Testo di Salvatore Emanuele —
La mostra Kounellis /Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, alla Galleria Fumagalli nasce da un’idea di Annamaria Maggi e si configura come una sfida curatoriale, mettere in dialogo due artisti apparentemente opposti che rivelano inattesi punti di contatto. Il progetto prende vita da un viaggio a Pittsburgh, città natale di Warhol, per comprendere come l’artista venga presentato nel suo paese di origine e riportare quella lettura all’interno di uno spazio espositivo europeo, carico di stratificazioni storiche e simboliche.
Oltre la contrapposizione tra Arte Povera e Pop Art, il percorso individua un terreno comune nella tragicità della contemporaneità. In Warhol, il Pop è attraversato da un’ossessione per la morte e la serialità diventa un’anestesia del trauma. Dopo la morte di Marilyn Monroe e dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nel 1968, la violenza entra in modo irreversibile nelle sue opere. A questa dimensione si affianca una “seconda vita” di Warhol, più intima e religiosa, spesso rimossa, ma centrale per comprendere il suo rapporto con l’icona e con il sacro.
Kounellis ha invece costruito la propria ricerca come un racconto della contemporaneità nella sua dimensione più drammatica e irrisolta. Ateo dichiarato, ma costantemente in dialogo con lo spazio ecclesiastico, ha cercato per tutta la vita un confronto con la chiesa e con l’idea di sacralità. La sua è una spiritualità senza trascendenza, una liturgia laica affidata alla materia, oggetti industriali e usurati che portano con sé la storia dell’essere umano e del Novecento.
L’ ambiente d’ingresso introduce immediatamente i temi della caducità e dell’icona. Sulla sinistra, un trittico di polaroid di Andy Warhol: Self Portrait with Fright Wig (1986), Knives (1981) e Shoes (1981). La polaroid, mezzo privilegiato dall’artista, diventa strumento per evocare la fragilità della vita e l’istantaneità dell’esistenza. Frontalmente, lo sguardo è attratto da Shadow – Halston (1979) un acrilico con inchiostro serigrafico e polvere di diamante su tela, dove la presenza umana è ridotta a ombra. Accanto a quest’opera compare Untitled (2006) di Jannis Kounellis, un cappotto chiuso con le maniche tagliate e capovolto, compresso all’altezza dei fianchi mentre una pietra ne grava la sommità. L’opera introduce una presenza umana evocata per sottrazione, affidata all’abito e al peso della materia, in dialogo silenzioso con lo sguardo tetro proposto da Warhol.
Si accede alla sala principale, un ampio spazio rettangolare dominato da un’atmosfera taciturna, una scala di grigi che annulla le differenze cromatiche e costruisce un’unità visiva sorprendente. Lo spettatore è immediatamente circondato dalle opere, coinvolto in un’esperienza immersiva e concentrata. La luce, mirata e leggera, isola le opere ma al tempo stesso le connette, generando l’impressione che l’intero corpus appartenga a un unico artista.



Nel percorso emergono due dipinti di Andy Warhol, Knives (1981) e Knives (1981–82) due acrilici con inchiostro serigrafico su tela. I coltelli neri, sospesi su superfici grigie e lucide, sembrano emergere dalle tele, trasformando un oggetto quotidiano in un simbolo di violenza latente. A questi risponde Kounellis con Untitled (2005) una grande lamiera in ferro che racchiude nove lamine disposte in serie da tre e un’ulteriore lamina orizzontale in basso, coperti da lunghe ciocche di capelli femminili, sotto le quali si celano lame e coltelli. Qui il tema della violenza si intreccia a quello del corpo e della maternità, lasciando aperto un quesito che Kounellis non chiude mai.
Sul lato corto della sala si incontra Untitled (2003) sei sacchi di iuta colmi di materiali grezzi, appoggiati su due ripiani metallici e sostenuti da una lamiera in ferro. È un’immagine di peso e di accumulo che richiama un mondo industriale e postbellico, un’umanità senza bandiera, come quella da cui Kounellis proviene.
Accanto, Marilyn Monroe (1978) di Warhol, una serigrafia in bianco e nero che riporta al centro il concetto di icona. Per entrambi gli artisti, l’icona non è un semplice oggetto di culto mediatico o religioso, ma una tensione verso un senso assoluto. In Kounellis questa tensione si manifesta attraverso l’estetica dei materiali poveri, come una liturgia laica e tragica in cui il dolore del mondo prende forma nella materia stessa. In Warhol, invece, il dramma umano si nasconde dietro i simboli del consumo e della celebrità, dove la ripetizione dell’immagine diventa una strategia di sopravvivenza alla morte.
Il percorso espositivo si conclude con una grande installazione di Kounellis composta da sei cappotti schiacciati da lunghe lamine metalliche che ne coprono l’intera lunghezza, sorretti da due grandi lastre unite in ferro. I cappotti, presenze umane senza corpo, evocano assenza e perdita, chiudendo la mostra su un’immagine di sospensione e di silenzio.
La mostra si inserisce anche nella storia della collaborazione tra Kounellis e la galleria Fumagalli, attiva tra il 2003 e il 2009, con lavori fondamentali realizzati per Bergamo, oggi provenienti dalla collezione privata, courtesy Galleria Continua e dalla collezione della galleria stessa.
La mostra alla Galleria Fumagalli costruisce così un’unione visiva e concettuale tra Kounellis e Warhol, fondata sul bianco e nero, sull’apprensione della morte e sulla trasformazione dell’immagine in icona. Due artisti profondamente diversi, eppure, accomunati da una sensibilità irrisolta che rende questo confronto non solo un esercizio curatoriale ma un’esperienza di consapevolezza critica sul sistema contemporaneo.
Cover: Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana, Cripta della Chiesa di San Fedele, Milano, fino al 29 maggio 2026. Ph. Luca Casonato
