
Il titolo della mostra è un paradosso: anarchia deriva dal greco anarchì, composto dal prefisso negativo an- (senza) e arché: “governo”, “comando”, “potere”, “principio”. THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER, tradotto significa letteralmente: L’unica vera anarchia è quella del potere. Ragionandoci un po’ è come proclamare che l’essere senza potere è l’unica forma di potere. Marco Fusinato, l’artista-musicista protagonista della mostra tuttora in corso (fino al 6 giugno) al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano a cura di Diego Sileo, manifesta la sua poetica in modo esplicito e diretto: viviamo in un flusso continuo di rumori, immagini, distrazioni, ma anche più a fondo, esistiamo in un corrente perpetua di paradossi, incomprensioni, contraddizioni a cui è impossibile dare ordine, dare senso e, alla fine, dare anche un significato.
ANARCHIA sia, dunque, frastuono e rumore. L’artista racconta – con un italiano stentato, fatto di molte pause, alla ricerca sempre della parola più efficace, “sono un veneto-australiano, e parlo un dialetto veneto come i contadini di cento anni fa” – che il titolo è ispirato a una fotografia da lui stesso scattata, con sottotitoli in italiano, di Salò o le 120 giornate di Sodoma, pellicola del 1970 di Pier Paolo Pasolini, film che, per molti versi, può essere considerato metaforicamente e emblematicamente un’opera sulle sue più famose tesi. Ma Fusinato si discosta, non prende posizione, per lui la ‘lettura del mondo’ deve farsi discontinua, suggestiva e per impressioni. “Non me ne frega un caxxo” sbotta l’artista ad un certo punto, trovandosi a dover motivare a tutti i costi le sue scelte, le sue narrazioni, le sue opere. Questo sfogo davanti a decine di persone, sotto molti aspetti, sintetizza e condensa l’anima della mostra stessa!
Discontinua, suggestiva e per impressioni.
È proprio per impressioni che si deve leggere la sua mostra allestita nei grandi spazi del PAC: un coacervo di ‘rumori collassati’ tanto disturbanti quanto coinvolgenti. Le opere si sviluppano su più livelli percettivi, da quello visivo – installazioni e riproduzioni fotografiche – a quello uditivo – performance e registrazioni audio – per cercare non di narrare, sintetizzare, rendere leggibile un racconto, delle storie, degli eventi, bensì per crearne una cornice intuitiva, delle impressioni, per dare adito a delle atmosfere. Da qui il titolo che ritorna, appunto, come un manifesto.



Musicista figlio di emigrati veneti in Australia (paese che ha rappresentato alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nel 2022), Fusinato e Diego Sileo sono partiti proprio dal progetto veneziano “Desastres” per ricalibrare la mostra a Milano. Ora “Desastres” viene proposto con una nuova configurazione, suddivisa in due parti. La grande installazione-performance si basa sulla relazione diretta tra l’improvvisazione sonora e un flusso visivo di immagini casuali. Grazie alle manipolazioni degli effetti della chitarra elettrica e un sistema di amplificazione, genera brani di fragori assordanti, feedback saturi, vibrazioni irregolari di diversa intensità. Rumori distorti, pause prolungate, note acute e potenti, rimbalzano nel lunghissimo schermo a LED che copre la lunga vetrata che da sul giardino. Senza soluzioni di continuità, il suono rimbalza e si trasforma in una carrellata di immagini in bianco e nero, raccolte da anni da Fusinato. La casualità e l’intermittenza, le onde sonore e la crudezza di certe visioni, frantumano qualsivoglia narrazione gerarchica. Le immagini scorrono e si frantumano le une con le altra: paesaggi, pezzi di corpo, scritte, visioni astratte, ingrandimenti di opere d’arte, volti, vegetazioni e animali, reale e illusorio si accavallano o, meglio, si fondono in un scenario liquido e fumoso. L’obiettivo dell’artista è disorientarci, alterare la nostra percezione per indurci a un insolito e inquietante sfinimento. Più ci apprestiamo a capire, tirare le somme, transitare da un punto all’altro di una possibile narrazione, più il flusso sonoro-visivo ci stordisce e per molti versi ci annienta.
L’artista per tutta la durata della mostra si presterà, ad orari stabiliti, a riattivare questo flusso di ‘incoscienza’: esibendosi al termine di ogni giornata, l’artista registrerà gli ultimi istanti di ogni performance per riattivarli come una sorta di ‘rumore bianco’ che si potrà udire per tutta la giornata successiva, finché la performance non ristabilirà, come un circuito senza fine, un nuovo dialogo tra rumore-immagine-artista.
Principalmente la mostra è un archivio ‘vivificato’ di Fusinato. Alle pareti delle varie sale del PAC l’artista ha selezionato una lunga serie di dipinti serigrafici sperimentali – “Non sono interessato alla perfezione tecnica, non mi interessano le belle immagini né fatte bene, né tanto meno stampate perfettamente” – selezionati dalla sua libreria DISASTRES. Ecco allora che riconosciamo alcuni ‘frammenti’ catturati dallo schermo LED, questa volta bloccati nella fissità di un quadro, dunque se prima le immagini ci colpivano per via subliminale, ora si impongono, vanno contemplate.
Scorpioni e millepiedi, pali e marciapiedi, un cigno, un girasole, parti di dipinti, sguardi pittorici, qualche scattato adolescenziale: cosa scorre tra un’immagine e l’altra? Come leggere gli accostamenti tra immagini così disparate dove all’anonimato di uno squarcio di strada, si avvicendano un insetto stecchito e il dettaglio di un panneggio dipinto?



Tutte delle stesse dimensioni, prodotte a mano e titolate con i tag .jpg, le trenta nuove immagini sono state commissionate dal PAC attingendo da un vasto repertorio iconografico che va da immagini tratte dalla storia dell’arte (su tutti il Goya), all’archivio personale dell’artista dove emergono frammenti della sua vita: da un disegno quando lui era bambino al sottopasso malfamato vicino ai luoghi della sua infanzia. Nell’ultima sala c’è una sequenza di opere a cui Fusinato applica del nastro gaffa sullo schermo del computer per celare l’identità del soggetto mentre fotografa nuovamente l’immagine digitale.
La Galleria del PAC ospita una terza sezione di opere racchiuse nel progetto MASS BLACK IMPLOSION (2007-in corso): una serie di disegni che riproducono partiture d’avanguardia preesistenti, che l’artista ha trasformato in composizioni noise. In questa serie, Fusinato spinge al limite il linguaggio della composizione musicale, selezionando partiture per poi riprodurle in scala 1:1. Da ogni nota originale viene tracciata una linea verso un punto arbitrariamente scelto sullo spartito, come proposta per una nuova composizione. L’idea alla base è quella di raccontare visivamente come se, simultaneamente, tutte le note di un brano musicale potessero suonare nello stesso istante: l’effetto ricercato è quello di dare l’impressione di un impatto sonoro-visivo unico. La mostra comprende spartiti di Iannis Xenakis, Roman Haubenstock-Ramati, Anestis Logothetis, Carlos Cruz de Castro, Mauricio Kagel, nonché gli epici 193 riquadri che compongono Treatise di Cornelius Cardew.
Tra tanto frastuono e rumore, suoni acuti e aspri intervallati da lunghi e riposanti silenzi; tra immagini che ripercorrono un presente desolante, a tratti lirico, più volte violento, e un passato fatto di materiale pittorico magistrale – a volte che eleva ed esige contemplazione, altre volte si fa monito di disagio e disperazione (Goya) – una piccola pausa che si fa chiave per entrare nel mondo anarchico – ma sarei più propensa a definirlo autarchico – di Fusinato: un memento mori di Jacopo Ligozzi del 1610. Una Vanitas abbastanza atipica, infatti non mostra un teschio umano con oggetti simbolici attorno, bensì una testa in fase di decomposizione. Ecco che si fa manifesto in questo memento mori, non l’invito a riflettere sull’avvicinarsi della morte e sulla precarietà dell’esistenza, bensì trasmette il macabro processo di decadimento e disintegrazione. Questo piccolo dipinto di 42 x 36 cm, che mostra il disfacimento della carne, con tanto di piccole larve e vermi, ci esorta a contemplare la natura stessa della morte e la sua imminenza.
L’iscrizione che si legge sotto al libro su cui poggia la testa marcescente è tratta da Giobbe 6:7: «L’anima mia rifiuta di toccare una simil cosa dolorosa, essa è per me come un cibo ripugnante». Per “cosa dolorosa”, Giobbe intendeva la vita stessa, con il dolore che si porta appresso.




