ATP DIARY

Una fiera è una fiera è una fiera… #1

Abbiamo raccolto una polifonia di voci per capire l’importanza, la complessità e i risvolti spesso imprevedibili delle fiere, percepiti da una selezione di figure professionali che hanno partecipato ad Arte Fiera 2026.

Ha collaborato Federico Abate —

L’incontro, lo scambio, il dialogo: nei giorni scorsi ATPdiary ha intrapreso, con la sua partecipazione all’edizione di Arte Fiera diretta da Davide Ferri, una serie di conversazioni con curatori, docenti universitari, giornalisti e critici, per sondare delle opinioni in merito al ‘sistema fiera’. Abbiamo chiesto alle diverse figure professionali il loro punto di vista in merito alla complessità di un luogo come quello fieristico: le dinamiche che insatura, i punti deboli o le sollecitazioni che stimola. Sono emerse delle risposte eterogenee, a volte mosse da esperienze personali, in altri casi da considerazioni più generali.
Le domande che abbiamo posto ai nostri interlocutori riguardano le motivazioni che li hanno spinti a venire in fiera, cosa cercano o pensano di trovare; cosa pensano del proliferare delle fiere italiane e di conseguenza di motivarne la legittimità. Una domanda è relativa all’importanza della curatela in una fiera e come è spesso percepita la figura del curatore, tenendo ben presente che la maggior parte dei direttori artistici delle fiere proviene proprio da esperienze curatoriali, in primis Davide Ferri e il precedente direttore Simone Menegoi.
Vista la portata che negli ultimi anni hanno assunto le fiere in ambito sia nazionale che internazionale, abbiamo colto il tema di quest’anno di Arte Fiera ‘Cosa sarà’ per chiedere ai nostri intervistati se le fiere in generale sono dei luoghi predittivi, se hanno in sé dei germi seminali su cui poter riflettere e costruire nuove narrazioni.

PRIMA PARTE

Perché frequentare una fiera

«Non sono un cultore delle fiere, ma credo che a volte possano aiutare anche a scoprire qualche nuovo artista… anche oggi ne ho scoperti. E credo che attraverso le fiere si possa testare l’impulso di situazioni culturali in atto, il che non significa che le fiere esauriscono un determinato discorso o che si deve farne i luoghi dell’eccellenza del contemporaneo. Vedo che spesso le fiere sono più acclamate o ricercate di biennali o di altri fenomeni culturali, ma personalmente non farei sovrapposizioni. Si tratta di contesti molto differenti e credo che nelle fiere possano essere un ausilio molto forte dal punto di vista culturale».
Marco Scotini

«Sono storico dell’arte, amante dell’arte a 360°, e in fiera cerco delle opere che abbiano la capacità di creare dei ponti. Ho una sensibilità diacronica nei confronti della storia dell’arte, anche per l’esperienza che ho avuto come direttore di Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli. Ho sempre uno sguardo che cerca di trovare delle connessioni in maniera quasi rabdomantica. Cerco sempre delle opere che possano stimolare in me delle riflessioni, semplicemente. Trovare relazioni mi consente di creare dei ponti concettuali, emotivi. È sempre una ricerca difficile; una fiera è un concentrato di tanti linguaggi, di tante letture diverse e per questo è da considerare come una specie di deposito da cui a volte emergono degli aspetti molto interessanti o che vale la pena approfondire. Mi piace sempre avere questo atteggiamento duplice: da un lato approfondire, diciamo, opere che hanno affinità con la mia sensibilità; ma nello stesso tempo essere stupefatto intellettualmente. Credo che questo sia uno dei fini ultimi dell’opera d’arte».
Andrea Bruciati

«Le fiere sono dei momenti d’incontro. Si ha l’opportunità di veder concentrate in un unico posto persone che vengono da tutta Italia, o anche di tutta Europa. Quindi intanto è un’occasione per rivedersi, proprio dal punto di vita più umano. Poi sì, chiaramente si viene anche per vedere le opere.
Io sgombro subito il campo e dico che le fiere in generale sono proprio il contrario dell’esperienza che io cerco e ho sempre cercato dall’arte. A me piace, non so, uscire di casa, prendermi un qualsiasi mezzo e andare in un luogo dove faccio un’esperienza, e rispetto al quale anche il viaggio, l’avvicinamento progressivo sono parte dell’esperienza. Mi piace molto vedere progetti che sono situati nei luoghi. La fiera però è il luogo dove forse si può manifestare ancora meglio l’opera, perché deve spiccare; lì parla solo l’opera, essendo un contesto abbastanza neutrale. Da un certo punto di vista la fiera è un po’ lontana dall’esperienza che io personalmente cerco, che mi gratifica; dall’altra, però, lì vedi veramente le cose quasi in purezza».
Saverio Verini

«Venire in fiera è come andare ad una festa di famiglia, per incontrare persone, per vedere le opere… Quest’anno ero molto curioso di vedere la prima edizione della fiera diretta da Davide Ferri. A sensazione ha fatto un ottimo lavoro, soprattutto per quanto riguarda le sezioni curate. Ho apprezzato molto Fotografia e dintorni curata da Marta Papini e Prospettiva di Michele D’Aurizio».
Ludovico Pratesi

«La fiera è uno strumento complesso nel sistema dell’arte. Rispetto al mio percorso professionale, come docente in una Università, sento un po’ lontana la dimensione ‘fiera’ soprattutto per il taglio commerciale. Specificato questo, la mia relazione con le opere in fiera, invece, è molto diretta. Cerco artisti che conosco e per molti versi trovare una loro opere in fiera è una sorta di ‘verifica’. Valuto moltissimo come vengono installate le opere, le relazioni che intessono tra loro. Apprezzo dunque molto le sezioni curate dove spesso ci sono interi stand monografici, oppure dove c’è il dialogo tra due artisti».
Saul Marcadent

«Non sono un’amante delle fiere, ma sono dei luoghi importanti, rispetto a tutto il sistema che ruota intorno ad esse. Poi quanto siano funzionali ed efficaci, non lo so, però sicuramente sono luoghi dove possono nascere, germogliare anche delle cose che vanno oltre le logiche di tali situazioni specifiche. Alle fiere mi interessa la possibilità sia di scoprire qualcuno di giovane, sia di trovare magari un lavoro valido di un artista storico. Nello stesso tempo la fiera è come una piazza, una piazza aperta dove hai la possibilità di incontrare persone che non vedi da tempo o non hai mai visto».
Eva Brioschi

«Mi piacciono molto le fiere in generale, soprattutto per il modo in cui le persone reificano i propri lavori. Trovo interessante capire che cosa si comprende subito e cosa non si capirà mai.
Non ho mai trovato niente, o poco, nelle fiere su cui poi io abbia potuto lavorare, se non cose che già conoscevo. Ma la visione di molte opere mi ha sempre aiutato molto per rifarmi un’immagine mentale di considerazioni pregresse. Dall’altro lato, le fiere sono luoghi per una forte socializzazione, si incontrano tante persone. Alla fine servono anche a questo, ad aggregare moltissime persone in uno stesso luogo.
In teoria le fiere si fanno per il mercato, cioè i visitatori ideali di una fiera sono i collezionisti che vengono, comprano e poi tornano a casa. Per i curatori o altre figure del sistema dell’arte, la relazione con la fiera è ben diversa. Credo che le fiere agiscano molto bene all’interno del sistema come dei risolutori di narrazioni, cioè le narrazioni che impattano sul nostro lavoro, o sul lavoro stesso degli artisti.
Per questo motivo la fiera ha un ruolo importantissimo in teoria, cioè sia nella definizione dei ruoli, dell’identità, ma anche della qualità, che ci piaccia o meno.
La fiera tutela molto l’individualità dell’artista rispetto ad altre forme di distribuzione. Certo, parliamo di mercato, ma spesso questa dinamica risolve delle ambiguità che invece in altri ambienti non dico che cerchiamo, ma forse addirittura coltiviamo. Senza contare che le fiere si attestano molto sull’attualità, sul presente, dunque è utile venire in fiera per vedere quello che oggi è ‘opportuno’ dire di un’opera e quello che non è opportuno dire. Le opere contengono sempre aspetti opportuni e inopportuni, cose che oggi vanno di moda e cose che vanno meno di moda. La fiera in questo senso è una sorta di vetrina o una prospettiva sulle tendenze, non tanto delle opere, ma sulle tendenze di quello che si racconta attorno all’opera. Può essere negativo o positivo, tutto dipende da come si racconta; per un curatore anche il non detto può essere interessante».
Gabriele Tosi

«Per me le fiere sono come delle ‘punteggiature’ di tutto quello che poi riesco a vedere altrove. Sono dei ‘momenti’ in cui le città, siano Bologna, Parigi, Firenze, Torino, si attivano. Dunque c’è la possibilità di concentrare in poco tempo e spazio molte mostre, progetti e, non ultime, le persone. La fiera diventa l’occasione, la punteggiatura, per poi vedere le frasi, e le frasi sono le mostre degli stessi artisti».
Adrienne Drake

«Sono venuto non solo per la fiera, ma per Bologna, per tutto quello che succede città. Penso che ArtCity sia uno dei programmi fuori fiera più riusciti d’Italia. Coinvolge tante istituzioni, dall’università agli spazi alternativi, dai musei all’accademia. Quest’anno la selezione delle mostre era di ottimo livello, da Michael E. Smith a Francisco Tropa, da John Giorno ad artisti molto più giovani come Enrico Boccioletti a Gelateria Sogni di Ghiaccio. Al di là del forte legame tra Arte Fiera e le proposte cittadine, che è senza dubbio uno dei motivi che mi hanno spinto a venire a Bologna, il mio interesse per la fiera – per il mio ruolo di curatore – nasce per la necessità di cercare nuovi talenti e vedere le proposte di giovani gallerie. Da una parte si vedono dei nuovi lavori che non si conoscono, dall’altra si scopre cosa acquisiscono le gallerie rispetto ai giovani artisti. Il fatto che una galleria porti nuovi talenti è un modo per confermarne il valore. Percepisco questo meccanismo come un processo ‘olistico’ di formazione del gusto».
Matteo Mottin

«In una fiera non cerco delle ‘verifiche’. Ne tanto meno le frequento per vedere le persone, visto che sono luoghi fortemente aggregativi. Le relazioni le stabilisco in altri contesti del sistema dell’arte, visto che ci lavoro. L’aspetto delle fiere che più apprezzo è che mi danno la possibilità di scoprire gallerie che portano nuovi artisti che magari mi piacciono, oppure riscoprono degli artisti che non conoscevo, o fanno delle ricerche molto puntuali su artisti che ho già visto in tante occasioni ma che non ho mai considerato sotto quella luce.
Mi piace scoprire delle opere nuove; mi piace vedere il lavoro delle gallerie e come si confrontano con un luogo come la fiera, sempre più importante. Intristisce pensare che alcune gallerie danno il meglio solo nelle fiere, però questo è un fatto: le fiere negli ultimi hanno assunto sempre più rilevanza per le gallerie. Una rilevanza che non si trova, invece, nella storia delle gallerie; non c’è più il collezionista che segue la galleria perché riconosce una ricerca valida, o una modalità investigativa. Oggi prevale il collezionista randomico».
Maria Chiara Valacchi

«Sono molto affezionata a Bologna, sono stata qua per qualche anno e sono tornata da poco a Roma. Quando ci ritorno per me è festa. L’impressione è quella di sempre, nel senso che Arte Fiera rappresenta un modo per connettere la città. Art City è un climax sempre più forte nella crescente partecipazione della città. È notevole che a Bologna si riesca a far dialogare lo spazio urbano con il sistema dell’arte; è una cosa che non si vede in altre fiere né di arte né di editoria, un altro settore di cui mi occupo da tempo. Il mio interesse principale in una fiera è incontrare persone, quindi per me rappresenta per lo più un luogo di appuntamenti; oltre che per vedere le proposte degli artisti italiani».
Ilaria Ghiaccio

«In merito alla fiera di Bologna, spero ci sia una continuità perché è proprio sulla base della continuità che si possono fare i bilanci effettivi. Penso sia abbastanza sterile trarre delle conclusioni sulla fiera in base a esperienze di direzione durata un lasso di tempo di pochi anni. Quello che constato è che la frammentarietà non va mai bene. Tra la direzione di Menegoi e Ferri constato un passaggio morbido; Davide collaborava già con la direzione precedente, dunque conosceva già la fiera dal ‘di dentro’. Questa collaborazione ha sicuramente aiutato il passaggio tra le due direzioni. Nel suo complesso Arte Fiera va valorizzata nel suo complesso in quanto è la più longeva d’Italia, se non erro è stata fondata nel 1974. Dalla sua fondazione c’era solo la fiera a Colonia.  Alla fine, soprattutto per la nostra generazione, Arte Fiera era un appuntamento imperdibile oltre vent’anni fa. Assieme alle Biennale di Venezia, erano i due appuntamenti imperdibili di quando ero ancora studentessa».
Santa Nastro

«La fiera mi sembra ben confezionata, colorata. Devo dire che secondo me ci sono state edizioni molto più grigie. Però io sono anche in un momento in cui mi dico, ma dobbiamo veramente discutere e giudicare le scelte dei galleristi? A un certo punto, se un gallerista, se un direttore di una fiera decide di andare sul sicuro, è perché probabilmente avrà bisogno di andare sul sicuro. Una fiera è fatta per vendere. Noi addetti ai lavori, giornalisti, critici, artisti, che vorremmo cercare magari dalla fiera una cosa nuova, innovativa, una cosa diversa, una da scoprire, forse non è un luogo adatto; almeno in questo momento storico, secondo me, no di certo.
Bisogna mettersi un po’ nei panni dei galleristi. Se per partecipare ad una fiera spendono decine di migliaia di euro e non vendono nulla, in alcuni casi perdono il guadagno di un’intera annata. Non possiamo pretendere dalle gallerie di essere eccessivamente innovative o sperimentali perché il fine ultimo e vendere, dunque anche se capita di vedere anno dopo anno le stesse gallerie con le stesse opere (perchè gettonano) dobbiamo giustificarli. Bisogna campare!».
Matteo Bergamini

Cosa pensi della curatela in fiera.

«La curatela che entra in questa fiera è qualcosa che mi riguarda anche personalmente. Anni fa sono stato invitato da Giorgio Verzotti per una curatela extra fiera molto importante, a partire da opere conservate in alcune grandi collezioni italiane [la mostra Il Piedistallo vuoto/The Empty pedestal, Museo Archeologico di Bologna, gennaio-marzo 2014. NdR]. Parallelamente, in stretto rapporto all’argomento della mostra esterna, mi capitò di curare delle sezioni in fiera: una era sull’Est Europa, un’altra sul Medio Oriente. Ecco, sono molto favorevole, e sono favorevole anche ad alcune cose viste qua: credo, per esempio, che la sezione Fotografia e dintorni di Marta Papini sia molto bella e mi ha permesso anche di scoprire o di sottolineare ulteriormente la qualità di figure come Goran Trbuljak, un autore comunque a me familiare, perché la sezione che gli è dedicata è di forte impatto. Questa piccola sezione mi sembra un po’ il cuore potenziale della Fiera. Anche Prospettive mi è sembrata una sezione interessante, ma devo dire che comunque funzionano perché la qualità del resto della fiera è alta.
Se devo pensare a qualche anno fa, quando venivo invitato alla fiera di Bologna, era un’altra cosa: sto parlando del 2013-2014. Sono felice di questa nuova faccia, che permette alla fiera di recuperare competitività con altre fiere del territorio italiano».
Marco Scotini

«Dietro alle sezioni curate c’è un criterio; non devono essere delle mini-mostre, perché la fiera fa la fiera, però comunque credo che possa aiutare in qualche modo avere un curatore. Non deve fare da garante perché non ce n’è bisogno, i galleristi hanno buon occhio… però diciamo che un filtro ulteriore può aiutare ad armonizzare meglio le proposte. In sostanza sono favorevole».
Saverio Verini

«Una fiera che si voglia definire tale, apre delle strade che in qualche modo suggeriscono un cammino che ha una funzione culturale in senso più ampio. Per me non c’è contraddizione tra un discorso di tipo commerciale e uno prettamente culturale. Avendo avuto un’esperienza come direttore di fiera, a Verona, ho maturato l’idea che le fiere sono dei luoghi che ospitano dei progetti germinali per la curatela.
È un aspetto che trovo molto positivo, a patto che sia una curatela consapevole, nel senso che vorrei che non fosse soltanto una lista di gallerie invitate. Il curatore mette in atto un registro in cui controlla il lavoro degli artisti, il display, i contenuti, in relazione al fatto che una fiera non è né uno spazio completamente privato. Questa ambiguità fa sì che il curatore debba in qualche modo inventarsi delle nuove modi di pensare le opere».
Andrea Bruciati

«Diciamo che sono un po’ scettica, nel senso che secondo me è un lavoro che si può fare bene fino a un certo punto. A volte funziona, a volte meno. Il curatore che viene ad una fiera ovviamente cerca la logica, cerca anche la garanzia. Devo sottolineare che a me non piace l’ordine, dunque mi piace che in questi luoghi ci sia della stratificazione, delle dinamiche di lettura che non sono canoniche. Forse perché sono una curatrice, quindi voglio vedere attraverso gli occhi o nella prospettiva di un altro curatore. Dunque, per quanto mi riguarda mi piacciono le fiere in quanto sistemi dalla complessità e della comprensione postmoderna».
Eva Brioschi

«Sono favorevole alla curatela. Anche perché può essere a più livelli. La curatela può limitarsi all’invito di una galleria rispetto a un’altra oppure all’invitare un artista. Penso che il fatto che la fiera sia un luogo fortemente legato al mercato consenta un ampio margine di sperimentazione. I fattori che concorrono al meccanismo-fiera sono tanti: mercato, socialità, curatela, ricerca ecc. Trovo che sia un bel momento di sperimentazione per un curatore che si deve relazionare con un pubblico di un certo tipo, con uno spazio che non è un museo o una galleria. Penso che le fiere possano innescare delle idee curatoriali e artistiche interessanti».

Gabriele Tosi
«Trovo interessante il fatto che ci siano prospettive curatoriali, bilanciano l’aspetto prettamente commerciale. In merito ad Arte Fiera, mi sono piaciute molto le sezioni curate da Marta Papini (Fotografia e dintorni) e Lorenzo Gigotti (Multipli). Mi sembra interessante il tema del multiplo e della serie, senza contare che permette di avvicinare un collezionismo diverso, sono opere più accessibili. Senza contare che ho apprezzato molto la serie di conversazioni che si sono avvicendate in quella sezione. Ammiro il fatto che non ci sia solo la dimensione commerciale ma anche ci sia una particolare cura nel mostrare determinate opere».
Saul Marcadent

«Le fiere sono un’entità sia commerciale sia culturale. La fiera non è da considerare come un ‘negozio’: le gallerie partecipano non solo per il lato commerciale, ma anche per l’aspetto curatoriale; da qui la difficoltà di bilanciare questi due aspetti in modo armonico. D’altra parte, credo che il lavoro curatoriale in fiera giovi più alle gallerie che agli artisti o allo stesso pubblico. Ovviamente, il risultato è una maggiore accessibilità alle opere, nel loro complesso. È come se la curatela rendesse più accessibile la comprensione e la comunicazione di un’opera. Questo grazie a dei testi, un contesto tematico. La stessa relazione tra curatore/gallerista/artista in una fiera è sempre positiva, può far nascere nuove collaborazioni e aperture».

Matteo Mottin

«Negli ultimi anni ho visto delle fiere dal taglio fortemente curatoriale dove, per paradosso, la parte commerciale era decisamente penalizzata. Alla fine penso che una fiera sia un mercato, e come tale trovo assurdo che venga chiesto, magari, a delle piccole gallerie di portare uno stand fortemente sperimentale dove, alla fine, non si vende nulla. A volte l’aspetto curatoriale non fa bene né alle gallerie né agli artisti. Senza contare che l’arte, venduta per lo più nelle fiere, non dà la possibilità al grande o piccolo collezionista di concentrarsi, meditare sul valore e il contenuto di un’opera… proprio per la questione dei tempi molto veloci della fruizione in fiera. Questa cosa sconcerta, per molti versi».

Maria Chiara Valacchi


Saverio Verini – Curatore e critico d’arte, attualmente Direttore del Sistema Museale di Spoleto
Marco Scotini – Curatore, critico d’arte e teorico
Andrea Bruciati – Storico dell’arte e curatore
Ludovico Pratesi – Curatore e critico d’arte
Saul Marcadent – Ricercatore universitario e curatore, attualmente docente all’Università Iuav di Venezia
Santa Nastro – Critica d’arte, giornalista e vicedirettrice della testata Artribune
Eva Brioschi – Storica e critica d’arte, attualmente curatrice della Collezione La Gaia
Gabriele Tosi – Curatore e critico d’arte
Adrienne Drake – Direttrice e curatrice della Fondazione Giuliani
Matteo Mottin – Curatore e giornalista, co-fondatore di Treti Galaxie
Maria Chiara Valacchi – Curatrice e giornalista
Ilaria Ghiaccio – Coordinatrice editoriale Artnews Italia
Matteo Bergamini – Critico d’arte, giornalista e  curatore