
Testo di Marta Varini —
“Immagina la visione simultanea di un tempo molteplice. Di un tempo banale, di un tempo iperbolico, di un tempo orfano. Un tempo che inaspettatamente schizza via da sotto i tuoi piedi e corre lontano. Un tempo parallelo e coesistente in due memorie geografiche. Una che affonda radici, l’altra come un filo di fumo attaccato a un corpo e per sempre al suo seguito.
Amar Kanwar
Immagina un tempo colmo di silenzi quanto di parole. Immagina il lento accumularsi del tempo. Momento dopo momento. Prova dopo prova.
Immagina la poesia presentata formalmente come prova in un futuro tribunale per crimini di guerra.”
Questo è l’invito, sospeso tra cruda realtà e miraggio onirico, tra caos, meditazione e struttura politica. La Pinault Collection presenta The Promise of Change di Michael Armitage e Co-travellers di Amar Kanwar a Palazzo Grassi, visitabile dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027. Il progetto espositivo imperdibile (curato da Jean-Marie Gallais) prosegue con lo spazio di Punta della Dogana, al vertice del sestiere veneziano: Third Person di Lorna Simpson e Algebra di Paulo Nazareth (curati da Emma Lavigne) concludono il dialogo tra le quattro grandi monografiche.
Gli interventi degli artisti si diversificano sia in termini materici che tematici, ma sono riuniti da una visione curatoriale dichiaratamente decentrata dalle formule “Occidentali” —che pare in linea con la vocazione della Biennale Arte 2026— per una prospettiva decolonizzante, in ascolto di estetiche globali e vernacolari.
I piani espositivi di Palazzo Grassi sono quasi interamente dedicati alla copiosa produzione dell’artista anglo-kenyota Michael Armitage —con oltre centocinquanta opere, mentre l’artista indiano Amar Kanwar interviene in una intensa parentesi finale della mostra, con narrazioni audio-visuali immersive e frammentarie
Memoria, migrazione, mitologia: sono queste alcune delle promesse che Armitage dipinge sul lubugo, la “stoffa di corteccia” ricavata dall’albero di Mutuba. Questa fibra naturale è un prodotto artigianale storicamente impiegato dal popolo Baganda (Uganda) in contesti cerimoniali e funebri —nonché patrimonio orale e immateriale dall’UNESCO. La scelta di una tela —purtroppo— troppo poco conosciuta non è casuale, ma rappresenta l’impegno in un progetto decennale dal forte valore simbolico per l’artista: diffuso dall’Africa all’Asia, dalle Americhe al Pacifico, il lubugo non è solo un supporto pittorico sostenibile e rigenerativo, ma si fa emblema identitario, della rinuncia alla “classica” tela di tradizione europea ed espressione delle radici afro-diasporiche di Armitage.




In aggiunta alla valenza ideologica dalla forte impronta post-coloniale, l’impiego di questo materiale incide profondamente sulla composizione delle grandi opere ad olio dell’artista: la superficie, tesa e leggera, ricorda quasi la pelle conciata e arricchisce di texture uniche, come strappi, buchi, grinze e vere e proprie “suture” della stoffa che seguono più o meno linearmente la narrazione visuale.
Tra le prime riflessioni di Armitage emerge la responsabilità sulla memoria storica, come rievoca con Necklacing (2016), termine relativo alla forma di esecuzione sommaria adottata in Sudafrica durante gli anni dell’Apartheid e alla quale l’artista assiste da bambino: la figura ritratta porta al collo uno pneumatico mentre scappa dalla folla inferocita, dai colori e contorni sfumati, come avvolta da un tepore onirico e surreale.
Raft (ii) emerge tra gli interventi più toccanti, dalla serie dedicata alla tragedia consumatasi il 3 ottobre 2013 a Lampedusa e ispirata più in generale ad una delle rotte migratorie più fatali e disumane, dal deserto del Sahara al Mar Mediterraneo nella speranza di raggiungere il miraggio dell’Europa. La grande composizione, che supera i quattro metri, restituisce il caos e la violenza del mare, sovrappone le scene drammatiche ad un senso di distensione: barconi sovraffollati e danneggiati, in balia dalle onde, persone in preda al panico e la figura di un bambino vestito di giallo canarino, annegato, che richiama inevitabilmente la fotografia simbolo della crisi migratoria, quella di Alan Kurdi, il piccolo siriano di etnia curda ritrovato senza vita il 2 settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia.
Le opere stratificate e graffiate, affrontano dinamicamente i grovigli più aspri della società contemporanea (come in Nyali Beach Boys, in #mydressmychoice, o Europa) in un intreccio continuo di visioni dal carattere allucinatorio e documentazione rigorosa, tra dimensione personale e mistica, un realismo magico fatto di testimonianze chiave sulle dinamiche oppressive di potere e sulla lotta politica alla repressione e alle ingiustizie sociali (come in The Promise of Change).
Le poetiche di Armitage e Kanwar condividono il senso di umanità contro la violenza del dramma quotidiano, la resistenza contro conflitti politici, sociali e ambientali.


A conclusione della visita si incontrano le due installazioni multimediali e multi-canale di Amar Kanwar che, create a quasi vent’anni di distanza l’una dall’altra. The Torn First Pages (2004-2008) e The Peacock’s’ Graveyard (2023) suggeriscono di percorrere una “soglia liquida”, sono “meditazione poetica e politica sulla natura umana” e sulle “conseguenze dell’arroganza della nostra specie”, una ultima sosta contemplativa.
The Torn First Pages racconta la lotta per la democrazia in Birmania attraverso documenti d’archivio tradotti in forma video, configurandosi come un omaggio Ko Than Htay, libraio che era solito strappare la prima pagina di ogni volume messo in vendita (eliminando le dichiarazioni imposte dalla dittatura militare). Kanwar si ispira proprio a questo piccolo gesto radicale, atto quotidiano di dissenso silenzioso e sistematico: l’installazione si divide in sei proiezioni, non è lineare ma evocativa e frammentaria, sovrappone voci, musiche a invocazioni alla giustizia.
Infine, nelle sette proiezioni sincrone in The Peacock’s Graveyard, fotografie e testi emergono e scompaiono senza gerarchie, come coordinate da una fluida coreografia. La sala di proiezione è avvolta al buio e attraversata da schermi quasi invisibili. Il tema di un pianoforte in continuo crescendo e accelerando è l’unico accompagnamento sonoro scelto, mentre i testi poetici, le forme essenziali e naturali raccontano cinque brevi storie, simili a fiabe o parabole, che invitano a ripensare il nostro rapporto con il mondo.
Cover: Amar Kanwar, The Peacock’s Graveyard, 2023 (still) Pinault Collection Digital video installation, 7 screens, dimensions variable, 28 mins, 16 sec (sync, loop), edition of 6. ©Amar Kanwar, Courtesy Marian Goodman Gallery




