
Dopo l’approfondimento con Michele D’Aurizio, curatore della sezione Prospettiva ad Arte Fiera, abbiamo chiesto a Ilaria Gianni di raccontarci le scelte, le scoperte e criteri che ha seguito nel curare la sezione Pittura XXI.
Questa sezione si focalizza sulla permeabilità del linguaggio pittorico come mezzo capace di assorbire le trasformazioni del presente, aperto alla contaminazione e all’espansione oltre lo spazio della tela. Nonostante la sua lunga storia, la pittura si è dimostrata capace, soprattutto in un’epoca di crisi, di offrire spazi autentici di ricerca e sperimentazione, conservando una potenza espressiva – narrativa o dichiaratamente anti-narrativa – che pochi altri linguaggi visivi riescono a sostenere con pari intensità.
Elena Bordignon: Trovo che sia arduo curare una sezione di pittura in una fiera, per più di un motivo. Quest’anno questo ruolo importante spetta a te, nel contesto della sezione Pittura XXI di Arte Fiera. Vorrei che mi raccontassi quale criterio hai seguito, assieme ai galleristi invitati, per la selezione delle artiste e artisti e delle opere in fiera.
Ilaria Gianni: Sì, è un compito arduo e non lo nego. Oggi moltissimi artisti scelgono di confrontarsi con il mezzo pittorico, e orientarsi all’interno di una proliferazione così ampia di opere significa soffermarsi con attenzione su poetiche differenti, comprenderne le specificità e leggere come ciascuna si relazioni al presente. Al centro di Arte Fiera – e quindi anche della sezione Pittura XXI – ci sono, per la maggior parte, gallerie con sede in Italia, capaci di rappresentare e veicolare le molteplici direzioni che la pittura sta assumendo oggi. Il mio lavoro è stato quello di seguire questo percorso con rigore, attraverso una ricerca approfondita, studio visits e un confronto diretto con artisti e galleristi, senza dare nulla per scontato e cercando di restituire sempre, al meglio, la complessità delle singole ricerche.
EB: Una delle messe a fuoco di Pittura XXI è di mostrare quanto il linguaggio pittorico può essere permeabile, sia a livello formale che contenutistico, alle sollecitazioni e stimoli dei tempi contemporanei. Mi racconti, a grandi linee, se hai potuto evidenziare, nelle tue ricerche per la realizzazione di questa sezione, delle tendenze o delle particolari inclinazioni seguite dai pittori che vedremo in fiera?
IG: È un’affermazione che utilizzo spesso parlando della sezione. La pittura possiede una porosità peculiare: la capacità di assorbire linguaggi, immagini e tensioni provenienti da altri ambiti, rielaborandoli senza perdere la propria specificità. Nonostante la lunga storia e l’eredità ingombrante che la accompagnano, continua a dimostrarsi un territorio estremamente fertile per la ricerca e la sperimentazione, soprattutto nei momenti di crisi, mantenendo una potenza espressiva – narrativa o apertamente anti-narrativa – che pochi altri linguaggi visivi riescono a sostenere con pari intensità.
Fatico a individuare una tendenza univoca, se non un rinnovato interesse per la figurazione, che si manifesta però attraverso approcci eterogenei e con un rapporto meno timoroso e più consapevole nei confronti della tradizione. È evidente anche la volontà di oltrepassare i confini della tela, intesa non più come semplice supporto ma come spazio di indagine e di sedimentazione del segno, legato a una necessità primaria di inscrivere l’esperienza e di rappresentarla; una spinta che, nonostante le ricorrenti dichiarazioni novecentesche di “morte” della pittura, continua a riaffermarsi con forza. Ciò che la sezione di quest’anno intende mettere in evidenza è proprio la natura espansa del mezzo pittorico: una condizione non nuova, ma che il presente rende oggi più esplicita e consapevole.


EB: Si parla spesso di pittura espansa, pittura concettuale, e più in generale, di pittura che tende a superare i confini tradizionali della tela e della rappresentazione figurativa o astratta. Oggi la pittura si trova a doversi confrontare con il mondo digitale. Ci sono delle opere nella sezione che si contraddistinguono per aver colto questa sfida?
IG: Secondo me un po’ tutte, però, sì, alcune opere affrontano questo confronto in modo particolarmente consapevole. Nel lavoro di Xiao Zhiyu, ad esempio, la pittura si misura direttamente con lo schermo inteso come luogo dell’immagine contemporanea. I suoi piccoli dipinti a olio, che replicano dimensioni, proporzioni e peso dello smartphone, mettono in tensione la materialità della pittura con la natura luminosa, tattile e algoritmica del digitale. Le immagini, generate e selezionate dallo stesso dispositivo che ne regola la circolazione, introducono una riflessione sull’autorialità, sulla memoria e sui processi di archiviazione visiva. Attraverso la pittura, queste immagini vengono sottratte alla loro condizione effimera e restituite a una densità percettiva e temporale.Nel lavoro di Johannes Bosisio, invece, il digitale emerge come una tensione strutturale più che come riferimento iconografico diretto. Le sue superfici pittoriche, derivate da immagini fotografiche di materiali industriali, abitano una zona di ambiguità tra organico e artificiale, corpo e macchina, facendo della pittura uno spazio di trasformazione e ibridazione. In tutti questi casi, la pittura non si limita a reagire al digitale, ma lo assorbe criticamente, riaffermando la propria capacità di interrogare il presente attraverso il tempo lento, materiale e stratificato dell’immagine dipinta.
EB: Non è la prima volta che ti confronti con un contesto fieristico. In che modo hai espresso il tuo specifico taglio curatoriale in un contesto “commerciale” come quello di una fiera? Come hai cercato di mantenere integra la ricerca artistica pur rispondendo alle esigenze di esposizione e vendita delle opere?
IG: Anche in un contesto fieristico il mio approccio curatoriale parte dalla ricerca e dal confronto diretto con gli artisti e le opere. Entrare negli studi, osservare i lavori dal vivo e mantenere un dialogo costante con artisti e galleristi è fondamentale per comprendere a fondo le ricerche e le loro esigenze. In una fiera è inevitabile confrontarsi con una dimensione commerciale, ma non la considero in opposizione alla ricerca: piuttosto come un terreno di mediazione. Il lavoro curatoriale consiste proprio nel costruire un equilibrio tra le istanze concettuali e progettuali, da un lato, e le necessità di visibilità, sostenibilità e investimento delle gallerie, dall’altro. Quando questo equilibrio funziona, la fiera diventa non solo uno spazio di vendita, ma anche un luogo di confronto critico e di restituzione qualitativa del lavoro degli artisti.
Cover: LUCY, Anna Capolupo, 2024, Courtesy of Anna Capolupo and RizzutoGallery

