Testo di Carolina Lorenzini —
Tra pochissimi secondi ne sentiremo la mancanza, quando saremo già al prossimo. Al prossimo video, alla prossima immagine, alla prossima pagina. Quando, scrollando, avremo dimenticato ciò che veniva prima. Nel flusso continuo di immagini e schermi che ci chiamano, non c’è spazio per il vuoto, per la noia, per accorgerci che qualcosa manca.
La mostra di Romane de Watteville (curata da Lucrezia Calabrò Visconti, ospitata all‘Istituto Svizzero a Milano fino al 4 luglio), si apre come un varco in questo flusso: uno spazio in cui ciò che resta – di un’immagine, di un’esperienza, di una festa o un banchetto – torna a galla sotto forma di residuo. Questo processo prende forma nei paraventi, dipinti su entrambi i lati, che occupano lo spazio dell’Istituto Svizzero.
Disposti come elementi attraversabili, costringono il visitatore a muoversi tra un’immagine e l’altra, in una sequenza continua. Il movimento richiama quello dello scroll: un passaggio costante, senza esito. Ma qui, a differenza dei media, il flusso può essere interrotto. I paraventi si pongono come segnali d’arresto, trattengono la continuità che è invece caratteristica dello scrolling online: invitano a fermarsi, a sostare all’interno delle immagini, a rimanere in quello spazio più a lungo di quanto lo sguardo digitale conceda.
Cosa rimane di una tavola apparecchiata dopo che è stata consumata? Di una scena già attraversata, di un’immagine già vista, di qualcosa che abbiamo appena lasciato scorrere via?



I lavori di de Watteville mettono in scena ciò che resta; non costruiscono immagini compiute, ma raccolgono frammenti. Le superfici, stratificate e dense, trattengono dettagli che emergono e scompaiono a seconda della distanza: piatti rovesciati, resti di pietanze, bicchieri lasciati a metà, animali fantastici e presenze ibride che si sovrappongono a scorci urbani instabili, come se appartenessero a una memoria già deteriorata.
Non è la scena della festa, ma ciò che ne rimane.
Tra eccesso e svuotamento, l’accumulo visivo diventa una forma di disorientamento: un horror vacui che non riempie, ma evidenzia il vuoto. Le immagini sembrano emergere da un processo di consumo già avvenuto- inghiottite, digerite, calpestate, restituite sotto forma di residuo mentale. In questo senso, la mostra lavora come un contro-movimento rispetto allo scroll digitale: invece di accelerare la visione, la trattiene nel momento successivo, quando l’immagine ha già perso la sua presa immediata e inizia a trasformarsi in mancanza.
Mi mancherai, quando già non mi mancherai più.
Non è l’immagine a rimanere, ma il suo svanire.
Nel silenzio che segue, quando tutto è già stato visto e lasciato indietro, qualcosa resiste ancora- non come presenza, ma come traccia. E allora la domanda si sposta: non più cosa stiamo guardando, ma cosa continuerà a mancarci quando avremo già scrollato via.
Cover: Romane de Watteville, installation view, I’ll miss you when I scroll away, Istituto Svizzero, Milano, 2026 © Giulio Boem




