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MIA Photo Fair 2026 | Reportage Beyond Reportage: quando il reportage diventa linguaggio aperto

All’interno di MIA Photo Fair 2026, "Reportage Beyond Reportage" si configura come un dispositivo critico che non si limita a esporre opere, ma mette in discussione le stesse condizioni della visione.

Testo di Arianna Maria Leva

Nel sistema sempre più stratificato delle fiere d’arte, MIA Photo Fair BNP Paribas 2026 si conferma come uno degli osservatori privilegiati sulla fotografia contemporanea. Giunta alla sua quindicesima edizione, la manifestazione milanese (19–22 marzo 2026) ribadisce la propria vocazione internazionale e il dialogo tra mercato e ricerca, articolandosi in sezioni curate che mettono in tensione linguaggi, generazioni e geografie. Il tema scelto per quest’anno, Metamorfosi, non è soltanto un dispositivo concettuale, ma una lente attraverso cui leggere le trasformazioni della fotografia stessa: da strumento di registrazione a campo aperto di costruzione del reale.

Tra le sezioni più dense, Reportage Beyond Reportage, curata da Emanuela Mazzonis di Pralafera, si distingue per la sua capacità di intercettare una questione centrale: cosa significa oggi fare reportage?

La sezione parte da una constatazione ormai ineludibile: la nozione classica di reportage, fondata sull’idea di esclusività e testimonianza diretta, appare oggi insufficiente. In un contesto dominato dalla sovrapproduzione visiva e dalla circolazione immediata delle immagini, il gesto fotografico perde la sua aura di urgenza informativa per aprirsi a una dimensione più meditativa e ambigua.

Le gallerie selezionate delineano così un percorso che non fornisce risposte preconfezionate, ma stimola interrogativi. Le opere si muovono al confine tra documentazione e costruzione, tra memoria e finzione, tra sfera privata e narrazione collettiva. Il reportage si espande, non più semplice registrazione, ma dispositivo critico che interroga la realtà stessa. In questo senso, il visitatore è chiamato a rallentare, a sospendere il consumo rapido dell’immagine e a ristabilire un rapporto più complesso con ciò che vede. Non tutte le immagini devono essere immediate, né totalmente decifrabili: è proprio nello scarto, nella zona opaca, che si apre lo spazio del pensiero. All’interno di questo contesto, le undici gallerie partecipanti della sezione contribuiscono a delineare una mappa eterogenea, dove convivono autori emergenti e figure già consolidate, provenienti da contesti geografici differenti. Il risultato è un atlante visivo disallineato, che riflette la pluralità delle pratiche contemporanee.

Jimmy Nelson, Laurelle | Zuid-Beveland, Zeeland | Paesi Bassi, 2021 NL ZEE ZBE A19, 2021, Stampa a pigmenti d’archivio, 127,2 x 106,5 incl. frame, 1/6 + 2 AP’s. Courtesy: WILLAS contemporary

Tra queste, Willas Contemporary e Cartacea propongono due declinazioni particolarmente emblematiche del tema, operando su registri diversi ma sinergici.

Willas Contemporary presenta il lavoro di Jimmy Nelson, fotografo britannico (nato nel 1967) celebre per la sua ricerca visiva sulle comunità indigene e le culture più remote del pianeta. Noto per le sue immagini costruite e altamente orchestrate, in cui la dimensione documentaria si intreccia con una forte componente estetica e narrativa, le sue fotografie, come Laurelle | Zuid-Beveland, Zeeland (2021), si collocano in uno spazio ambiguo: pur partendo da contesti reali, si configurano come messe in scena che interrogano il rapporto tra identità, rappresentazione e costruzione culturale dell’immagine. In questo senso, il lavoro proposto dalla galleria si inserisce pienamente nel superamento del reportage tradizionale, mettendo in crisi l’idea di autenticità e immediatezza. Il lavoro presentato da Willas Contemporary si colloca in quella zona ibrida in cui il documento perde la sua presunta neutralità per rivelarsi come costruzione. Le immagini esposte non cercano la spettacolarità dell’evento né l’impatto immediato della notizia, ma si concentrano su micronarrazioni, dettagli, situazioni sospese. L’allestimento dello stand, caratterizzato da pareti blu sature, contribuisce a costruire un ambiente visivo immersivo, capace di isolare le immagini dal contesto fieristico e di intensificarne la percezione. Il colore, denso e avvolgente, non è neutro ma diventa parte della narrazione, accentuando la dimensione sospesa e costruita delle opere.

Su un versante diverso ma complementare si muove Cartacea Galleria, che presenta artisti come Joan Fontcuberta, Charles Fréger e Giulia Parlato. Qui il discorso si sviluppa attorno al tema dell’archivio e della memoria, attraverso pratiche che decostruiscono il valore di verità dell’immagine fotografica. Emblematica è la ricerca di Fontcuberta, da sempre incentrata sulla fotografia come finzione e dispositivo critico: lavori come Élevage de poussière (Trauma#8904) (2022) mettono in discussione l’idea stessa di documento, aprendo a una riflessione sul rapporto tra immagine, conoscenza e manipolazione. Accanto a lui, Fréger e Parlato contribuiscono ad ampliare questo campo, lavorando rispettivamente su identità collettive e narrazioni visive stratificate. L’uso della fotografia si intreccia con pratiche di selezione, montaggio e rielaborazione: l’archivio non è mai neutro, ma sempre interpretato. In questo senso, il reportage si trasforma in una forma di narrazione indiretta, dove il passato viene continuamente riscritto. Le immagini non documentano semplicemente ciò che è stato, ma interrogano il modo in cui ricordiamo e costruiamo le storie.
In entrambi i casi, la fotografia si allontana dalla funzione meramente testimoniale per diventare spazio di costruzione e interrogazione del reale, confermando la direzione indicata dalla sezione: non più reportage come registrazione, ma linguaggio critico capace di generare nuove possibilità di lettura.

All’interno di MIA Photo Fair 2026, Reportage Beyond Reportage si configura dunque come un dispositivo critico che non si limita a esporre opere, ma mette in discussione le stesse condizioni della visione. In un contesto fieristico spesso orientato alla fruizione immediata, questa sezione introduce una frizione necessaria. Le immagini richiedono tempo, attenzione, disponibilità a perdersi. E soprattutto, richiedono di essere continuamente rimesse in discussione. In questo teatro di metamorfosi, la fotografia smette di essere specchio del mondo per divenire la sua eco.

Joan Fontcuberta, Élevage de poussière (Trauma#8904), 2022, Stampa Giclée su carta Hahnemühle Museum Etching paper, 60×80 cm, 3 + 1 AP. Courtesy: Cartacea Galleria
Giulia Parlato, Gipso Grafie, 2025, Stampa Giclée, 25×25 cm, 3 + 2 AP. Courtesy: Cartacea Galleria