
Testo di Marianna Reggiani —
Una voce metallica chiede con artificiale cortesia di lasciare un messaggio dopo il segnale acustico.
“Bip”.
Qualcuno chiede notizie di un interlocutore apparentemente inesistente, mentre ricorda notti primaverili passate a parlare fino all’alba. Il calore di un essere umano ancora in grado di sperare si scontra con il freddo di una cornetta che rimane muta. Il messaggio infatti resta lì, congelato e sepolto sotto il peso del silenzio. La sospensione, l’attesa e poi la fine: nessuno risponde, nessuno richiama.
Con questo prologo la mostra di Valerio D’Angelo ci accoglie nella minuscola cappella sconsacrata in via Galliera – sede della Galleria Pietro – teatro di un racconto suddiviso in tre atti.
Un’antenna radio ruota su sé stessa senza mai fermarsi: lenta, assertiva, quasi crudele, il suo rumore meccanico uccide ogni possibilità di tenerezza. Cerca un segnale, un collegamento che non arriva mai. Occupa tutto lo spazio che ha a disposizione, una grandezza goffa ma allo stesso tempo minacciosa. Nel suo moto inespressivo rischia di colpirci mentre ci affacciamo al secondo ambiente, dove un tappeto di oggetti metallici riflette le luci intermittenti che a fatica mantengono un ritmo regolare, simile a quello di un albero di Natale sbilenco, lasciato a morire in una vecchia casa dei nonni, lì dove il Natale era così bello, e dove adesso non si festeggia neanche più.
Attende il visitatore sdraiato sull’altare, nel terzo e ultimo ambiente, il corpo metallico di un astronauta. La missione è andata male, capitolata in qualche buco nero con i polmoni bruciati per assenza di ossigeno. Nessun sacerdote a dire messa, nessuna preghiera per il futuro: in quel futuro nessuno ci crede più.



Da qualche parte, qualcuno piange al telefono per la mancata risposta e qualcuno muore nello spazio per un mancato salvataggio. A noi, che entriamo nel piccolo ambiente buio, non resta che fare i conti con le conseguenze del disastro, scoprendo di esserne protagonisti. L’artista romano classe 1993 parla di solitudine contemporanea all’interno di un complesso affrescato per una famiglia nobile del Settecento. Una religiosità antica fatta a pezzi dalla disillusione di un presente che squalifica ogni possibilità di sperare ancora in qualcosa.
“Permanent Loss of Signal” è l’espressione utilizzata per descrivere il momento in cui un oggetto perde la comunicazione con la Terra e diventa detrito spaziale. D’Angelo intrappola quell’istante in un’installazione site-specific che gioca con l’ambiente e le atmosfere, che estrapola la brutalità del silenzio prolungato, la sfiancante attesa delle nuove comunicazioni.
Si esce dalla piccola Galleria Pietro come si esce da un brutto sogno, uno di quelli che ti inseguono le notti successive mentre tu cerchi di scappare. Ma non ci riesci.
Permanent Loss of Signal di Valerio D’Angelo
A cura di Niccolò Giacomazzi
Fino al 15 marzo 2026 (su appuntamento)
PIETRO, Via Galliera 20, Bologna
Cover: Valerio D’Angelo, “Permanent Loss Of Signal (Antenna)”, 2026, antenna radio in acciaio inox, albero in ferro, motore industriale, cm ⌀320 x h. 315, ph. Manuel Montesano


