Mancano pochi giorni all’apertura della 49° edizione di Arte Fiera, diretta quest’anno da Davide Ferri. Tra novità, percorsi espositivi rivoluzionati, sezioni curate da nuovi curatori, conferme di presenze degli anni scorsi con l’aggiunta di nuovi espositori, la fiera di quest’anno sembra rafforzare il successo dell’anno scorso e – si spera – lo superi. La redazione di ATPdiary sarà presente in fiera per sondare gli umori degli addetti ai lavori, ma anche appassionati d’arti e future personalità che si affermeranno negli anni. Il titolo che volteggia da mesi attorno alla fiera, suona come un teorema, un’ipotesi che fa riflettere sul futuro che verrà. Aspettando le giornate di apertura – 6 – 8 febbraio 2026 – abbiamo chiesto ai curatori delle cinque sezioni curate e su invito – Pittura XXI a cura di Ilaria Gianni, Ventesimo+ da Alberto Salvadori, Prospettiva da Michele D’Aurizio, Fotografia e dintorni da Marta Papini e Multipli da Lorenzo Gigotti – di rispondere ad alcune domande sulle scelte che hanno compiuto nella gestazione della loro sezione e più in generale, abbiamo cercato di sondare i temi, le tecniche e i presupposti del loro taglio curatoriale.
Seguono alcune domande a Michele D’Aurizio, curatore, al suo secondo anno della sezione Prospettiva. La sezione è dedicata alle ricerche creative delle nuove generazioni e si articola in presentazioni monografiche promosse da gallerie emergenti, con meno di dieci anni di attività, e da gallerie strutturate ma con un programma di ricerca.
Elena Bordignon: È il secondo anno che curi una sezione per Arte Fiera. Mi racconti quali criteri hai seguito nella selezione delle gallerie, che noto essere quasi tutte giovani?
Michele D’Aurizio: La sezione che curo – Prospettiva – è dedicata alle ricerche artistiche delle nuove generazioni. Intavolo innanzitutto un dialogo con artiste e artisti con cui desidero sviluppare un progetto per la fiera; le gallerie entrano in scena solo in un secondo momento, a supporto del progetto. Molte delle gallerie che partecipano alla sezione sono emergenti, come giustamente noti, ma ciò dipende dal fatto che spesso esiste un allineamento generazionale, in termini di preoccupazioni formali e contenutistiche, tra artistə e galleristə coetaneə.



EB: Apprezzo molto il titolo della sezione, Prospettiva. Per molti versi sembra rivelare un punto di vista molto preciso, in questo caso il tuo. In particolare quest’anno hai scelto un tema molto attuale: come gli artisti delle ultime generazioni approcciano, in maniera immaginativa, mezzi analogici e digitali. Perché hai scelto questo taglio tematico e perché lo ritieni importante?
MDA: Viviamo in un’epoca soggetta a un regime di determinismo tecnologico, di accelerazione transumana e di supremazia quantistica. L’orizzonte tecnologico che molti commentatori contemporanei definiscono “singolarità” — ovvero l’idea che le macchine diventeranno progressivamente sempre più intelligenti, fino a potersi migliorare in modo ricorsivo e autonomo — preclude ogni traiettoria tecnologica alternativa. L’arte è essenzialmente un modo di fare, un insieme di metodi pratici, protocolli e saperi: osservare la tecnicità di una pratica artistica significa dunque contribuire alla diversificazione delle concezioni e degli approcci alla tecnologia.
EB: Ci sono delle opere in fiera che sovvertono una visione ottimistica delle nuove tecnologie? Oppure c’è più un interesse e una propensione verso visioni ottimistiche sui nuovi mezzi digitali?
MDA: Ci sono artistə che abbracciano strumenti avanzati: ne testano le possibilità creative, mettendone al tempo stesso in evidenza i limiti. Altri utilizzano tecniche tradizionali, riaffermandone la vitalità e l’attualità. Più che in termini di ottimismo o pessimismo, di tecno-euforia o tecno-scetticismo, mi interessa riflettere insieme ai partecipanti a Prospettiva sugli orizzonti percettivi ed epistemologici che le tecniche e i mezzi artistici rendono possibili.
EB: Ti faccio una domanda che ho posto anche ad altri curatori perché mi interessa anche il tuo punto di vista: cosa pensi del fatto che le fiere sono diventate, negli anni, il luogo per scoprire e approfondire lo stato della ricerca artistica?
MDA: Non lo sono sempre state? Il nome della sezione è anche un omaggio a “Prospect”, una proto-fiera di gallerie emergenti fondata da Konrad Fischer a Düsseldorf nel 1968. Quell’edizione offrì la prima, ampia panoramica sull’arte concettuale in Europa. Gian Enzo Sperone vi partecipò con un gruppo di oggetti di Alighiero Boetti; a fiera conclusa, Boetti fece spedire il tutto ad Amalfi, dove impertinentemente lo riassemblò nell’installazione Shaman Showman, che sarebbe diventata il suo contributo alla mostra “Arte povera + Azioni povere”, nonché il suo congedo dal movimento.
Questo per dire come, per artisti e artiste, le fiere siano una delle molte piattaforme possibili, e non necessariamente una vetrina privilegiata. Piuttosto, dovremmo interrogarci sulle soggettività creative che l’attuale infrastruttura fieristica – e, più in generale, quella del mondo dell’arte – tende a escludere, oscurare o sopprimere. L’accesso a questi spazi resta infatti, oggi come allora, rigidamente controllato e selettivo.
ALICE AMA TI, London (UK)
ARTNOBLE GALLERY , Milano
CAPSULE, Shanghai (CHN)
ERMES ERMES, Roma (NL)
GIAN MARCO CASINI GALLERY, Livorno
MATTA, Milano
MAZZOLENI, Torino, London (UK), Milano
SPAZIO NUOVO, Roma, Amsterdam
STUDIO SALES, Roma
TRIANGOLO, Cremona
ZAZÀ, Milano, Napoli
Cover: Hamza Badran, Untitled (self-portrait), 2019. Courtesy l’artista e Gian Marco Casini Gallery, Livorno. Ph. Alessio Belloni

