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Il Teorema dell’Anatra III – Beatrice Burlone 

Attraverso occhi equini, punti di vista del cavallo, e oggetti impiegati nel controllo e nell’addestramento, il progetto di Beatrice Burlone interroga la logica di dominanza che tradizionalmente crea le fondamenta di questo legame.

Beatrice Burlone

Mal della luna

Mal della luna prende il nome da una malattia oculare che colpisce i cavalli, provocando una cecità intermittente. Questa condizione diventa metafora di una cecità umana più profonda che sottolinea l’ambiguità nel rapporto di dominio tra uomo e cavallo.

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Attraverso immagini di occhi equini, punti di vista del cavallo e oggetti impiegati nel controllo e nell’addestramento, il progetto interroga la logica di dominanza che tradizionalmente crea le fondamenta di questo legame.

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Da qui nasce anche una riflessione personale: dopo anni di pratica nell’equitazione tradizionale, ho sentito il bisogno di rimettere in discussione il mio ruolo, le mie azioni, il mio sguardo.
Una visione che si pone dall’esterno e si colloca nella logica del guardare e dell’essere guardati; una logica femminista che segue le similitudini tra lo sguardo dell’uomo sull’animale e quello dell’uomo sulla donna.

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Rappresentazioni simboliche e storiche, fotografie e immagini d’archivio raccontano una narrazione costruita: un cavallo semplificato, glorificato, estetizzato, sempre subordinato allo sguardo umano. Da queste, si costruisce una sovrapposizione: una metamorfosi in cui la donna diventa cavallo e viceversa, nel tentativo di fondere due creature spesso vittime di quello stesso sguardo; tradizionale e maschile.

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Il progetto cerca di restituire voce e complessità a ciò che spesso resta inascoltato: la soggettività animale e una relazione fondata sul rispetto, non sul dominio.

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Se ci troviamo davanti a un animale che sembra un’anatra, che ha le piume di un’anatra, che nuota come un’anatra e che fa “quack quack” come un’anatra, la cosa più probabile è che, non giriamoci attorno, ci troviamo in presenza di un’anatra.

Joan Fontcuberta

Fidarsi delle apparenze è spesso una necessità pratica, un residuo di quella componente istintiva e animale che ancora oggi ci portiamo appresso. Nella fotografia, però, questa fiducia diventa un’abitudine, quasi un riflesso automatico; l’immagine tecnica è garante di un’intrinseca oggettività, come se essa potesse sottrarsi all’interpretazione e alla manipolazione. Eppure la storia della fotografia è costellata di messe in scena, di “false anatre” che hanno tentato di decostruire il medium e mettere in crisi la fotografia come indice della realtà. La rubrica Il teorema dell’anatra nasce proprio da questa soglia di incertezza: quante anatre riconosciamo senza avvicinarci? E quanto del nostro sguardo è già addestrato a crederci?


Rubrica promossa da LABA Libera Accademia di Belle Arti, Brescia —


  1. Sperone: arnese metallico provvisto di punta che si applica al tacco degli stivali del cavaliere per stimolare il cavallo. Sono diffusi diversi video nei quali i cavalieri “dimostrano” come questo strumento sia innocuo: passandoselo delicatamente sul viso, senza porre alcuna pressione.  ↩︎
  2. Un cavallo viene considerato “sordo” alle pressioni quando si abitua ad esse o le rifiuta, e le cause sono da rintracciare sempre nell’atteggiamento dell’uomo. Il cavallo è molto sensibile, tanto da sentire una mosca che si appoggia sul manto.  ↩︎
  3. Cartolina del 1928 di una donna con tacchi e frustino, e il suo cavallo.  ↩︎
  4. Morso: rappresenta una tipologia di imboccatura, che agisce all’interno della bocca del cavallo attraverso delle pressioni: sono piuttosto forti sulla lingua, le gengive e il palato e sono potenzialmente devastanti se effettuate da mani inesperte o inconsapevoli, provocando danni fisici irreparabili.  ↩︎
  5. Simulazione della visione equina. Il cavallo presenta un campo visivo di 350°, una vista binoculare frontale, dei punti ciechi e una vista monoculare laterale, che consente ad ogni occhio di vedere cose differenti. Si ritiene che siano in grado di vedere solo alcuni colori, escludendo, ad esempio, il rosso e il viola.  ↩︎
  6. “La prima norma da imitare del loro codice cerimoniale corrisponde alle “buone maniere” di salutarsi e richiede un momento di condivisione, cioè una fase di attesa per avere tempo di osservare il comportamento dell’altro prima di agire. Lo scopo è presentarci e conoscerci, ma manifesta anche le nostre intenzioni e capacità comunicative al cavallo.” da Guida al rispetto del cavallo di Giulia Gaibazzi. Equitare, 2020.  ↩︎
  7. Il dipinto è La firma in bianco di Magritte che rappresenta uno strumento di comprensione della realtà e di confusione dell’occhio. Concettualmente si lega alla relazione tra ciò che l’uomo crede di sapere e ciò che è reale nel suo “tradizionale” rapporto con il cavallo.  ↩︎
  8. Cartolina del 1927 di una donna a cavallo. ↩︎