
C’era un’illustrazione nei libri di scienze, una di quelle che si incontrano nei primi anni di scuola e poi non si dimenticano più. Un iceberg in sezione, così che si potesse vedere nella sua interezza: la piccola porzione che emergeva dall’acqua, la cosiddetta punta, e la massa enorme e scura che stava sotto, a sostenere il visibile con l’invisibile. È una figura puramente didattica, serviva a spiegare qualcosa sulla fisica dei corpi galleggianti, ma io la guardavo come se fosse una confessione. L’immagine stava ammettendo di essere incompleta. Stava dicendo: quello che vedi è solo una frazione, e nemmeno la più importante. C’è sempre stato qualcosa nelle immagini che mi attirava, e non era quello che mostravano. È un’attrazione che ho da quando ero bambina, anche se allora non avevo le parole per spiegarla. C’era qualcosa che non tornava, una sproporzione tra quello che vedevo e quello che sentivo di non vedere. Come se ogni immagine fosse incompleta per costituzione, come se nascondesse più di quanto rivelasse.
Nel corso del tempo quando guardavo un’immagine pensavo spesso a quella schematizzazione trasversale: osservando la sua punta penso alla sua parte sommersa operante che non si vede. Poi per associazione pensavo all’inconscio di Freud e alle dimensioni nascoste di Hall, fino ai dark patterns.
Le immagini con cui lavoro in Sessione di agopuntura su immagine non sono mie. Non le ho scattate, non le ho generate, non ne conosco spesso l’origine. Le incontro nella realtà virtuale, nella cronaca, sui social network, offline. Alcune sono state guardate milioni di volte, altre forse mai. Immagini rese potenti, immagini rese deboli. Di molte non so nulla, non so chi le ha fatte, non so perché esistono. Ne sono estranea. L’immagine si perde in un mare di comprensioni possibili quando la decontestualizzi dal luogo in cui vi siete incontrati. L’estraneità è il punto di partenza. È quello che ti spinge ad avvicinarti.
Prima di lavorare sulle immagini ho lavorato sullo spazio. Il primo con il quale interagii era apparentemente vuoto e aveva vissuto diverse vite: abitazione, ufficio, studio, spazio espositivo. Nulla di tutto ciò era più visibile o comprensibile. Ricordo la frustrazione di quel momento, e il desiderio di riuscire a dare presenza a quella complessità. Cercavo un modo per creare contatto con ciò che non si può rappresentare.


In quel periodo studiavo alcune pratiche di medicina alternativa, tra le quali l’agopuntura. Una pratica che lavora sui flussi energetici del corpo, su ciò che non si vede ma esiste e connette. Nell’agopuntura cinese il corpo non viene trattato come somma di organi isolati ma come sistema di relazioni. L’inserimento di un ago in un punto produce effetti locali e distali, visibili e invisibili. Non è una manipolazione lineare, è un’attivazione di connessioni. Da quella scoperta il passaggio è stato immediato. Ho capito che l’ago poteva diventare uno strumento per il mio lavoro. Non per guarire, ma per attivare e creare contatto con ciò che non si può rappresentare.
La prima volta che ho sperimentato con gli aghi non avevo quelli professionali. Ho giocato con quelli da bigiotteria, usati per fare gioielli e accessori. Dorati, con una piccola sfera in cima, di lunghezze diverse. Quando entravi nello spazio l’impressione era la stessa di prima, il vuoto. Poi a uno sguardo attento, o attratti da un luccichio, iniziavi a far caso a tutti gli aghi.
L’ago è una delle tecnologie più antiche create dall’uomo. Uno strumento e un gesto che oltrepassa il piano visibile per accedere a qualcosa di immateriale. Il punto di partenza di Sessione di agopuntura su immagine è considerare l’immagine come un corpo, grazie alla sua presenza sempre più muscolare nel linguaggio e nella configurazione della società. Nel corso della storia le immagini hanno acquisito una presenza fisica vera e propria. Occupano spazio, circolano, accumulano valore. Urlano, attraggono. Invecchiano. Censurate, perdono la voce. Queste sessioni, questi atti di cura non presuppongono che le immagini siano malate. Il prendersi cura qui, per me, significa porre attenzione e dare visibilità al loro Qi, creare una connessione.
Cover: Giovanna Repetto, Sessione di agopuntura su immagine, 2025. Installation view, raum space, Graz (AT). Ph. Peter Rieser



Ha collaborato Simona Squadrito
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I (never) explain – ideato da Elena Bordignon – è uno spazio che ATPdiary dedica ai racconti più o meno lunghi degli artisti e nasce con l’intento di chiedere loro di scegliere una sola opera – recente o molto indietro del tempo – da raccontare. Una rubrica pensata per dare risalto a tutti gli aspetti di un singolo lavoro, dalla sua origine al processo creativo, alla sua realizzazione.