Dopo l’esperienza al 9 nel quartiere Shoreditch di Londra, FRENCH PLACE – fondato da Marta Orsola Sironi e Mauro Mattei – arriva a Milano in via Carlo Goldoni 64 con uno scopo preciso: affrontare l’arte come una pratica di condivisione e di sperimentazione, creando uno spazio dove dialogare, interrogarsi, e sentirsi come a casa circondati da amici.
Nei due piani interni, il primo ospiterà la galleria; quello inferiore accoglierà gli uffici, una libreria in progress con pubblicazioni internazionali, residenze d’artista e un’area talk in stile round table. Il tutto si sviluppa attraverso un modello economico che reinveste nelle proprie idee e sostiene un ART TRUST, incaricato di dar supporto e definire i contenuti del programma.
Il punto di partenza è CORALE, una mostra collettiva di tredici artisti sulla trentina o poco più accomunati, nonostante la giovane età, da uno sguardo lucido e critico sul presente. Attraverso residenze d’artista – Matthias Odin ha inaugurato il 12 febbraio – e un video programme inaugurato dalla statunitense Riley Tu, FRENCH PLACE offre uno spazio reale di riflessione sulle forme del vivere contemporaneo.
Il percorso espositivo inizia con l’orizzonte cosmico di Luis Enrique Zela-Koort, invito a mettersi in viaggio e ripensare l’esistenza oltre la centralità umana. A questa visione rispondono i gesti quotidiani/critici di Cecilia Mentasti, mentre la relazione come soglia fragile attraversa le opere di Anna De Castro Barbosa e Marco Siciliano, sospese tra desiderio, vulnerabilità e controllo. Il corpo e la relazione dell’essere umano con esso è un asse centrale che Riley Tu riformula attraverso immaginari tecnologici e cyborg. Nina Davies, invece, lo osserva come archivio di gesti collettivi nella danza. Memoria e circolazione delle immagini emergono nei lavori di Gaspar Willmann, Rafał Zajko e Steph Huang, tra consumo, industria e identità. mountaincutters e Xolo Cuintle costruiscono ecosistemi materiali e speculativi tra umano e non umano; Matthias Odin traduce la deriva urbana in tracce scultoree di memoria. Francesca Frigerio chiude il percorso riflettendo una sua dimensione intima e domestica, con un utilizzo della luce sorprendente.
Gli artisti interpretano la coralità come una costellazione di posizioni, linguaggi e sensibilità che coesistono senza convergere in un’unica narrazione. Le differenze vengono lasciate risuonare. Un rimando ad un passaggio di Introduction to a Poetics of Diversity (1996) di Édouard Glissant: «Scrivo in presenza di tutte le lingue del mondo». In questa affermazione del poeta francese c’è la consapevolezza che il mondo è già stato immaginato, raccontato e nominato in molti modi diversi, al di là del suo. Scrivere, o creare, significa accettare la presenza dell’altro, riconoscendo nella diversità di voci, culture e prospettive non un limite, ma la condizione stessa della conoscenza.
I fondatori Marta Orsola Sironi e Mauro Mattei si riconoscono nel suo pensiero, dichiarando simpaticamente: «Siamo due italiani a Londra che non conoscono una parola di francese» e ancora, «coglieremo l’occasione dell’arrivo di Matthias Odin per farci insegnare qualcosa». Emerge un’attitudine di FRENCH PLACE ad aprirsi verso chi si incontra, come possibilità di apprendimento.




Quali obiettivi guideranno questo nuovo capitolo di FRENCH PLACE? Ne abbiamo parlato con loro.
Quali saranno gli obiettivi che volete impostare in questo nuovo capitolo da FRENCH PLACE?
Il nome FRENCH PLACE è una sorta di dichiarazione di intenti. Da un lato ricorda l’indirizzo della nostra precedente sede di Londra, dove faremo almeno una o due mostre all’anno e svariati progetti collaterali come abbiamo sempre fatto – ci ricorda da dove veniamo e chi siamo stati – dall’altro diventa una sorta di metafora del viaggio, un nome che si fa “ponte” così come ponti vorremmo farci noi. La sede di Milano raccoglie l’eredità di quella londinese e la proietta oltre, come luogo di incontro, ricerca e scambio, dove il locale e l’internazionale vengono posti in relazione. La selezione degli artisti è guidata da un’anima internazionale con un occhio anche all’Italia. Il public programme e la libreria collaboreranno con realtà internazionali, trovando forma in uno spazio fisico preciso: via Carlo Goldoni 64.
Il programma di residenze restituisce all’artista spazio, tempo e risorse. In un sistema dell’arte costruito sempre più sull’immediatezza, quanto è importante creare le giuste condizioni per creare?
In un sistema dell’arte orientato alla visibilità immediata e alla produzione di esiti rapidi, creare le condizioni giuste per lavorare diventa un atto politico, oltre che curatoriale. Il programma di residenze di FRENCH PLACE nasce dalla consapevolezza che l’arte abbia bisogno di tempo, attenzione e continuità per svilupparsi. La residenza restituisce all’artista uno spazio stabile in cui sostare, un tempo non frammentato dalla pressione dell’output, e risorse intese non solo in senso economico, ma come accesso a dialoghi, contesti e relazioni, inserendo l’artista in un ecosistema dove ricerca, produzione ed esposizione convivono.
Il primo programma di residenze si apre con Matthias Odin, in concomitanza con la mostra, e verranno organizzati diversi appuntamenti pubblici dedicati alla presentazione della sua ricerca: il primo il 21 febbraio, seguito dal 26 e il 28, così da permettere al pubblico di conoscere l’artista e seguirne la sua l’evoluzione. A marzo e aprile si svolgerà la residenza di Anna de Castro Barbosa, che culminerà con una sua mostra personale a fine aprile.
Da maggio, Rafał Zajko inizierà un periodo di presenza ricorrente in città, con visite distribuite nel tempo dedicate alla ricerca che porterà alla sua personale prevista a novembre. Come proto-istituzione, FRENCH PLACE offre il sostegno e la generosità di un’istituzione e mantiene l’agilità e l’apertura di uno spazio indipendente. L’arte emerge non come prodotto immediato, ma come esperienza condivisa, critica e trasformativa.




Nel progetto inaugurale CORALE il concetto di “relazione” più che un tema è una vera e propria pratica curatoriale. In che modo ne ha guidato la selezione degli artisti e il dialogo tra loro?
In CORALE il concetto di relazione viene inteso come una pratica curatoriale attiva. È una mostra-statement, incubata lungo i tre anni in cui FRENCH PLACE non ha avuto uno spazio fisico, ma ha continuato a esistere come un progetto in attesa di realizzarsi. In questo senso, la selezione degli artisti non risponde a un criterio univoco, ma nasce da traiettorie condivise, da dialoghi sedimentati nel tempo, desideri coltivati a lungo. Da un lato, CORALE è anche una festa, sono “tanti amici nello spazio”. Molti degli artisti coinvolti fanno parte della nostra storia: Steph Huang ha realizzato la sua prima mostra con noi a Londra nel 2023; Marco Siciliano e Cecilia Mentasti sono collaborazioni che precedono FRENCH PLACE, risalenti a co_atto, il mio spazio indipendente all’interno delle 18 vetrine della Stazione di Milano Porta Garibaldi. Allo stesso modo, Luis Enrique ZelaKoort, Rafał Zajko e Matthias Odin sono artisti con cui desideravamo lavorare fin da quando abbiamo iniziato a immaginare l’apertura di FRENCH PLACE a Milano. Altri, invece, sono il risultato di incontri, ricerche e scambi nati viaggiando per fiere, mostre e contesti internazionali.
La relazione diventa un modo per tenere insieme affinità e scarti, amicizia e dissonanza, senza cancellare le differenze.
Quali legami artistici vorreste nascessero in chi attraverserà FRENCH PLACE?
Insieme a Mauro, ciò che desideriamo far nascere sono legami fondati sull’incontro, sullo scambio e sulla ricerca condivisa. FRENCH PLACE nasce nel 2020 a Londra come spazio espositivo indipendente, con l’obiettivo di creare un dialogo autentico tra artiste e artisti, gallerie e pubblico. Fin dall’inizio si è configurato come una comunità basata sulla curiosità, sull’ascolto e sulla convinzione che sostenere giovani artist* e operator* culturali sia fondamentale per generare un impatto reale e duraturo nel sistema dell’arte contemporanea.
L’apertura a Milano prosegue in continuità con le proprie origini, operando tra galleria e istituzione culturale. Il nome stesso, ereditato dalla sede storica di 9 French Place a Shoreditch, riflette una visione in cui i luoghi contano tanto quanto le persone che li attraversano, li abitano e li rendono vivi. Una visione intergenerazionale legata ad una lunga esperienza nel collezionismo e nell’art advisory, e ad una pratica curatoriale radicata nella scena artistica indipendente e nel dibattito contemporaneo danno forma a un modello operativo solido ma aperto, strutturato ma accogliente, capace di fondere rigore e prossimità.
FRENCH PLACE cresce grazie a una rete di collezionist*, professionist* e amic* che ne condividono i valori, adottando un modello circolare e responsabile. I proventi della galleria sostengono un programma pubblico aperto alla città, un laboratorio di mentoring e residenze per artist* emergent*. A rafforzare questa visione nasce FRENCH PLACE Art Trust, organizzazione non profit che opera in parallelo alla galleria. I Patrons partecipano attivamente allo sviluppo del progetto, contribuendo alla sua missione culturale. I legami che speriamo nascano sono relazioni fondate sulla fiducia, sulla condivisione del tempo e non vediamo l’ora di accogliervi a far parte di questo percorso insieme.