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La qualità mitica del quotidiano | Francisco Tropa a Palazzo de’ Toschi, Bologna

Una scultura esile mima per trompe l'oeil i fili per asciugare i panni al sole e al vento, come avviene sui tetti di tante città mediterranee. Su di essi vengono stesi ciclicamente dei lenzuoli candidi, che si intridono della luce del sole.
Francisco Tropa, Miss America. Palazzo de’ Toschi, Sala convegni della Banca di Bologna. Installation view | Ph. Carlo Favero

È una mattina serena di fine inverno, il cielo è terso. Dalle grandi finestre che si aprono su tre lati della sala convegni della Banca di Bologna, al secondo piano di Palazzo de’ Toschi, stamani entra molta luce. La prima impressione che si ricava ogni anno entrando nell’ambiente durante Art City o nelle settimane successive, quando viene trasformato in sede espositiva, è che la luce del sole intrattenga col volume dello spazio un rapporto osmotico e struttivo, colmandolo con la sua presenza tangibile. È inevitabile che ogni progetto espositivo che negli anni ha trovato sede nella sala convegni sia costruito attorno a questa specificità, o che almeno debba scendere a patti con essa. Questo penso mentre traguardo lo sviluppo longitudinale della sala, cercando una presenza forte come quella che occupava questo spazio negli stessi giorni dello scorso anno: la gigantesca tela-tappeto che ricopriva tutta l’estensione del pavimento, dipinta da Peggy Franck con ampie pennellate espressive. In quel mare di colore la luce del sole si tuffava e riverberava screziature preziose negli sbuffi di pittura variopinta, penso anche; nel mentre, focalizzando lo sguardo sulla sala che si apre davanti a me, mi rendo conto che quella presenza maestosa ha lasciato il posto, quest’anno, ad una scansione anti-monumentale di fili flosci che solcano trasversalmente la sala e sono sorretti da canne di bambù dall’apparenza instabile. Il rimando è chiaro: l’intento di Francisco Tropa (Lisbona, 1968), l’artista invitato quest’anno dal curatore Simone Menegoi, che torna alla direzione artistica di Palazzo de’ Toschi dopo la lunga esperienza ad Arte Fiera, è quello di alludere all’immagine dei tetti di un’imprecisata città mediterranea, abitati da filari per stendere i panni ad asciugare. Nel mentre mi interrogo sul titolo che è stato scelto per questa mostra, Miss America (aperta fino al 1° marzo), mi avventuro verso i primi filari, notando che ad essi sono appesi dei cartelli con scritte in portoghese. Nel mentre tento di decifrarle – leggo “Especilidade de casa” (“specialità della casa”), “Empregado precisa-se” (“cercasi dipendente”)… – noto con la coda dell’occhio che da un’altra porta della sala sono entrati silenziosamente alcuni individui tutti vestiti di nero, che portano con sé delle scalette e delle ceste di colore rosso acceso, da cui vedo spuntare panni bianchi. Con estrema calma ciascuno di questi, che adesso si manifestano come dei performer pronti ad “attivare” la “scultura” che si sviluppa nello spazio, procede a posizionare le scalette in prossimità dei fili e a stendervi sopra dei grandi lenzuoli bianchi, fissandoli con alcune mollette. Così, gradualmente, la sala si riempie di riquadri candidi, pronti da subito a farsi superfici di ricezione dei raggi solari che entrano in tralice dalle finestre. Le grinze dei panni e le inglesine delle vetrate screziano di ombre accidentali questo bagno di luce lattima, rendono ogni lenzuolo un tableau in continua trasformazione.

Francisco Tropa, Miss America. Palazzo de’ Toschi, Sala convegni della Banca di Bologna. Installation view | Ph. Carlo Favero

Che si possa parlare di scultura in senso stretto, lo conferma un’osservazione più attenta delle canne di bambù e delle mollette impiegate per fermare i lenzuoli, che si rivelano tutte replicate illusivamente in bronzo patinato. Non diversamente, i cartelli con scritte in portoghese, affini all’attività di ristoranti o negozi, sono in realtà serigrafie su carta che riproducono veri cartelli che l’artista ama collezionare, conferendo ulteriore preziosità a questo assemblage polimaterico. Come informa il curatore nel testo che accompagna la mostra, Tropa non è nuovo a concepire opere realizzate processualmente o in cui, come in questo caso, un’azione performativa conferisce loro una scintilla vitale. Casi molto calzanti in questo senso sono stati i cicli di opere Giant (dal 2003 circa) e Scripta (dal 2006 circa), che condividono con Miss America un analogo ricorso al calco in bronzo come strumento per riprodurre in trompe-l’oeil rispettivamente le ossa di uno scheletro umano, che viene lentamente ricomposto, e alcuni oggetti comuni, che vengono giustapposti in una natura morta, tridimensionale ma egualmente illusoria. L’artista dichiara in modo esplicito la propria ascendenza dalla tradizione plurimillenaria della riproduzione mimetica del reale: “Tropa si inserisce in questa storia in modo consapevole e intellettualmente sofisticato” – nota ancora Menegoi – “Cita i casi più singolari e paradossali della lunga vicenda della mimesi occidentale, come ad esempio gli asàroton, esempi precoci e sconcertanti di trompe-l’oeil: erano mosaici pavimentali greci e romani che simulavano, con virtuosismo illusionistico, avanzi di cibo caduti a terra, dando all’ospite l’impressione di star camminando sui resti di un sontuoso banchetto. Conosce bene la differenza teorica fra ‘imitazione’ e ‘calco’, fra la ricerca di somiglianza della prima, con il suo margine di approssimazione e soggettività, e la ‘somiglianza per contatto’, meccanica, del secondo; ma sfuma di proposito il confine fra le due categorie, dipingendo o patinando a mano i suoi calchi. Infine, ha alle spalle il ready-made di Duchamp, caso unico in cui un oggetto, perdendo la sua funzione e perfino il suo nome, e assurgendo al rango di opera, diventa simulacro, immagine di se stesso”.

Nella sala attigua, che viceversa è immersa nella penombra, trova sede un’altra esperienza contemplativa, affine, stavolta, all’incanto dei dispositivi del pre-cinema: vi si assiste, infatti, alla proiezione contro uno schermo dell’ombra di un ingranaggio funzionante e in rotazione sul proprio asse, la quale appare contornata da un’aura fantasmatica (Lantern with clock mechanism, 2025). L’opera appartiene ad un ciclo di opere basate sulla proiezione di ombre di piccoli oggetti posti di fronte a delle “lanterne”, presentato per la prima volta in occasione della partecipazione di Tropa alla Biennale di Venezia del 2011, nel Padiglione Portoghese. “Dal punto di vista della mimesi, Miss America e Lantern with clock mechanism – chiosa Menegoi – sono l’una il contrario dell’altra, in un certo senso: la prima sembra un frammento di realtà tale e quale, ed è una sua accurata imitazione; la seconda sembra un’imitazione, e non offre se non la realtà medesima, sia pure sub specie umbrae”.
Assorto nel movimento ipnotico, nel più totale silenzio, mi viene da pensare che l’anabasi da Piazza Minghetti al secondo piano di Palazzo de’ Toschi, che porta a riempirsi gli occhi dei lenzuoli imbevuti di luce, ha un suo equivalente uguale e contrario nella catabasi nelle viscere di Palazzo Bentivoglio, ove è allestita la mostra CC di Michael E. Smith, anch’essa curata da Simone Menegoi, insieme a Tommaso Pasquali: là si va alla ricerca di sculture che sono frutto di oggetti trovati, consuntisi a causa di pressioni o sfregamenti di corpi ormai assenti, in un’atmosfera angosciante da scena del crimine o da rifugio post-apocalittico. Piuttosto che riprodurre mimeticamente, nella foggia e nell’uso, oggetti comuni la cui sostanza viene metamorfizzata in materia nobile e duratura, le opere di Michael E. Smith sottraggono violentemente alla sua funzione l’oggetto vero, intriso di vita, relegandolo a macabro trofeo di caccia nei recessi bui di un luogo ipogeo. Chissà se il curatore ha pensato a questa possibilità di lettura, forse naïve, quando si è ritrovato a portare avanti in parallelo nella stessa città due progetti espositivi con due artisti a lui cari, che segue da vicino da molti anni.

Messe da parte queste riflessioni, volgo le spalle ai lenzuoli – adesso i performer sono rientrati e li stanno ripiegando, in un rituale ricorsivo destinato a rinnovarsi più volte al giorno fino al termine della mostra – e, sotto un cielo che nel frattempo si è fatto plumbeo, mi trovo a ripensare al titolo, Miss America, che rifugge volutamente da ogni lettura didascalica. Forse una certa impressione di desuetudine accomuna, da una parte, l’immagine dei lenzuoli stesi ad asciugare e i cartelli vintage con scritto “torno subito” e, dall’altra, quell’immaginario tra il serico e il patinato caratterizzante le competizioni di bellezza. “Miss America”, suggeriva ancora Menegoi nel suo testo critico, può essere inteso anche con il significato alternativo di “mi/ci manca l’America”. L’immagine mentale del tripudio di luce riflessa dai lenzuoli candidi si vela adesso di una nube grigia di malinconia. “In che senso potrebbe mai ‘mancarci’ l’America?” – si chiede con me il curatore – “Forse nel senso che ci manca una certa America, l’America che ha affascinato generazioni di artisti del XX secolo: un ‘Nuovo Mondo’ di contrasti estremi ed eccitanti – spazi naturali immensi e metropoli vertiginose, spirito democratico e brutali disparità sociali, catene di montaggio e individualismo – dove ogni aspetto dell’esistenza, anche il più quotidiano, possedeva una qualità mitica”.
Mentre esco dal portone di Palazzo de’ Toschi, penso un’ultima volta a quello che ho visto: un’azione destinata a ripetersi e a vanificarsi più volte al giorno fino alla fine della mostra, quando i lenzuoli verranno ripiegati per l’ultima volta. C’è qualcosa di egualmente commovente in questo simulacro di quotidianità. E forse è proprio in questo gesto antico e un po’ desueto che si annida il senso più intimo del titolo: ci manca un’idea di mondo in cui anche il più banale degli oggetti preservi quella qualità mitica che adesso un artista cerca di evocare per calco, e che nella degenerazione corrente del sogno americano trova un necrologio senza appello.

Francisco Tropa, Miss America. Palazzo de’ Toschi, Sala convegni della Banca di Bologna. Installation view | Ph. Carlo Favero