggiate in riva, insieme al forte caldo e al vento dettato dallo scirocco, si faceva sempre più presente dentro la mia testa, e in lontananza le luci sfocate del lungomare sembravano fiaccole portate da anime in cammino verso sacri riti misterici. Io, sommersa da un’innocente inconsapevolezza mista a paura, in quel luogo che non riconoscevo come casa, come la punta di un compasso pronta a tracciare il suo cerchio, mi stavo preparando a vivere una di quelle rare esperienze che col tempo iniziai a chiamare centro. Paralizzata da quel vento che portava scompiglio e da quella sensazione di troppa esposizione, un fischio leggero ma continuo mi spinse ad alzare gli occhi… ed eccola lì: quella punta di compasso, prima argentata e poi dorata, pian piano andava crescendo e a muoversi velocemente, illuminando una parte del firmamento. Ovviamente non era la prima volta che vedevo una stella cadere, ma quella notte fu una vera e propria ierofania, era stupenda, radiosa. Vedere quella stella navigare, pronta a disperdersi all’interno di quella cupola, con lo scirocco che fischiava e gli odori che volteggiavano, mi fece sentire viva, potente, primitiva: «Solenne la sera, mi scoprì furente, proteso a sverginare una stella» (Piero Ciampi, Momento Poetico).
Quella notte, tornando a casa, sentii che il disordine che mi aveva portato in quel luogo, e tutto ciò che credevo di sapere, andò via con lei: credenze più profonde, che si manifestavano all’interno della mia ricerca artistica, mi chiedevano di essere messe in discussione. L’indomani, tornata a Palermo da Trapani, la prima cosa che mi venne in mente con una certa urgenza fu comprare il mio primo panetto di argilla, andare al Museo Archeologico A. Salinas e poi al Museo Palazzo Branciforte. E lì, con le mani in pasta, la bellezza della collezione etrusca Casuccini e gli occhi pieni di statuette votive, iniziai a riflettere che da un tempo immemorabile, da quando gli esseri umani si sono posti il problema della propria esistenza, un po’ come accadde a me quella sera, si è sempre venerato e temuto le azzurre distese del cielo e ciò che le abita. Avevo preso consapevolezza anche che il simbolo era verità e la verità dei fatti era gravida di risonanze simboliche, che non facevano altro che comunicare e tracciare linee che dovevo solo seguire e ascoltare. La mia ricerca ebbe una nuova direzione: la scoperta di luoghi, la dicotomia tra assenza e presenza, il rituale, il sacro, il concetto di memoria e immortalità con un approccio archeologico al sapere erano diventati la mia bussola.



Na-kojd-Abad, la “Terra di Nessundove”, nata nel 2025, è un piatto in argilla cotta con iscrizione in arabo عَالَمالْمَلَكُوت, al-ʿālam al-mithāl, che fa riferimento al “Mondo delle Similitudini” o “Mondo Immaginale”: nella filosofia islamica e nel sufismo rappresenta «un regno intermedio tra il mondo puramente spirituale e quello fisico, dove i significati astratti si manifestano in forme reali ma sottili, agendo come ponte tra spirito e materia». L’opera richiama un corredo funerario di un’ipotetica civiltà celeste, pronto a essere riesumato, e sembra portare il messaggio: il centro della vita è quiete. Ad essere sincera, riesco a comprendere le opere e il loro significato sempre dopo averle terminate; solitamente, quando sono in fase di elaborazione e costruzione, è più una forza che mi muove, l’istinto, e non sono mai totalmente presente durante il processo. Quando ho terminato Terra di Nessundove, come un autoritratto, portava con sé tanti aspetti accaduti nella mia vita: quella stella caduta e rialzata, il dolce volto di mio nipote visto andare via senza lasciarmi neanche un respiro tra le braccia, o il semplice ma non banale fatto che da tanti anni mi ritrovo a navigare come chef-stewardess per società di charter, ma soprattutto perché è stata concepita qualche giorno dopo il mio ritorno da Tunisi.
Quel viaggio in solitaria nella cultura araba, tra preghiere collettive nelle moschee, i mercanti alla Medina, i mosaici al Museo del Bardo, storie di donne raccontate dalla ceramica di Sejnane, ma soprattutto la figura di Burāq («il primo dei quadrupedi che Dio resuscitò nell’Ultimo Giorno; secondo la tradizione, gli angeli poseranno sulla sua groppa una sella di rubini scintillanti, conducendolo così alla tomba del Profeta; allora Dio resusciterà Maometto, che monterà su Burāq per innalzarsi nei cieli»), aveva sommerso i miei occhi di visioni. Nel piatto, c’è una pentera che naviga da secoli, diretta chissà dove e pronta a speronare chissà chi. Mentre portavo nella testa quella pentera, mi accorgevo di quanto avessi bisogno di trasformare quella nave da guerra in una divinità psicopompa, pronta ad accompagnare anime antiche da un luogo all’altro. Quell’immagine con i suoi passeggeri era pronta a contenere un misticismo magico: in relazione a un passato senza tempo, Na-kojd-Abad mi raccontava uno spazio originario, portandomi a rivolgere l’attenzione verso qualcosa che aveva bisogno di esistere, raccontarsi e, come una guida mistica, rivelare segreti cosmici e affermare nuove consapevolezze. Tutte le opere prima di lei e dopo di lei sono un continuum che dà vita a una mappa di simboli pronti a essere messi in discussione, riflettendo il motto alchemico Solve et Coagula, dissolvere e coagulare, ovvero scomporre il vecchio per costruire il nuovo.
Cover: Loredana Grasso, Celeste è la mia razza, 2025, piatto in argilla cotta e smalto, 21x 22cm



Ha collaborato Simona Squadrito
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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.