Testo di Marta Varini —
La mostra priva di titolo, visitabile fino al 22 febbraio 2026, è la prima personale dell’artista a New Delhi, ospite presso la galleria Nature Morte e in collaborazione con Galleria Continua. Inserita a Chhattarpur, all’interno del complesso chiamato The Dhan Mill, rappresenta da subito il contrasto tra modernità chic e antichi monumenti storici: la sede, tempo un magazzino di grano ed ora centro commerciale di lusso dallo stile europeo, rispecchia in qualche modo sul territorio indiano le complessità socio-culturali che l’artista affronta da decenni.
Eredità culturale, contestazione politica e mattoncini giocattolo Lego: la dozzina di opere esposte è un omaggio alla generosa produzione artistica degli ultimi trent’anni d’attività di Ai Wewei. Il risultato è una riflessione stratificata tra storia, potere, giustizia sociale e cultura, che trova un dialogo armonico tra la florida eredità estetica indiana e la millenaria eccellenza artigianale cinese.
L’artista decide infatti di interpretare e celebrare il patrimonio iconografico indiano attraverso l’iconico impiego dei blocchetti a incastro Lego e Woma, simbolo dei processi industriali e della produzione di massa: in Pichwai (termine relativo alla tradizionale tecnica di pittura devozionale su stoffa del Rajasthan) compone l’immagine di Krishna bambino, divinità centrale nel pantheon hindu, ora “pixelato”, un mosaico pop.
Ai Weiwei si addentra deciso nella realtà indiana e trova particolare sintonia con Vasudev S. Gaitonde, uno dei modernisti più influenti della storia dell’arte recente: prosegue con l’assemblaggio dei piccoli e colorati elementi ad incastro anche in Untitled (2025), una copia dell’omonimo paesaggio astratto di Gaitonde.
Tra le sale espositive, reinventa in modo analogo le riproduzioni di altre famose opere d’arte: Monet, Pollock, S.H. Raza, Vermeer, Hokusai e Da Vinci. Come racconta: “In momenti diversi ho lavorato con mezzi diversi. Per me, la variazione non è un giudizio artistico, ma una scelta necessaria. È normale mangiare con le bacchette, così come con la forchetta o con le mani. Circostanze diverse richiedono strumenti diversi. Cerco di esprimere le idee con i materiali e le forme disponibili più appropriati.”



Ai Weiwei si muove tra continenti, forme interdisciplinari, rielabora la tradizione nella propria personale visione sovversiva e di protesta. Porcelain Pillar with Refugee Motif (2015) è testimonianza dei diritti umani negati, della migrazione forzata, dell’ingiustizia della guerra. L’opera, imponente e smaltata, consiste in sei vasi di porcellana cinese impilati a formare una colonna. Ma se il contenitore è tradizione, il significato deve essere rivoluzione: i disegni bianchi e blu che decorano i vasi raccontano il viaggio, via mare e via terra, dei rifugiati nel mondo, ma con particolare riferimento all’esperienza del campo di Shariya (nel nord dell’Iraq) e le ricerche a Lesbo (poi confluite nel documentario Human Flow del 2017). Durante uno degli attesi appuntamenti nella capitale indiana (il talk The Unfinished Witness tenuto presso il Kiran Nadar Museum of Arts) dichiara che “è la documentazione, più che l’oggetto, a risultare determinante”, perché Ai Weiwei ribalta la prospettiva e vede “il patrimonio culturale stesso come oggetto ready-made”.
Tra le nuove opere commissionate riaffiora uno dei più celebri leitmotiv dell’artista: F.U.C.K.(2025), è una grande installazione realizzata da centinaia di bottoni e perline, cuciti a mano su quattro barelle militari (a formare il titolo stesso dell’opera), e acquistati in supporto di una fabbrica in fallimento (la Brown & Co Buttons). La scelta evidenzia ancora una volta i nuclei tematici della sua poetica —o politica— artistica: l’industrializzazione contro l’artigianato, lo sfruttamento lavorativo, il rigore artistico ed etico.
Il linguaggio provocatorio di Ai Weiwei tiene insieme forma e critica, antico e contemporaneo, teoria e azione, asprezza e umanità. Si potrebbe dire un “debutto necessario” in India, nazione in cui il governo degli ultimi decenni ha adottato in più occasioni politiche di controllo e censura nei confronti del dissenso di intellettuali, artisti, ricercatori e attivisti.
Cover: Ai Weiwei, F.U.C.K., bottoni e perline, 2025.


