Testo di Alissia Lucini e Gaspar Ozur —
Archivi fluttuanti, isole di ascolto, poemi sonori e visivi si fondono insieme nella prima mostra personale di Elena Callegari, Affective Frequencies – a cura di g. olmo stuppia – che si configura come una soglia sonora e abbacinante, capace di attraversare il pubblico, prima ancora che venga attraversata. La mostra è ospitata nei 190 metri quadrati di Spazio Spuma, in Laguna, nella bohémien chic isola della Giudecca; un ambiente post- industriale, fatto di mattoni e risalite saline, che non si limita a ospitare opere, ma le lascia respirare come membrane vive, camere amniotiche attraversate da frequenze basse e pulsazioni telluriche. La Giudecca diventa soglia e margine, periferia interna di una Venezia minore e spopolata che qui si riaccende come avamposto critico, come zona franca dell’ascolto.
Il progetto restituisce il premio Isole Isole Isole e la ricerca intensiva effettuata in Sicilia – a Palermo e sull’Etna – in Laguna e attraverso la piattaforma Cassata Drone Expanded Archive. Un archivio che è organismo, dispositivo espanso che intercetta affettività e uso necroetico delle tecniche di morte: i ronzanti droni che partono dagli aeroporti di Sigonella e Aviano come insetti metallici, presenze fantasmatiche che solcano il Mediterraneo. Un progetto che omaggia la memoria di Giovanni Lo Porto, cooperante siciliano ucciso nel 2015 da un drone strike statunitense della CIA, senza però porsi come commemorazione retorica, bensì riconoscendosi come ferita ancora aperta. Gli archivi video rimontati e ricodificati dedicati alla sua figura agiscono come contro-narrazione: sottraggono l’immagine alla cronaca e la restituiscono a una dimensione poetica e politica insieme. Qui la tecnologia bellica viene attraversata e ribaltata, trasformata in materia sonora, in vibrazione che interroga l’Articolo 11 della Costituzione Italiana – il ripudio della guerra – come promessa tradita e ancora possibile. In questa geografia spezzata, la mostra intreccia Sicilia e Venezia come due isole-sorelle, due estremità sacrali di uno stesso respiro politico.
Nel fuori fuoco di un’epoca che pare confondere aziendalismo con Stato di diritto, arti visive con intrattenimento mercificato, la mostra si staglia come gesto di disallineamento. L’arte neobarocca omologata, spettacolare e decorativa, viene qui scardinata da una pratica che privilegia deriva sonica, lentezza, ascolto profondo.


Le tre Isole progettate da Elena Callegari e g. olmo stuppia -pietra lavica dell’Etna, vetro da scarti di Murano e poliuretano, materiali che coniugano memoria minerale e fragilità industriale- non sono semplici sezioni espositive: sono podi suggestivi, piattaforme di risonanza che pongono domande, riverberano frequenze e reimmaginano mondi dove il flusso vitale possa divorare protocolli guerrafondai e funzionarismo. Queste isole non si offrono come monadi autosufficienti, ma come arcipelago, una costellazione relazionale, un sistema di prossimità e distanza. In questa scelta formale si avverte l’eco della poetica della relazione di Édouard Glissant: l’arcipelago come alternativa al continente, come modello anti-gerarchico e postcoloniale, simbolo di pluralità in dialogo, senza centri, senza periferie, capace di parlarsi senza chiedere autorizzazione a un’autorità sovrana. La Sicilia e Venezia, così, cessano di essere margini nostalgici e diventano punti di una geografia altra, sonora e politica.
Il progetto si colloca al crocevia tra arte, scienza e attivismo, sulla soglia del noise e del geopolitico. La sua tensione dialoga idealmente con pratiche che hanno interrogato la cultura del controllo e della guerra – da Hito Steyerl a Martha Rosler, da James Bridle a Emilio Vavarella, fino al pensiero critico di Grégoire Chamayou – ma sceglie una traiettoria aurorale, meno didascalica, più incarnata. Allungare il suono, dilatarlo fino a farlo diventare spazio abitabile: questa sembra essere la postura di Elena Callegari. Le isole non galleggiano soltanto nella Laguna, ma nel tempo storico. Sono archivi fluttuanti che si oppongono alla smemoratezza programmata, che ricodificano i flussi e suggeriscono che l’ascolto – pratica fragile e radicale – possa ancora essere un atto politico. In un’Europa che rischia di confondere sicurezza con controllo e cultura con consumo, la mostra afferma la possibilità di un’altra frequenza, di un canto che attraversa la notte senza negarla. Non denuncia soltanto: cura. Non espone soltanto: perfonde.
Tra lava e laguna il sacrale vibra, attraversa i corpi, insiste: canteremo nei tempi bui? Sì, canteremo, come scrive Bertolt Brecht.

